Vi diamo i soldi, ma alle nostre condizioni

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In principio fu De Gasperi, anche se, naturalmente, la storia risale allo scellerato patto firmato da Mussolini con Hitler che marchia il Paese della responsabilità degli sconfitti, nonostante il contributo della lotta partigiana alla liberazione d’Italia.

Il piano Marshall

Quando De Gasperi arriva a Washington nel gennaio del 1947, l’Italia è in ginocchio. E lui è determinato ad ottenere gliaiuti economici necessari alla ricostruzione, a qualunque costo.

Il prestito (parte del cd. Piano Marshall) viene deliberato, ma gli USA, proprio come fanno le banche, chiedono e ottengono garanzie che si concretizzano nella nomina di un nuovo governo presieduto dallo stesso De Gasperi ma epurato da ogni ministro di Sinistra (rafforzato dall’ascesa del liberale, ex governatore della Banca d’Italia e monarchico Luigi Einaudi alla Presidenza della Repubblica).

Vi diamo i soldi, ma voi li spendete secondo le nostre direttive, ovvero vi adeguate al nostro modello di società e di sviluppo. Questo è il patto.

L’Italia rinuncia da quel momento in poi ad autodeterminare la propria politica nazionale (e naturalmente internazionale). L’onda lunga dell’adesione al Piano Marshall arriva ai giorni nostri, ed influenza pagine oscure della nostra storia.

La storia si ripete

I limiti alla nostra autodeterminazione costituiscono la chiave di lettura dell’intera storia repubblicana. Pur di contrastare l’ascesa del democraticissimo Partito Comunista (il cui consenso rivaleggia con quello della DC), viene permesso al Paese di indebitarsi per colmare le lacune di politiche fallimentari portate avanti da governi graditi agli USA.

Poi, superata la sterile contrapposizione tra blocco orientale e occidentale, l’Alleanza Atlantica si è trasformata in una Unione Europea in orbita americana dove le nazioni più ricche dettano le regole, imponendo al propria cultura economica e sociale, e in parte anche i loro interessi.

I soldi stanziati dalla UE per la ricostruzione post-covid (ma la distruzione comincia ben prima) sono anch’essi condizionati ad alcune garanzie, della stessa natura di quelle chieste da Truman 74 anni fa: un ex governatore della banca d’Italia a capo di un governo super partes (o di unità nazionale, che è lo stesso). Mario Draghi.

Vi diamo i soldi, ma voi li spendete secondo le nostre direttive, ovvero vi adeguate al nostro modello di società e di sviluppo.

Mario Draghi, il garante

Presentato prima come “salvatore dell’euro” e poi “della patria”, Draghi ha sempre sostenuto le politiche economiche ultraliberiste dell’Unione Europea di questi anni.

Fu lui ad avere un ruolo centrale nella soluzione della crisi finanziaria che mise in ginocchio la Grecia, poi a firmare la lettera indirizzata all’Italia che chiedeva drastiche misure applicate poi dal Governo Monti.

È lui l’uomo di fiducia che permette l’arrivo dei fondi e la loro gestione secondo le linee guida previste. Non dalla politica, ma da chi ce li concede.

Una questione di Realpolitik

Non è un caso se, con tempismo perfetto, una spregiudicata (apparentemente assurda) manovra di palazzo ha abbattuto il governo in carica portando il paese al commissariamento. Finalmente ci si accorge che il calcolo di Renzi, andava oltre il personalismo di Italia Viva e prefigura altri mandanti dietro di lui.

Il fatto è che noi di questi soldi ne abbiamo bisogno, e che non ci distinguiamo per onestà e trasparenza, a partire dal nostro primato nell’evasione fiscale. Non abbiamo le referenze per legittimarci come interlocutori affidabili all’esterno.

Per questo dobbiamo ammettere che l’appartenenza, seppure condizionata, al blocco occidentale, costituisce anche –  forse soprattutto – una opportunità: l’ammortamento del debito pubblico, l’inflazione controllata, la tenuta (bene o male) del nostro welfare: cose che da soli non potremmo permetterci neppure lontanamente.

Avevo scritto che “Siamo gli invitati poveri ad una tavola di ricchi; non possiamo comportarci come vogliamo (e non è detto che sia il modo migliore) ma in compenso riusciamo a mangiare”. Non è poco, ma il costo è alto, e trasversale in ogni settore della nostra vita, se la parola “libertà” ha ancora un valore.

La gestione unitaria della pandemia

A questa sudditanza politica riconduco anche la strategia di contrasto alla pandemia, in particolare anche la rigidità da parte del governo a modificare il protocollo di cure domiciliari secondo le esperienze dei medici di base, che sposta l’attenzione sulla cura, più che sul vaccino.

Per chi non ha seguito la vicenda: un gruppo di medici di medicina generale organizzato nel Comitato Cura Domiciliare Covid 19 ha sperimentato l’efficacia di cure domiciliari ed ha presentato un’istanza cautelare al Tar del Lazio per sospendere il fallimentare protocollo adottato (la “vigile attesa con Paracetamolo”).

Nonostante il Senato avesse riconosciuto la necessità di istituire un tavolo di lavoro per la revisione delle linee guida nazionali per la cura domiciliare precoce, il Ministero della Salute e di Aifa hanno fatto ricorso in appello  contro la decisione del Tar.

https://www.terapiadomiciliarecovid19.org/

Nessun complotto, solo politica, nell’accezione peggiore del termine: stavolta il governo non cerca il consenso dei cittadini, ma degli alleati europei.

