L’acronimo FGM (Female Genital Mutilation”)  è la denominazione accreditata dalla WHO-OMS e recepita nei documenti ufficiali dell’ONU per indicare le mutilazioni genitali femminili conseguenti alle pratiche tribali di alcuni paesi del mondo quali il Togo, la Mauritania, il Mali , lo Yemen, l’Egitto, il Senegal, la Nigeria, la Somalia, l’Uganda etc. Non si tratta di una pratica circoscritta solo ai paesi nominati, ed anzi, è divenuta un problema crescente anche in Europa ed in particolar modo nel nostro paese visto che  l’Italia  è ormai il primo paese europeo per numero di donne mutilate: è fondata la stima secondo la quale tra le 20 e le 30 000 donne immigrate hanno subito una mutilazione genitale e circa 5 mila bambine rischiano la stessa sorte. Molte donne immigrate arrivano dopo aver subito questa pratica e alcuni genitori adottivi di bambini africani hanno scoperto che la figlia aveva subito questo genere di violenza. Altre, le più giovani, vengono sottoposte alla mutilazione o in Italia o durante un soggiorno nel paese d’origine dei migranti.

Le attuali tendenze demografiche ci consentono di calcolare che ogni anno circa tre milioni di bambine sotto i 15 anni si aggiungano a questa schiera e gran parte delle ragazze e delle donne che subiscono queste pratiche si trovano in 29 Paesi africani, mentre una quota decisamente minore vive in paesi a predominanza islamica dell’Asia.

In alcuni Stati del Corno d’Africa (Gibuti, Somalia, Eritrea) ma anche in Egitto e Guinea l’incidenza del fenomeno rimane altissima, toccando il 90% della popolazione femminile.

Non è questa la sede per entrare nelle particolarizzazioni di tali pratiche, in genere si distinguono la circoncisione, asportazione della punta del clitoride, con fuoriuscita di sette gocce di sangue simboliche; l’escissione al-wasat: con asportazione del clitoride e delle piccole labbra; l’infibulazione cioè l’asportazione del clitoride, delle piccole labbra, di parte delle grandi labbra. Il copioso sanguinamento viene controllato mediante cauterizzazione seguito dalla cucitura della vagina chiudendo il residuo di grandi labbra tra loro e lasciando solo un piccolissimo foro per permettere la fuoriuscita dell’urina e del liquido mestruale. Si annoverano anche interventi “misti” di varia natura sui genitali femminili.

Come motivazione delle FGML vengono addotti vari ordini di fattori: ragioni sessuali, soggiogare o ridurre la sessualità femminile; ragioni sociologiche, per esempio iniziazione delle adolescenti all’età adulta, integrazione sociale delle giovani, mantenimento della coesione nella comunità; ragioni igieniche ed estetiche, in alcune culture, i genitali femminili sono considerati portatori di infezioni e osceni; ragioni sanitarie, si pensa a volte che la mutilazione favorisca la fertilità della donna e la sopravvivenza del bambino.

Tutto un discorso andrebbe fatto sulle ragioni religiose o presunte tali: molti credono che questa pratica sia prevista dal Quran ma in realtà la pratica della circoncisione femminile è usanza preislamica, e risale addirittura al tempo dei Faraoni e, se è nelle società islamiche che essa è sopravvissuta maggiormente, si potrebbe anche ipotizzare all’opposto che si sia dovuto ad una minore ingerenza con cui la religione si sarebbe instaurata sulle antiche culture. Non sempre le culture che hanno accettato l’Islam come religione hanno cancellato tutte le loro tradizioni precedenti.

Effettivamente nel Quran l’infibulazione è una pratica  assolutamente vietata, così come qualsiasi pratica che porti al danneggiamento del corpo umano, sia maschile che femminile per il divieto di asportare una parte del corpo sana. Il punto è che Mohamed, il Profeta, dovette scontrarsi con un forte attaccamento a tali pratiche tradizionali nella società in cui egli si trovò a predicare. Per coloro che insistettero nel non voler rinunciare alla pratica della mutilazione genitale femminile, egli permise di praticarla solo simbolicamente: è possibile praticare una minima simbolica incisione purché non si danneggi in alcun modo il clitoride. Si effettua quindi una sorta di micro tatuaggio, che non ha conseguenze sul normale funzionamento del clitoride. A tal proposito, nel 2009 si è tenuta al Cairo, una riunione tra alti ranghi di istituzioni islamiche, durante la quale la pratica delle mutilazioni femminili è stata condannata  senza appello. Anche l’Imam al-Tantawi, morto nel 2010 è considerato tra i massimi esponenti della teologia Sunnita, rettore dell’Università al-Azhar del Cairo, si è schierato clamorosamente contro questa pratica con queste parole : “Questa pratica non viene menzionata nel Corano e neanche nella Sunna [cioè la raccolta dei detti del Profeta] perché l’Islam prevede la circoncisione solo per gli uomini ma non cita alcun obbligo per le donne”.

Nei paesi dove invece questa pratica si è perpetuata sotto forma di tradizione, per le donne non mutilate l’ostracismo della comunità può essere molto pesante. Per assicurare la perpetuazione della pratica, vengono messi in atto potenti sistemi di costrizione, che comprendono il rifiuto della donna non mutilata come sposa, il rischio di ripudio immediato della moglie che si rivelasse intatta, la derisione pubblica fino alla minaccia di mutilazione in pubblico al momento delle nozze.

In Togo, Mali e Senegal, come altrove in Africa, le ragazze non mutilate non possono servire i pasti per via della loro presunta impurità. In alcune comunità della Mauritania, le donne non escisse non possono essere seppellite con il rituale d’uso, e la famiglia procede all’asportazione del clitoride durante la preparazione della salma.

Curiosamente pare che furono gli antichi romani a segnalare e forse esportare per primi questa terribile usanza: pare che venisse praticata sulle schiave in modo da renderle, secondo erronei pregiudizi, più docili e governabili e meno inclini ad accoppiarsi e creare disordini.

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