Una vita che ha fatto la storia: Werner Herzog intervista Michail Gorbachov

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Michail Gorbachov

Werner Herzog, in occasione del Biografilm Festival, ha presentato a Bologna il suo film-documentario “Meeting Gorbachov” nel quale intervista il leader sovietico ripercorrendone la storia personale e politica. Dopo la prima presso il cinema Orione, il film è stato proiettato nuovamente in piazza Maggiore, introdotto da una breve intervista al regista su questo suo ultimo lavoro.

Introduzione di Herzog

Herzog, introducendo il film, ha dichiarato che quella a Gorbachov non può considerarsi una vera e propria intervista, ma più che altro una conversazione con quello che può essere considerato un soldato che ha combattuto per il miglioramento delle condizioni di vita del popolo russo e dell’umanità tutta. Herzog ammette di non avere le capacità di un giornalista per poter intervistare il Premio Nobel russo, anche perché il suo scopo era quello di raccontare l’uomo e non il politico. A questo “eroe” del XX secolo va la riconoscenza del tedesco per la sua importantissima azione per la riunificazione della Germania e per la politica per il disarmo. Gorbachov parla poco dell’attualità politica, sorvolando quasi su tutti i temi che riempiono oggi le pagine dei giornali da Putin a Trump alla Brexit, riferendosi a questi solo come si farebbe parlando di categorie universali e non di persone specifiche. Nel definire il personaggio storico, il regista tedesco paragona il leader russo a Fabio Massimo Cunctator, il Temporeggiatore, che vinse Annibale facendo retrocedere le proprie truppe. Come il comandante romano quasi scompare nei libri di storia, salvo l’approfondita analisi che ne fa Tito Livio di fronte al cartaginese sconfitto, così anche a Gorbachov l’attualità non riserva l’onore che gli spetterebbe, preferendogli personaggi minori, da un punto di vista storico.

Werner Herzog

L’infanzia di Gorbachov

Da tedesco a russo, il dialogo tra i due parte con le scuse di Herzog che ricorda all’ex segretario del partito comunista russo come probabilmente il primo tedesco da lui incontrato fosse probabilmente un soldato che avrebbe voluto ucciderlo. Michail Sergeevic, come più volte viene chiamato dal regista, ricorda invece che i tedeschi portarono biscotti allo zenzero nella sua piccola cittadina e pensava che “se un uomo può fare biscotti così buoni, non può essere cattivo”. Gorbachov ricorda poi la sua infanzia, il periodo trascorso con i nonni, il lavoro in campagna, essenziale per la sua crescita come persona e leader, la madre che non voleva inizialmente sposare il padre, la prima e fondamentale lezione ricevuto da questi, una volta tornato dalla guerra, quando gli disse di aver “combattuto finchè non c’era più niente da combattere” e che lui, Michail, “così doveva vivere”.

Università, teatro e Raisa

Il lavoro nei campi insieme al padre lo porta in giovanissima età a ricevere delle medaglie come miglior agricoltore dell’Unione Sovietica (la prima andò al padre che chiese inutilmente di condividerla col figlio, abilissimo a capire il problema di una mietitrice semplicemente ascoltandone il rumore). Durante l’ultimo anno di scuola si avvicina alla politica dimostrando al tempo stesso grandissime capacità come studente, tanto da essere ammesso alla facoltà di Legge (senza che sapesse lui stesso perché avesse scelto quell’indirizzo) che lascerà con il massimo dei voti. Durante gli anni universitari diventa uno dei più importanti leader tra gli studenti, frequenta dei corsi di teatro e durante uno spettacolo, durante il quale veniva messa in scena una caricatura del boodie woogie incontra Raisa, la donna che sposerà da lì a due anni e che sarà poi la prima “first lady” russa e la sua confidente più intima ed importante.

