Vertici aziendali: compensi d’oro negli anni della decrescita

La disparità retributiva in un momento storico delicato. Un tema alquanto scottante.

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Vertici aziendali

Gli ultimi accadimenti hanno riacceso i riflettori su un tema scottante, ma troppo spesso trascurato: i compensi d’oro dei vertici aziendali italiani. In particolare di coloro che dirigono imprese il cui azionista di maggioranza è lo Stato.

Ora, mettere in discussione i meccanismi di retribuzione dei supermanager è giusto. Soprattutto se la discussione non rimane sul piano morale. Commentarli, si sa, significa addentrarsi lungo un sentiero scivoloso. Si corre il rischio di cadere nel baratro del facile populismo a ogni passo.

Vale forse la pena, per evitarlo, di premettere una convinzione. All’interno di un’organizzazione è giusto che vi siano divari, anche notevoli, tra i compensi dei suoi addetti. È giusto che chi ha maggiori responsabilità, più profonde competenze, e migliori risultati guadagni di più di chi ne ha meno. È giusto che il merito sia un elemento differenziatore costante e sia premiato purché comprovato dai fatti.

Compensi d’oro dei vertici aziendali

Ciò premesso ci sono dei limiti, che però non andrebbero valicati. In molte imprese, vigono sistemi più o meno formalizzati. L’entità degli aumenti retributivi sono strettamente legati ai risultati ottenuti dai diversi operatori.

Proviamo però a domandarci se è utile per la società legare così strettamente la retribuzione del manager a parametri puramente finanziari. La struttura e l’entità della retribuzione di alcuni manager è anche l’effetto di una concezione sganciata dalla realtà economica. Soprattutto da ogni logica di responsabilità sociale.

Un’oligarchia privilegiata lontana dai bisogni e dagli interessi della gente. E il cui
comportamento non solo accentua le disuguaglianze sociali, ma rischia di distruggere la ricchezza del paese. Per lo meno nel senso di operare grandi sperequazioni nella distribuzione della ricchezza.

In sintesi, quando il divario remunerativo tra il vertice e la base di qualunque azienda diventa eccessivo e immotivato, ne conseguono sempre problemi economici, sociali e ambientali.

Un suggerimento prezioso risale addirittura a Platone. Il quale raccomandava, per costruire una società armoniosa e prospera, che la ricchezza dell’uomo più ricco non oltrepassasse mai il quadruplo degli averi del cittadino più povero.

In tempi più recenti il padre del marketing Peter Drucker si è espresso in merito, adattando l’aurea regola platonica ai nostri tempi. A suo parere, la paga di ogni amministratore delegato dovrebbe raggiungere, al massimo, una cifra equivalente allo stipendio medio di un lavoratore moltiplicato per 25. 


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Compensi d’oro come variabile indipendente

Il rapporto fra le retribuzioni del management e quelle dei dipendenti nel 1980 era in media di 45:1. Attualmente si è superato quota 500:1. Si tratta molto spesso di
compensi autoassegnati, la cui straordinaria lievitazione non è stata per nulla frenata
dal contemporaneo crollo dei profitti aziendali.

“Compensi d’oro” ai vertici aziendali, cui si aggiungono tanti altri privilegi e benefici. Fino alle liquidazioni milionarie che sono troppo spesso indipendenti dai risultati del bilancio delle imprese. Si annoverano le buonuscite garantite in precedenza con contratti che prescindono dai risultati ottenuti. Vedi i casi di Ferrovie dello Stato, di Alitalia, e Inps.

“Premi” che non sono minimamente giustificati dai risultati e spesso dipendono da meccanismi decisionali formalmente corretti, ma nella sostanza distorti dall’intreccio di interessi. La potenziale collusione fra supermanager, grand commis della pubblica amministrazione e politici.

«Siamo impegnati in un gioco in cui non possiamo vincere. Alcuni fallimenti sono migliori di altri, questo è tutto.» (George Orwell)

La “situazione” in Italia

I dati in Italia, sono questi:

Tra il 2015 e il 2020, la presidente della grande azienda elettrica, Patrizia Grieco, ha visto il suo stipendio lievitare del 360%. Passa da 145 mila a 666 mila euro annui. Non è stata confermata nell’incarico nella recente tornata di nomine, ma “riciclata” presso il Monte dei Paschi di Siena. Perché all’interno della casta nulla si crea e nulla si distrugge.

Quanto all’amministratore delegato, Francesco Starace il compenso è cresciuto “soltanto” del 270%. Passa da 1,5 milioni nel 2015 a 5 milioni e 486 mila euro nel 2020. Mentre per il presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, il compenso da 62 mila euro l’anno passa a 150 mila euro.

Senza citarli tutti, seguono i capi azienda delle altre partecipate dello Stato. Da Fincantieri a Poste Italiane, da SNAM a Italgas. I loro stipendi annui si situano in una forchetta che va dai 1,2 milioni ai 1,6 milioni.

Ora il nocciolo della questione qual è? E’ che lo Stato è azionista di maggioranza relativa di tutte queste imprese. Pertanto detiene il potere di controllarle. Forse è bene rammentarsi che lo Stato siamo noi e il potere cheesercita ci appartiene. Secondo la Costituzione.

E soprattutto, in questo momento tragico in cui moltissimi fanno fatica a ricevere sussidi e cassa integrazione, è legittimo che in un quadro del genere, qualcuno guadagni ancora oltre 5 milioni di euro l’anno?


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