Chi vinse davvero la Guerra di Troia?

Di Dimitris Michalopoulos

A cura di Luigi Tramonti

INTRODUZIONE

Di Luigi Tramonti

Nell’ambito della divulgazione dei testi del Professor Dimitris Michalopoulos trova posto questo interessante saggio. Michalopoulos analizza Iliade e Odissea da un punto di vista nuovo: il combinato disposto tra la Questione Omerica più propriamente detta, i discorsi di Dione Crisostomo e gli studi di Konstantinos Paparregopoulos prima e Gilbert Murray poi porta l’accademico ateniese a formulare una nuova versione dei fatti di Troia, descritti nelle omeriche Iliade e Odissea senza soluzione di continuità.

In questa interessante rilettura i Dardani non recitano più la parte degli sconfitti e degli esuli che, fuggendo, arrivarono fino nel Lazio ma acquistano la dignità dei vincitori che, disperse le armate della Lega Achea e assistito al crollo del mondo monarchico dei re achei sotto la spinta delle invasioni doriche, arrivarono addirittura creare colonie proprie nel Mediterraneo.

Come era inevitabile che fosse un’interpretazione simile mette in discussione molti dati considerati consolidati e quasi certi da centinaia di filologi. Altrettanto inevitabile è a questo punto il ritorno all’attualità dell’annosa questione omerica: chi fu Omero? A cosa sono da imputare gli anacronismi presenti nella sua Opera? Visse a cavaliere del crollo del mondo monarchico e la nascita di quello aristocratico o narrò in seguito avvenimenti cui non aveva preso parte? A molte di queste domande ancora non abbiamo risposta univoca, ad altre troverete stimolanti risposte nei capitoli che seguono.

L’esito della guerra di Troia

Fu Konstantinos Paparrēgopoulos, lo storico “nazionale” della Grecia moderna, a notare che, per quanto riguarda la guerra di Troia e il suo esito, esiste una versione diversa da quella predominante[1] , e questa versione – per così dire “paradossale” ci è stata narrata da Dione Crisostomo (40-120 d.C.), il famoso retore greco che, nato in Asia Minore, fu coperto di gloria e lodi dai sovrani dell’impero romano di quel tempo. Dione scrisse ottanta discorsi, uno dei quali, l’undicesimo, si riferisce alla guerra di Troia, che, secondo il nostro retore, finì nella sconfitta non dei Troiani ma degli Achei.

Il ragionamento di Crisostomo (= Bocca d’oro) è rigorosa: se i Troiani fossero stati sconfitti, i vincitori, cioè gli Achei, non sarebbero tornati tutti a casa; avrebbero, invece, fondato una colonia sulle rovine di Troia distrutta. In altre parole, non avrebbero mai lasciato il territorio conquistato dopo tante sofferenze. In senso opposto, dopo la fine della famosa guerra, ci furono i Troiani a stabilire colonie in Italia e persino in Grecia. Infatti, i re degli Achei furono sterminati, con le sole eccezioni di Ulisse, che fu costretto a vagare per il mondo intero per dieci anni, di Nestore, re di Pilo, e di Menelao, re di Sparta.

Ulisse evitò a lungo il suo ritorno ad Itaca perché temeva i “pretendenti” che, in verità, non gli bramano la moglie, Penelope, ma lo scettro, mentre Nestore, il vecchio saggio, aveva paura di aiutare Telemaco, figlio di Ulisse, che stava cercando di assicurarsi la successione a suo padre[2]. E Menelao fuggì in Egitto e vi rimase fino alla morte di Egisto, che altri non era se non l’assassino di suo fratello Agamennone e l’usurpatore del suo trono. Il solo fatto che quasi tutte le monarchie “omeriche” furono abbattute poco dopo la fine della guerra di Troia a causa della “discesa dei Dori” è una prova sufficiente che l’esito della guerra narrata da Omero non fu quello che ancor’oggi si crede. Se gli Achei fossero stati vincitori, avrebbero potuto fermare l’invasione dei Dori, “nuovi barbari”.