Gli anni a Stavropol

Terminati gli studi verrà respinto dalla procura centrale di Mosca e viene spedito nella sua città natale, Privolnoe, dove era nato nel 1931. Qui comincia a conoscere le condizioni di vita dei lavoratori dei quali si circonda costantemente e ai quali rivolge domande puntali ed estremamente tecniche. Visita la regione, quando la fortuna lo assiste su un camion, altre volte a piedi. Al suo arrivo i contadini gli dimostravano ogni volta la loro gratitudine ed adorazione. Un leader anomalo Gorbachov, si dirà tra la folla degli astanti. I leader non camminano. La sua azione nella campagna russa è ammirevole e numerosi sono i risultati positivi che ne scaturiscono. Durante un incontro ufficiale con Breznev, alla domanda di questi per conoscere i meriti del giovane leader comunista e nell’appuntargli la medaglia al petto, Gorbachov rispose dicendo solo “canale”, con riferimento ad un progetto nella regione di Stavropol a cui si era dedicato, fallendo, anche Stalin.

Nemeth e l’esperienza ungherese

Dopo questo incontro l’ultimo segretario comunista dell’URSS entra nel comitato centrale del partito. Tra gli anni ’70 ed ’80 la situazione economica in Russia è allo sbando. Le strade sono piene di persone in fila per acquistare beni di prima necessità da negozi vuoti. La fame spinge masse sempre più grandi di popolazione dalla campagna alla città, aggravando la situazione sociale, sanitaria ed economica del paese. Gorbachov comincia allora a viaggiare all’estero per imparare e per capire dove siano gli errori all’interno dei piani quinquennali. Soprattutto in Ungheria studia ed impara dagli agricoltori magiari che, insieme dal loro presidente Nemeth, riuscivano a produrre, con una popolazione di 10 milioni di persone, verdura frutta e carne per 80 milioni. Il presidente ungherese ricorda la praticità e la voglia di fare del russo. A differenza degli altri russi non era chiaramente in Ungheria per bere alcolici o per chiedere nuovi vestiti e cappelli, come avveniva in precedenza, ma solo per studiare il modo di fare business in quella nazione. Questa apertura all’Europa, diventerà il primo gesto che porterà Gorbachov a “scavare la fossa al sistema comunista”.

Miklos Nemeth

Segretario del Partito Comunista dell’Unione Sovietica

L’ascesa del giovane membro del comitato centrale del partito sta per cominciare. Nell’82 Breznev, in molti incontri ufficiali, non riesce a sollevare la mano. Alla sua morte gli succederà Andropov, che consiglia al “ragazzo di Privolnoe, quale suo mentore, di non limitare le sue conoscenze all’agricoltura ma di estenderle alla politica estera ed all’industria. Tredici mesi dopo il suo insediamento Andropov muore e a succedergli viene chiamato Cernenko. Questi non riesce a stare in piedi, è sorretto durante gli incontri ufficiali, è spesso in ospedale ed a volte la tv organizza finte tavole di discussione per dare l’impressione che il paese abbia un guida che in realtà non c’è. Dopo poco più di un anno muore anche Cernenko. Per capire chi sarebbe stato il nuovo leader e segretario del partito sarà necessario attendere il funerale. Il designato sarà quello a cui per primo verrà stretta la mano dalle varie delegazioni. Questa volta il primo è Gorbachov.

La perestrojka

Durante il discorso per i funerali di Cernenko, il nuovo giovane leader del partito, dopo aver espresso le lodi per il suo predecessore, come da rituale, parla per la prima volta di “Perestrojka”, ossia di quell’immenso piano di riforme che avrebbe progressivamente portato l’Unione Sovietica a nuove forme di democrazia e di apertura al mercato, oltre ad una riforma completa della società russa. La Perestrojka doveva essere la stella polare della nuova politica sovietica. Bisognava conoscere appieno la realtà, secondo le indicazioni di Gorbachov, il quale, parlando continuamente con il popolo scoprì la polvere sotto il tappeto. Conobbe il problema dei macchinari rotti che non venivano riparati, la povertà, il taccheggio diffuso, i vagoni pieni di merci abbandonati in stazioni dismesse. Era necessario riformare la cultura e la morale della politica e della società, superare quell’insensato desiderio di accumulare che nuoceva al paese, andare oltre quella stagnazione che appariva tanto come, secondo le parole del suo collaboratore Yakovlev, un circolo dove “i ciechi danno specchi ai sordi in cambio di balalajke”.

