Val di Stava: 34 anni fa il disastro che distrusse Tesero

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Era il 19 luglio 1985 quando avvenne il disastro della Val di Stava, causato dal cedimento dei due bacini di decantazione di una miniera, che provocò un’onda di acqua e detriti che distrusse la frazione di Stava, in comune di Tesero, uccidendo 268 persone.

Sono passati trentaquattro anni dal disastro della Val di Stava, in Trentino, che provocò la morte di 268 persone e la distruzione di un intero paese. Alle 12:22 del giorno del disastro, infatti, il bacino di decantazione superiore, che raccoglieva gli scarti di lavorazione della fluorite che veniva estratta nella miniera, cedette, riversando fango e acqua nel bacino inferiore che crollò a sua volta, provocando un’onda che in pochi istanti raggiunse il paese sottostante spazzando via persone, edifici e tutto ciò che trovò lungo la sua strada. Il passaggio dell’onda distruttiva, che si concluse solamente quando il fango e i detriti confluirono nel torrente Avisio, provocò 268 vittime, tra i quali 59 minori e la distruzione di tre alberghi, cinquantatré abitazioni, alcuni capannoni e otto ponti, oltre al danneggiamento di altre opere.

L’edizione de “La Stampa” del 20 luglio 185 parla del disastro avvenuto il giorno precedente

La miniera di Prestavel e i giacimenti di fluorite in Val di Stava

La miniera di Prestavel, già utilizzata dal XVI secolo per la produzione di galena argentifera, a partire dagli anni Trenta del XX secolo suscitò l’interesse di alcune società di estrazione mineraria a causa della presenza di grandi quantità di fluorite, moto utilizzata nell’industria metallurgica. Dopo la seconda guerra mondiale, in tempi diversi, ben quattro società gestirono la miniera. Fino al 1978, il giacimento fu retto prima dalla Montecatini Spa, poi dalla Montedison, che cedette l’impianto prima all’Egam e poi all‘Eni. Nel 1985, anno in cui avvenne il disastro, la miniera era utilizzata dalla Prealpi Mineraria.

Il primo bacino di decantazione, quello inferiore, necessario per contenere i materiali di scarto delle estrazioni di fluorite, fu costruito nel 1961, con un argine che, nonostante i progetti doveva raggiungere un’altezza di nove metri, fu innalzato a venticinque, andando a costituire una sorta di diga che sovrastava l’abitato di Stava. Nel 1969 venne costruito il bacino superiore con un’argine della stessa altezza del primo.

I due bacini di decantazione che crollarono il 19 luglio 1985

Gli appelli inascoltati sulla pericolosità dei bacini di decantazione

Negli anni Settanta, Giuseppe Zanon, sindaco di Tesero, paese immediatamente a valle della miniera, temendo per l’incolumità del territorio a causa dei due bacini, chiese una verifica sulla stabilità delle due strutture che contenevano grandi quantità di acqua mista agli scarti della miniera. Gli accertamenti vennero effettuati dalla Fluormine, società facente parte della Montedison, azienda che gestiva l’impianto. I risultati delle verifiche evidenziarono che la stabilità dei terreni sui quali erano situati i due bacini era al limite, accertando anche l’eccessiva pendenza di quello superiore. Nonostante queste scoperte, non fu fatto nulla per evitare la tragedia che pochi anni dopo sarebbe stata provocata proprio dalla rottura bacino superiore.

Anni dopo il disastro, un’apposita commissione ministeriale di inchiesta sulla tragedia di Stava, con la partecipazione di alcuni periti nominati dal Tribunale di Trento, stabilì che “tutto l’impianto di decantazione costituiva una minaccia incombente sulla vallata”, in quanto era stato progettato, costruito e gestito in modo da non garantire la sicurezza necessaria delle persone che risiedevano nella zona. La rottura degli argini e la successiva tragedia vennero quindi causate dall’instabilità dei bacini di decantazione.

I soccorsi in seguito al disastro della Val di Stava

La macchina dei soccorsi si mosse immediatamente. Migliaia di uomini si riversarono in quello che restava della Val di Stava per dare soccorso ai sopravvissuti e per il recupero dei corpi delle vittime. Quasi mille mezzi vennero utilizzati nel corso delle operazioni di soccorso, alle quali parteciparono Vigili Del Fuoco, Croce Rossa, Carabinieri, Polizia di Stato, Guardia di Finanza, Corpo Forestale dello Stato, Esercito.

Soccorritori al lavoro dopo l’inondazione che sconvolse la valle

Alla fine delle operazioni di soccorso si contarono 268 morti, uno dei quali deceduto in seguito alle ferite riportate. Cinquantanove ragazzi di età inferiore ai diciotto anni morirono in seguito all’onda distruttiva. A causa delle condizioni dei cadaveri, dilaniati dal fango e dalle rocce che si riversarono nella valle, non fu possibile effettuare il riconoscimento di alcuni corpi, per i quali in seguito venne dichiarata la morte presunta. I feriti furono una ventina.

L’entità dell’incidente fu subito chiara. L’inondazione interessò un area di 435.000 metri quadrati per una lunghezza di 4,2 chilometri, provocando la distruzione delle strutture esistenti. L’ammontare dei danni fu calcolato in circa 300 miliardi di lire. Oltre al tragico bilancio delle vittime e la distruzione degli edifici si calcolò che centinaia di alberi vennero distrutti, il che provocò un grave danno ambientale e paesaggistico.

Il processo e la condanna dei responsabili

Il processo contro i responsabili della tragedia si concluse nel 1992, quando dieci persone vennero condannate per i reati di disastro colposo e omicidio colposo plurimo. Tra i condannati ci sono i direttori che negli anni diressero l’impianto, coloro che costruirono i due bacini e i funzionari del Distretto Minerario della provincia Autonoma di Trento che non fecero i controlli sulle due vasche di decantazione. Montedison spa, Imeg spa, Snam (società del gruppo Eni) Prealpi minerarie e la Provincia di Trento vennero condannate al risarcimento danni in quanto responsabili civili della catastrofe.

Il disastro della Val di Stava, come quello del Vajont, è stato una tragedia che si sarebbe potuta evitare se le autorità predisposte ad effettuare i controlli si fossero impegnate a svolgere seriamente il proprio lavoro. Purtroppo, come troppe volte è successo, si è voluto scegliere l’interesse economico a discapito della sicurezza delle persone.

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In seguito alla tragedia, venne istituita la Fondazione Stava 1985 con il compito di tenere viva la memoria di ciò che accadde trentaquattro anni fa. Tra gli enti fondatori, oltre all’associazione dei sopravvissuti, figurano anche i comuni di Tesero, Cavalese e Longarone, quest’ultimo distrutto nel disastro del Vajont.

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