Le due Argo

K. Paparrēgopoulos arrivò –tacitamente- alla stessa conclusione con Dione Crisostomo, grazie ad alcune brillanti riflessioni che fece dopo aver letto e riletto i testi omerici. Paparrēgopoulos, prima di tutto, scoprì, che Omero non conosceva né le Isole Ionie né il Peloponneso, dove, tuttavia, si trovavano i regni della maggior parte degli eroi dei suoi poemi[3]. Tutto ciò che l’antico poeta racconta di queste regioni dell’Ellade è “fittizio o impreciso”, osserva il grande storico della Grecia moderna[4], e questa sua osservazione può essere considerata come una –seppur timida- allusione all’undicesimo discorso di Dione Crisostomo.

Qualche tempo dopo, Gilbert Murray (1866-1957), docente di greco classico all’Università di Oxford nel Regno Unito, intervenne nel dibattito. L’eminente ellenista (grecista) ribadì in buona sostanza la tesi di Dione Crisostomo e fornì nuove prove sulla veridicità dell’opinione dell’antico retore. La più importante di queste prove consiste nell’uso, da parte di Omero, dell’aggettivo hippovoton, con il quale il poeta antico designa Argo[5], una città che si suppone fosse nel Peloponneso. Hippovoton in greco antico però significa: “paese in cui si pratica l’allevamento di cavalli”[6].

Tuttavia, osservò G. Murray, nel Peloponneso non si praticò mai l’allevamento sistematico di cavalli[7]. D’altra parte, la regione greca famosa per i suoi cavalli era la Tessaglia[8], che poteva essere considerata una grande “stazione di monta equina”. Il significato originale, inoltre, della parola argos (Argo) in greco antico è “pianura”[9]. Omero, quindi, quando parla di Argo, non si riferisce ad una città del Peloponneso, ma ad una grande pianura, quella tessalica con ogni probabilità, dove c’erano “cavalli moltissimi[10]. Tale tesi viene corroborata dalla toponomastica, poiché il toponimo Argos si trova quasi ovunque nella Grecia antica[11].

Intanto Murray non esitò ad andare oltre. Spiegò, infatti, che ‘l’affinità di sangue” tra gli Ateniesi e gli Ioni dell’Asia Minore, tanto esaltata dall’antichità ai giorni nostri, era solo un mito inventato per ragioni chiaramente politiche[12]. Ciò significa che Erodoto, secondo cui gli Ateniesi erano Pelasgi “ellenizzati”[13], come pure il nostro Dione Crisostomo, il quale nel suo undicesimo discorso spiega che i grandi eroi del Peloponneso erano immigrati dall’Asia Minore, avevano ragione. È chiaro, infatti, che Pelope, da cui il Peloponneso ricevette il proprio nome (Pelopos nesos = l’isola di Pelope) era un Frigio entrato e stabilitosi in Grecia[14]; e Agamennone e Menelao erano i discendenti di quel Frigio, cioè di Pelope.

La questione omerica

Detto questo è la questione omerica che, ancora una volta, emerge maestosamente. Per riassumere: Omero non conosceva il Peloponneso e neppure le Isole Ionie. Parlava di “Argo”, città del Peloponneso, attribuendole tuttavia le caratteristiche di un altro “argos”, cioè di una “pianura” trovatasi nella parte settentrionale della Grecia antica. Inoltre, la storia della guerra tra Achei (o Danai, o ancora Argivi) e Troiani, non viene raccontata da Omero in modo completo. Di fatto, l’Iliade è solo la narrativa poetica di eventi che ebbero luogo nel corso di cinquantanove giorni, mentre l’Odissea di soli trentanove[15]. La lingua omerica è una miscela artificiale di quasi tutti i dialetti dell’antica Grecia[16], sebbene si riveli una certa preferenza per il linguaggio ionico[17].