L’opinione dei leader stranieri

I rappresentanti delle varie nazioni straniere, dalla Thatcher a Reagan a molti leader delle repubbliche socialiste legate al Patto di Varsavia, apprezzarono subito le capacità e le intuizioni del nuovo leader comunista. Da molti veniva definito duro, ma capace e sicuramente diverso da ogni politico sovietico precedente. Il ritiro delle truppe dall’Afghanistan, secondo Schultz, Segretario di Stato dell’amministrazione Reagan, supportato in questo dal presidente americano, era un segnale a cui guardare con interesse e fiducia, nonostante la diffidenza della CIA e dei militari. Anche Lech Walesa, leader di Solidarnosc, pur con toni più ironici fu felice della nomina di Gorbachov a leader del partito comunista sovietico. “Vuoi riformare?” diceva il sindacalista polacco, “fallo, ora puoi”, sapendo bene che riformare il comunismo avrebbe poi portato al crollo dello stesso e alla libertà per molti popoli in Europa.

Lech Walesa

Glasnost e disarmo nucleare

Bisognava riformare e Gorbachov riformò. Oltre alla perestrojka il secondo grande punto del programma del leader sovietico fu la Glasnost, la chiarezza. Questa seconda parte del suo impegno politico partì in seguito all’esplosione della centrale nucleare di Chernobyl nel 1986. A chi gli diceva che “con un po’ di vodka passa tutto” Gorbachov rispondeva che “Chernobyl non passa” e che era tempo di cambiamenti totali.  E che questi cambiamenti dovevano passare attraverso il disarmo nucleare e la fine della guerra fredda. Su questo punto, nonostante una diffidenza iniziale, trovò un ascoltatore e sostenitore in Ronald Reagan, mentre ad ostacolare il progetto fu soprattutto la Thatcher la quale sosteneva che rinunciare alla possibilità di una guerra atomica avrebbe aperto la strada alle più pericolose e sanguinose guerre tradizionali. Gorbachov si disse pubblicamente sorpreso del fatto che un paese con una storia culturale ricca come quello inglese non vedesse la stupidità nascosta dietro gli armamenti nucleari.

Reagan e fine della Guerra Fredda

Fortunatamente con Reagan riuscì a trovare degli accordi e ridusse insieme all’America il numero delle bombe atomiche del 30% in seguito alla famosa stretta di mano di Reykjavik, presso una casa divenuta oggi meta di turisti che vogliono ricordare quel famoso accordo. Ricordando quegli anni il leader russo rivendica per sé stesso e per l’URSS l’orgoglio di essere stati i primi a muovere i primi passi per una politica del disarmo, considerando quella scelta “non un fallimento, ma una svolta” e riconoscendo i meriti degli Stati Uniti, con i quali in quegli anni ci fu una perfetta sintonia politica e senza la cui disponibilità non sarebbe stato possibile eliminare i missili a breve e medio raggio, “mettere fine alla guerra fredda e salvare la civiltà umana”. Gorbachov, parlando brevemente del presente, si dice poi preoccupato delle nuove politiche militari di Trump e Putin e dell’aumento degli armamenti cinesi. Riferendosi al leader russo e a quello americano (così come ad altri potenti della politica contemporanea), il consiglio che l’ex segretario à loro è quello di abbandonare la politica se non si comprende l’importanza del disarmo e della solidarietà tra i vari paesi. Dopo la stipula dei vari trattati d’amicizia tra le due superpotenze ed al ritiro dei sovietici dall’Afghanistan, l’apertura della Russia verso l’America continuò, come in occasione della Guerra del Golfo, durante la quale Gorbachov appoggiò la missione statunitense. La guerra fredda finì, chiosa il leader russo, perché non sarebbe stata possibile nessuna vittoria per nessuna delle due parti, ma solo la pace avrebbe potuto garantire la vittoria di tutti.

