Violenza di genere: manca una cultura adeguata

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La lotta alla violenza di genere deve partire da una solida base culturale in cui la donna non è un oggetto e non è inferiore all’uomo in nessun contesto. E’ questa la risposta che danno le donne impegnate da anni nella lotta contro la violenza sulle donne, di cui domani si celebra la giornata internazionale con manifestazioni ed eventi in tutta Italia, ma di passi da fare in questa direzione ce ne sono ancora molti. Da un’indagine che Ipsos ha realizzato per il Dipartimento Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri, intervistando 1300 persone tra i 16 e i 70 anni, emerge che il 62% dei ragazzi under 26 intervistati usano frasi come “le donne possono anche studiare o lavorare ma è bene pensino soprattutto ai figli” oppure “le donne usano l’avvenenza per fare carriera”. Una cultura tutt’altro che di genere, dunque, fatta di luoghi comuni che si pensavano superati e che invece sono sempre lì, costanti, a incidere sul pensiero di giovani ragazzi che si approcciano al mondo del lavoro e che ben presto avranno una famiglia. D’altra parte, a concepire la maternità come un obbligo quasi imposto per il genere femminile sono anche le ragazze. Circa la metà degli intervistati ritiene che le donne con figli piccoli non debbano lavorare e poco meno della metà sostengono che, se le madri lavorano debbano comunque avere come principale responsabilità la cura della casa. Un’idea confermata in larga parte dalle donne intervistate, che si sentono responsabili della cura della casa e della famiglia e che spesso concepiscono la maternità come una zavorra che ostacola la carriera. 

Cultura sessista anche nell’istruzione

Questo tipo di cultura ancora molto sessista si rispecchia anche nell’ambito dell’istruzione, specialmente nella scelta dei percorsi di studio. I ragazzi, infatti, tendono a scegliere percorsi di studio che possono portare a ricoprire ruoli remunerativi, dal momento che l’uomo è il principale responsabile del reddito familiare. Insomma, è quello che porta il pane a casa, mentre le donne possono dedicarsi a percorsi formativi più orientati all’insegnamento e alle attività di cura. La cultura di genere stenta a decollare in Italia, nonostante le iniziative messe in campo dalle associazioni per le donne, soprattutto nelle scuole. E non potrebbe essere altrimenti, dal momento che nei mass media i messaggi pubblicitari veicolano ancora lo stereotipo della donna come principale responsabile della cura della casa. Tralasciando le campagne pubblicitarie sessiste come quella dell’olio per motori apparsa in centro a Milano nei giorni scorsi, basta pensare alle tante pubblicità televisive in cui la donna, madre e moglie, si occupa da sola della cura della casa e della sua famiglia. Sono ancora poche le aziende che hanno promosso pubblicità con messaggi diversi e più paritari.

Violenza sulle donne, tematica conosciuta solo in parte

L’indagine svolta da Ispos contiene anche un focus sul tema della violenza di genere. Gli intervistati hanno dimostrato una certa sensibilità all’argomento ma anche una scarsa conoscenza in merito alle strutture esistenti per aiutare le donne in difficoltà. Il 57% del campione ritiene che di questa problematica si parli troppo poco, ma il 71% non conosce gli strumenti e le misure adottate dallo Stato per contrastare questo fenomeno e il 75% pensa che si faccia troppo poco. E’ chiaro, quindi, che esiste una forte percezione del problema, ma c’è ancora poca conoscenza e informazione su come poter aiutare le donne che si trovano in difficoltà. Secondo gli intervistati occorrerebbero più leggi e più assistenza legale e strumenti di supporto economico a favore delle donne che hanno subito abusi. L’83% degli intervistati crede che sia necessaria la creazione di un fondo ad hoc garantito dallo Stato e destinato alle vittime. 

Spadafora: “In arrivo i fondi per i centri antiviolenza”

Secondo un’indagine realizzata da Istat in collaborazione con il Dipartimento per le Pari Opportunità, le Regioni e il Consiglio Nazionale della Ricerca, nel 2017 sono state 49.152 le donne che si sono rivolte ai centri antiviolenza. Di queste 29.227 (più della metà) sono riuscite a intraprendere un percorso di uscita dalla violenza. Numeri ancora inquietanti ma che danno un segnale positivo per quanto riguarda la volontà di reagire da parte delle vittime di abusi. Finora sono state poche le donne che hanno denunciato i propri partner per paura di ritorsioni, per la reputazione o per mille altri motivi. Alcune di loro, purtroppo, hanno perso la vita. I centri antiviolenza svolgono un lavoro molto importante ma ad oggi hanno risorse limitate e molti casi da affrontare. Ne è consapevole Vincenzo Spadafora, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alle Pari opportunità e ai giovani, che su Repubblica ha dichiarato che “una delle destinazioni concrete di parte dei fondi del 2019 sarà per un fondo ad hoc, equo e duraturo, in favore delle vittime. Come seconda iniziativa, pensiamo di favorire l’istituzione di strutture di accoglienza per il pronto intervento, con un primo supporto legale, in tutte le Regioni, dove ospitare le donne vittime di violenza nella fase intermedia che va dalla decisione di denunciare alla presa in carico da parte dei centri antiviolenza”. Nel frattempo le pallavoliste azzurre, Paola Egonu e Cristina Chirichella, sono le testimonial della campagna social #lapartitaditutti, per sostenere le donne che subiscono violenze con il numero 1522 da contattare in caso di necessità. 


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