Una bomba esplode in Irlanda nel primo pomeriggio del 15 agosto 1998. La Real IRA, organizzazione paramilitare contraria al processo di pace, rivendica l’attentato. Un ferragosto dell’orrore è quindi quello di Omagh, nell’Irlanda del Nord.

In un bel pomeriggio, mamme, bambini, ragazzi, uomini e donne si godono il sole, che è fantastico a quelle latitudini, fanno spese e passeggiano, magari annoiati, magari rilassati, magari divertiti, del tutto incuranti di vivere gli ultimi istanti della loro vita. Allora esplode la bomba. Un’esplosione che smembra, che spoglia, che terrorizza. Che uccide.

La potenza dell’esplosione è tale che molti corpi non vengono più ritrovati. Scoppiano anche le tubature dell’acqua. Le schegge di vetro e di metallo incandescenti piovono letteralmente sulla folla; proliferano gli incendi nei negozi vicini dovuti al calore.

Una telefonata è giunta alle 14:30 alla sede di Ulster Television. Si dicono pochissime parole: “C’è una bomba, vicino al palazzo di giustizia. L’esplosione è tra 30 minuti”. Alle 14.32 il telefono squilla anche all’ufficio di Coleraine dei Samaritani. Un uomo comunica alla centralinista che “questo è un allarme-bomba. Esploderà in 30 minuti, a Omagh”.
Il numero per le emergenze viene immediatamente avvertito e l’operazione di polizia ha inizio.

La polizia recinta la zona. Le strisce bianche e gialle circondano l’area e gentili agenti sospingono via la folla, allontanano i curiosi. Li spingono circa a 400 metri dal luogo incriminato, ma non sanno che la bomba si trova proprio 400 metri più in là. Sì, proprio lì, dove ora i passanti attendono fermi, dove tutti si credono al sicuro, dove si può godersi il sole in attesa che gli agenti terminino il loro lavoro.

Mezz’ora prima una Vauxhall Chevalier, targata MDZ 5211, rubata a Carrickmackross, in Contea Monaghan, due giorni prima, parcheggia in Market Street. I passanti ignorano che, chiusi nel bagagliaio, ci sono 140 chili di esplosivo a base di fertilizzante.

Sono le 15:10 in punto. Una bomba esplode in Irlanda, a Omagh, il 15 agosto 1998. La trapola è perfetta. Nessuno aveva mai compiuto un simile attentato. In 28 anni, una carneficina così non l’aveva mai fatta nessuno.

Ci sono 29 morti, 220 feriti. 9 bambini muoiono. Si scoprirà che una donna era incinta di due gemelli: le vittime salgono a 31 dunque.

I corpi sono irriconoscibili, senza identità, martoriati. Le immagini cruente.
Così arrivano ambulanze, vigili del fuoco: un concerto di sirene si alza tra le lacrime di chi è sopravvissuto. I vigili del fuoco scavano per ore tra le macerie. Si chiamano i medici, i volontari mettono a disposizione le auto per portare i feriti all’ospedale.

Tre giorni dopo, la Real IRA rivendica l’attentato. Afferma che “l’attacco è parte di una nuova stagione di lotta contro gli inglesi“. Poi chiede scusa per le vittime civili.

Omagh è l’azione più sanguinaria di tutti i Troubles. Un’azione inaspettata. L’accordo del Venerdì Santo infatti era stato firmato appena 3 mesi prima.
L’azione non ha nemmeno l’effetto sperato dall’IRA: i politici diventano più determinati a percorrere la strada della pace. L’opposto di quel che voleva l’IRA.

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