Reagan e Gorbachov firmano l’accordo sul disarmo

La Russia ed i suoi confini

Passando al rapporto tra Unione Sovietica ed Europa il leader comunista non minimizza la storica e quasi naturale paura della Russia nei confronti del vecchio continente, ricordando i rapporti difficili tra le due parti negli ultimi secoli ed i 20 milioni di morti in seguito alla Seconda Guerra Mondiale. Tuttavia, pur essendo questo timore comprensibile, l’Europa rimane “il confine più sicuro per la Russia”, considerando anche quanto accade a sud con l’Iran e la Cina.

L’Unione Sovietica e la libera Europa

Quando si parla d’Europa si tende a ricordare l’importanza del deterrente rappresentato dalla presenza delle basi nato nel continente o la costituzione dell’Unione Europea, ma Gorbachov ci tiene a ricordare l’essenziale ruolo dell’Unione Sovietica in ambito europeo, così come lo ricorda Herzog che ringrazia l’intervistato per il ruolo svolto nel processo di riunificazione pacifica delle due Germanie. Gli eventi politici in gran parte d’Europa e nella stessa Russia furono figli della perestrojka e della Glasnost. I 600 km di catena umana organizzata spontaneamente nelle repubbliche baltiche di Lituania Lettonia ed Estonia, le marce del lunedì in Germania accompagnate dall’urlo “noi siamo il popolo”, l’aver impedito il possibile lancio di missili su Francia ed Italia, il taglio del filo spinato che divideva Ungheria ed Austria, l’incontro tra Nemeth ed il presidente austriaco Alois Mock al confine, dopo che 200 metri di filo erano stati ricostruiti per filmare, al momento del taglio dello stesso, il riavvicinamento delle due nazioni e molti altri piccoli o grandi eventi ancora, accaddero grazie all’azione politica di Gorbachov, basti ricordare le garanzie da questi offerte al presidente ungherese in seguito al primo abbattimento delle recinzioni, quando il presidente russo disse al suo omologo magiaro che “finché ci sarà lui al Cremlino, per l’Ungheria non ci sarà un altro ‘56”.

Casa comune europea

Herzog torna poi a ringraziare Gorbachov per quanto avvenuto nell’89. Il Presidente allora ricorda come Mitterand, la Thatcher, Kohl (che nei primi incontri paragonava il russo a Goebbels prima di diventare suo intimo amico) e la Russia stessa spingessero per questa riunificazione e per una più forte unità europea a cui l’Unione che sarebbe stata appoggiata, nel suo processo di formazione, dalla Russia e a cui la Russia avrebbe aderito all’interno di una “casa comune europea e democratica”. Soprattutto nei confronti dei tedeschi è Gorbachov a dimostrarsi grato sottolineando come siano stati sempre profondi i contatti e gli scambi tra le due nazioni.

La fine dell’URSS

Dopo aver dimostrato a più riprese la sua gratitudine per l’attività politica svolta a beneficio dell’umanità, Herzog espone un dubbio circa le scelte attuate dall’ex leader sovietico. Gli chiede se, perestrojka, glasnost, apertura al mercato ed ogni altra decisione presa non abbia poi portato alla fine dell’impero sovietico e del sogno di apertura al mondo che il segretario portava avanti. Gorbachov risponde che nel mondo, da anni oramai, era in atto un movimento per la libertà e l’autodeterminazione dei popoli e che la fine dell’URSS sarebbe stata inevitabile. Quello che alcuni non capirono, però, fu che questa fine, questa transizione, poteva avvenire in maniera incontrollata o con degli accordi bilaterali, concedendo progressivamente maggiori diritti alle varie repubbliche che chiedevano l’indipendenza, ma “alcuni avevano fretta”. “Eltsin?” lo incalza Herzog. “Nell’agosto del 1991 era stata diffusa la falsa notizia dalla tv e dalla stampa della mia rinuncia alla carica di segretario e leader del paese a causa di gravi problemi di salute. In quei giorni la gente scese in piazza frustrata e smarrita. I carri armati per le strade vennero presi d’assalto dai manifestanti che se ne impossessarono. Eltsin salì su uno di questi, in maniera molto scaltra, ponendosi alla guida di manifestazioni che non avrebbe saputo altrimenti gestire. Io avevo registrato nel frattempo in Crimea un video che avrei voluto inviare alle tv occidentali, con il quale informavo la popolazione e l’opinione pubblica mondiale che ero in perfette condizioni di salute e che era in atto in Russia un colpo di stato”. Secondo l’ex segretario alle persone piacciono, soprattutto oggi, i politici avventati come Eltsin, leader capricciosi. Se ne avesse avuto la possibilità, Gorbachov avrebbe mandato “il suo successore” altrove, ma era ormai troppo tardi. “Era stato acceso un falò per fumare una sigaretta, invece di prendere un fiammifero, ed alla fine è bruciato tutto”.

