Sono ormai innumerevoli i casi di cronaca che riguardano la violenza in carcere, soprattutto quelli che vedono coinvolti i pedofili e chi in generale aggredisce in vari modi i bambini. Si susseguono infatti vicende sanguinose sui cosiddetti sex offender (e non solo) in tutto il mondo: dall’Australia al Regno Unito, passando per l’Italia.

Ricordiamo il caso del 48enne Brett Cowan del Queensland, il quale, oltre a rapire un adolescente e violentarlo brutalmente, arrivò a ucciderlo. Giunto alla struttura di detenzione per scontare una pena esemplare, venne accolto dalla forte sete di vendetta del suo compagno di cella, un 30enne condannato a una pena di pochi anni, il quale ha ritenuto il metodo coercitivo della reclusione non sufficiente per un simile individuo. Preso un secchio, lo colpì ripetutamente e infine gli gettò dell’acqua bollente sul corpo.

Nel Regno Unito una dinamica simile si è verificata nella prigione di Swaleside sull’isola di Sheppey: un detenuto accusato di aver torturato il figlio fino a rendergli necessaria l’amputazione delle gambe, è stato pestato pesantemente dai suoi compagni di cella con conseguente frattura del cranio, delle costole e della mascella. Il metodo è risultato alquanto improvvisato: colpi ripetuti sul corpo con calzini riempiti di barattoli di tonno; tuttavia l’aspetto più importante della vicenda è che il torturatore omicida non doveva trovarsi in quell’area del carcere a diretto contatto con gli altri detenuti.

Come si manifesta la violenza in carcere?

Detenuti in isolamento

Siamo evidentemente di fronte a casi di giustizia fai da te in cui l’antico proverbio “occhio per occhio, dente per dente” non ha perso dignità morale ed è addirittura incoraggiato da chi si trova a condividere spazi comuni e a interagire con questa tipologia di criminali.

Fin qui nulla di particolarmente stupefacente, si potrà obiettare; tuttavia il motivo che porta inevitabilmente a una riflessione è relativo al fatto che questo meccanismo vendicativo tipico delle strutture di detenzione, è riscontrato sempre di più sui social network (o quantomeno ne si rileva l’ostentazione). Se si controllano i commenti che vengono scritti nei post relativi a queste notizie, ci si rende conto immediatamente di quanto la quasi totalità di essi siano una vera e propria esaltazione alla violenza a scopo punitivo e vendicativo, oltre a una giustificazione e comprensione di quest’ultima a livello morale.

Parallelamente al fenomeno dei cosiddetti leoni da tastiera, assistiamo a un vero e proprio sdoganamento generale dell’odio e della violenza; il soddisfacimento del desiderio di giustizia non viene più appagato tramite i metodi che lo Stato mette a disposizione (che molte volte purtroppo si rivelano insufficienti o inadeguati) ma tramite il ritorno alla legge del contrappasso che Dante molto efficacemente ci ha descritto.

Come si può cercare di combattere la violenza in carcere?

Innanzitutto inserendo validi percorsi rieducativi nella vita dei detenuti. Il diritto penale nel nostro paese asserisce che lo scopo della reclusione è proprio la riabilitazione a uno stile di vita conforme alle norme sociali, dunque il contrasto a qualsiasi metodo che impedisca il raggiungimento di tale obiettivo dovrebbe essere oggetto di premura da parte delle istituzioni. In secondo luogo, ma non di minore importanza, è necessario formare una coscienza collettiva capace di comprendere e adottare i valori su cui si basa uno stato di diritto, senza i quali non solo si trova in pericolo la nostra incolumità e la nostra sicurezza, ma la sopravvivenza stessa delle basi identitarie dell’Occidente.

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