Tanto l’Iliade che l’Odissea inoltre sono caratterizzate da incongruenze e anacronismi, la più grave delle quali è la cremazione dei morti. È noto che tale cremazione fu adottata dal mondo greco dopo la discesa dei Dori, cioè dopo la fine della guerra di Troia[18]. Eppure il corpo di Patroclo viene bruciato da Achille, suo amico[19]. Troppo anche se si suppone che Omero abbia vissuto verso la metà del IX secolo a.C., cioè al tempo di Esiodo, autore della Teogonia[20]. Contrariamente a Esiodo non si sa assolutamente nulla riguardo alla sua vita[21]: tutte le sue biografie sono “favole”; ed è sbagliato attribuire a lui altre opere oltre l’Iliade e l’Odissea[22] Questi due poemi, tuttavia, costituiscono un “insieme unitario”, elaborato secondo un piano preconcetto[23], il cui scopo era chiaramente “educativo”[24]; e ciò si capisce bene se si considera che i poemi omerici insegnano soprattutto la Giustizia[25] e il rispetto per il Divino. [26] 

Ecco dunque che la questione sorge imperativamente: chi era Omero?

Ecco una domanda alla quale si deve dare risposta nel prossimo futuro.

Note

[1] Konstantinos Paparregopoulos, Historia tou Hellīnikou Ethnous (= Storia della Nazione Greca), vol. I (Atene : « Galaxias », 1969 [prima edizione nel 1860]), p. 59.

[2] A. Gregorogiannes, Ho Meizon Hellenismos (= L’Ellenismo maggiore), Atene: “Herakleitos”, 1970, p. 145sqq.

[3] K. Paparregopoulos, Historia tou Hellenikou Ethnous, vol. I, p. 117.

[4] Ibidem.

[5] Iliade, II, 187.

[6] Anestes Kōnstantinides, Mega Lexikon tes Hellenikes Glosses (= Il Gran Dizionario della lingua greca), vol. II (Atene: Anestēs Kōnstantinidēs, 1902), p. 534B, voce « hippovotos ».

[7] Gilbert Murray, A History of Ancient Greek Literature. Tradotto in greco da Simos Menardos (Atene: Dēm. N. Papademas, 19642), p. 29

[8] K. Paparregopoulos, Historia tou Hellēnikou Ethnous, vol. II (Atene : « Galaxias », 1969), p. 15.

[9] K. Paparregopoulos, Historia tou Hellēnikou Ethnous, vol. I, p. 160.

[10] G. Murray, A History of Ancient Greek Literature, p. 29.

[11] A.Konstantinides, Mega Lexikon tēs Hellēnikēs Glōssēs, vol. I (Atene : Anestēs Kōnstantinidēs, 1901), p. 373B, voce “Argos”; K. Paparrēgopoulos, Historia tou Hellīnikou Ethnous, vol. I, pp. 169-170.

[12] G. Murray, A History of Ancient Greek Literature, pp. 18-19.

[13] Erodoto, Storie, 1. 56.

[14] K. Paparregopoulos, Historia tou Hellenikou Ethnous, vol. I, p. 23.

[15] K. D. Georgoules, voce « Homeros » (= Omero), Threskeutike kai Ethikē Enkyklopaideia (= L’Enciclopedia morale e religiosa), vol. IX (Atene : Ath. Martinos, 1966), colonna 900.

[16] Ibidem, colonna 901.

[17] Ibidem.

[18] K. D. Georgoules, voce « Nekroi» (=[I] Morti), Thrēskeutikē kai Ēthikē Enkyklopaideia, vol. IX, colonne 379.

[19] Iliade, XXIII, 76, 139-141.

[20] Erodoto, Storie, 2. 53.

[21] K. D. Georgoules, voce « Homēros », Thrēskeutikē kai Ēthikē Enkyklopaideia, vol. IX, colonna 896.

[22] Ibidem, colonna 900.

[23] Ibidem, colonne 899, 900.

[24] Ibidem, colonne 901; K. Paparregopoulos, Historia tou Hellīnikou Ethnous, vol. I, p. 60 sqq.

[25] Per esempio : Iliade, XVI, 384-388.

[26] Per esempio : Odissea, III, 48.

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