Boris Eltis durante le manifestazioni del 1991

Il bilancio di una vita significativa

In chiusura di questa lunga intensa e bellissima intervista di Herzog, il regista indaga l’anima dell’uomo e mette da parte per un attimo l’analisi dello statista. Gli chiede se qualcosa, guardandosi indietro lo rattristi, pensando alle scelte fatte, Gorbachov, lento come un vecchio e saggio contadino, risponde semplicemente “mi dispiace per il popolo. Avrei voluto dare alla Russia più democrazia…e più socialismo”. Ricorda di non essere mai stato vendicativo e di aver alla fine ignorato quanto fatto ai suoi danni da Eltsin, anche perché dopo di lui non sono mancati leader politici che hanno utilizzato il potere a loro disposizione per garantirsene uno sempre maggiore. “A me importa di aver combattuto finchè non c’è stato più niente da combattere e di aver vissuto così” ripete Gorbachov riprendendo il primo insegnamento del padre “a me importa di aver conservato la mia dignità anche se adesso pochi se ne ricordano, come quando mi fu chiesto di firmare davanti alle telecamere le mie dimissioni ed io lo feci prima della diretta, per poter poi parlare direttamente al popolo russo”.

Raisa Gorbachova

L’anima di Gorbachov e Raisa

La grandezza di Gorbachov sta nella semplicità delle sue azioni e nella purezza del suo spirito, nel rapporto diretto con la gente, nell’aver orientato la sua azione politica verso il miglioramento della civiltà umana, nella sua infinita umanità, come traspare, fino alla commozione, nel ricordo di sua moglie Raisa, prima ed unica first lady russa, di cui ricorda, con nostalgia “l’odore, il sorriso, la persona, l’anima e tutto quello che si può ricordare di una donna che si è sempre amato e alla cui morte mi fu tolta la vita”. La poesia di un’anima riecheggia in quella di un componimento di Lermontov, poeta russo dell’800, i cui versi canta in chiusura di film, come avrebbe fatto ai tempi del teatro e dell’università.

“Nulla più aspetto dalla vita
e nulla rimpiango del passato,
cerco solo libertà e pace!”

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Sono Vittorio Musca, ho 39, sono originario di Torchiarolo, in provincia di Brindisi e vivo a Bologna anche se negli ultimi anni per studio o lavoro ho vissuto in Norvegia, Polonia, Repubblica Ceca e Germania. Ho conseguito due lauree. La prima in Scienze Politiche e la seconda in Lettere. Parlo inglese, italiano, spagnolo, tedesco e polacco. Mi piace leggere, prevalentemente classici della letteratura e della filosofia o libri di argomento storico, suono il clarinetto e provo, da autodidatta ad imparare a suonare il piano. Mi piacciono il cinema ed il teatro (seguo due laboratori a Bologna). Ho pubblicato un libro di poesie, "La vergogna dei muscoli, il cuore" e ho nel cassetto un paio di testi teatrali e le bozze di altri progetti letterari. Amo viaggiare e dopo aver esplorato quasi tutta l'Europa vorrei presto partire per l'Africa ed il Sud Est asiatico, non appena sarà concluso l'anno scolastico, essendo al momento impegnato come insegnante. I miei interessi sono vari (dalla letteratura alla politica, dalla società al cinema, dalla scuola all'economia. e spero di riuscire a dedicarmi a ciascuno di essi durante la mia collaborazione con peridicodaily.

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