Valorizzare il nostro welfare

Al netto delle difficoltà incontrate, dopo più di un anno possiamo cominciare a renderci conto che avremo solo da guadagnarci ad adeguare le strategie emergenziali alle risorse del nostro welfare, tra cui la tanto bistrattata medicina di base.

Invece, anziché puntare sul rapporto medico-paziente, cercando di personalizzare i protocolli di cura adeguandoli alla persona, appiattiamo le politiche sanitarie limitando la facoltà di curare in “scienza e coscienza”, e puntando tutto sulla vaccinazione di massa.

Una strategia più adatta ai Paesi privi di welfare, che all’Italia. Una questione che mescola una cultura medica che guarda più alla medicalizzazione che alla prevenzione, e gli inevitabili corollari economici.

Capisco che, dall’esterno, può apparire come un pericoloso precedente in grado di mettere in discussione le decisioni prese ai massimi livelli internazionali. Non mi spiego altrimenti la rigidità del governo nel confrontarsi con i medici che  si rifiutano di allinearsi.

Ognuno al suo posto

Insomma: la sensazione è che se ci si vuol sedere a tavola, occorre rispettare le regole dei padroni di casa, che sono ben disposti a darci una mano, ma non di correre il rischio che creiamo loro problemi.

La pandemia ci ha ricordato il nostro perpetuo condizionamento a orientamenti sovranazionali; ma anche quanto poco abbiamo fatto in tre quarti di secolo per provare ad affrancarci dalla nostra condizione di Paese vinto.

Solo l’impegno dei tanti individui che restituiscono il loro valore aggiunto alla collettività evita di farci precipitare nel baratro. Ma non riuscire a mettere a sistema quanto di meglio siamo in grado di offrire, prima o poi finirà col vanificare anche questi sforzi.

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Sono nato a Firenze nel 1968. Dai 19 ai 35 anni ho speso le mie giornate in officine, caserme, uffici, alberghi, comunità – lavorando dove e come potevo e continuando a studiare senza un piano, accumulando titoli di studio senza mai sperare che un giorno servissero a qualcosa: la maturità scientifica, poi una laurea in “Scienze Politiche”, un diploma di specializzazione come “Operatore per le marginalità sociali”, un master in “Counseling e Formazione”, uno in “Programmazione e valutazione delle politiche pubbliche”, un dottorato di ricerca in “Analisi dei conflitti nelle relazioni interpersonali e interculturali”. Dai 35 ai 53 mi sono convertito in educatore, progettista, docente universitario, sociologo, ma non ho dimenticato tutto quello che è successo prima. È questa la peculiarità della mia formazione: aver vissuto contemporaneamente l’esperienza del lavoro necessario e quella dello studio – due percorsi completamente diversi sul piano materiale ed emotivo, di cui cerco continuamente un punto di sintesi che faccia di me "Ein Anstàndiger Menschun", un uomo decente. Ho cominciato a leggere a due anni e mezzo, ma ho smesso dai sedici ai venticinque; ho gettato via un’enormità di tempo mentre scrivevo e pubblicavo comunque qualcosa sin dagli anni ‘80: alcuni racconti e poesie (primo classificato premio letterario nazionale Apollo d’oro, Destinazione in corso, Città di Eleusi), poi ho esordito nel romanzo con "Le stelle sul soffitto" (La Strada, 1997), a cui è seguito il primo noir "Sotto gli occhi" (segnalazione d’onore Premio Mario Conti Città di Firenze, La Strada, 1998); ho vinto i premi Città di Firenze e Amori in corso/Città di Terni per la sceneggiatura del cortometraggio "Un’altra vacanza" (EmmeFilm, 2002), e pubblicato il racconto "Solitario" nell’antologia dei finalisti del premio Orme Gialle (2002). Finalista anche nel 2014 al festival letterario Grado Giallo, sono presente nell’antologia 2016 del premio Radio1 Plot Machine con il racconto "Storia di pugni e di gelosia" (RAI-ERI). Per i tipi di Delos Digital ho scritto gli apocrifi "Sherlock Holmes e l’avventura dell’uomo che non era lui" (2016), "Sherlock Holmes e il mistero del codice del Bardo" (2017), "Sherlock Holmes e l’avventura del pranzo di nozze" (2019) e il saggio "Vita di Sherlock Holmes" (2017). Negli ultimi anni lavoro come sociologo nell’ambito della comunicazione e del welfare, (in particolare mi occupo di servizi socio-sanitari, disabilità e violenza di genere, di cui curo una collana di pubblicazioni), e svolgo attività di docenza e formazione in ambito universitario. Tra i miei ultimi saggi: "Modelli sociali e aspettative" (Aracne, 2012), "Undermedia" (Aracne, 2013), "Deprivazione Relativa e mass media" (Cahiers di Scienze Sociali, 2016), "Scenari della postmodernità: valori emergenti, nuove forme di interazione e nuovi media" (et. al., MIR, 2017), Identità, ruoli, società (YCP, 2017), "UniDiversità: i percorsi universitari degli studenti con svantaggio" (et. al., ANCI, 2018). Con "Linea Gotica" (Damster, 2019) ho vinto il primo premio per il romanzo inedito Garfagnana in giallo Barga noir. Il breve saggio "Resistere è fare la nostra parte" è stato pubblicato nel numero 59 della rivista monografica Prospektiva dal titolo “Oltre l’antifascismo” (2019). Dal 2015 curo il mio blog di analisi politica e sociale osservatorio7 (www.osservatorio7.com, oggi su www.periodicodaily.com). Tutto questo, tutto quello che ho fatto, l’ho fatto a modo mio, ma più con impeto che intelligenza: è qui che devo migliorare.