Un uomo e il mare: Ragnar Kvam

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L’attento traduttore impegnato nel trasportare all’animo italico il mondo interiore dell’inglese ‘home’, non potendo utilizzare sulla carta gli occhioni di ET mentre sussurra ‘telefono casa’, può ricorrere a vari stratagemmi come un vezzeggiativo, un sinonimo come ‘nido’ o più semplicemente una frase ben scritta che includa le parole ‘casa mia’. Il pronome possessivo aggiunge quella chimica di appartenenza, affetto e relazione stretta che la parola ‘home’ include nel suo stesso significato. Home quindi non è semplicemente il luogo dove si vive, ma quello dove ci si sente vivi e protetti. Per questa ragione non mi è mai nemmeno passato per l’anticamera del cervello dire che il mare è ‘casa mia’, perché sul mare galleggio, ci navigo, ci transito e ne ho una paura fottuta. Per Ragnar Kvam no. Per lui ‘the sea is my home’.

‘Il mare è casa mia, quando lasciai il lavoro e partii da Oslo, il mare era il mio obiettivo. Essere in mare, quello era quello che volevo. Bello farsi due birre a terra con gli amici, ma vivere l’oceano, magari per settimane, senza vedere terra, da solo, è quello che mi piace. Certo è un’avventura, una sfida, una vita diversa, ma sei sempre a confronto con te stesso. A volte sei per giorni in una quiete assoluta e poi all’improvviso devi prendere decisioni in un attimo e tutto dipende da te, e solo da te, questa è la differenza tra vivere a terra e vivere in mare’.

Ho incontrato Ragnar dove si incrociano tutti i navigatori, sul molo. In Norvegia dal molo all’aperitivo e poi alla cena il passo è doveroso, rapido e venerato.  Ma la sua fama l’aveva preceduto, Northern Quest era ormeggiata non lontano dalla casa di amici il mese prima e loro me l’additarono, con rispetto, ecco Marco quella è la barca di Ragnar Kvam, il più grande navigatore norvegese, 240 mila miglia da quando è partito, ha navigato ovunque… Così quando si sedette in quadrato e prese il calice mi sentii un umile torrente che fluiva nel mare, ma presto incontrammo acque comuni, come le correnti dell’Alaska e conoscenze lontane incrociate in chissà quale porto, e la cena scorse fluida dal mare al bicchiere ai ricordi e all’oblio.

‘Sembra noioso, il mare, ma cambia in ogni istante, le onde, il cielo, i pesci, io non mi annoio mai’. Ragnar scorre come una corrente nell’oceano, non ha bisogno come me o come i pescatori di un tramite come la barca, per lui il vascello è parte integrante del tutto, un ovvio componente del mare, una terrazza per scrutare l’orizzonte. ‘Anche se fossi su un faro guarderei l’orizzonte. Ma non ci sono mai stato, su un faro, davvero, ma suppongo che l’orizzonte si veda bene da li, almeno per una buona parte. E’ quella linea che mi affascina. L’orizzonte è dove nasce il sole, dove scende, tutto passa da lì, la nave occasionale, le stelle, la terra. Si, se fossi un faro penserei di essere in barca’.

Io parto dallo strano e soggettivo presupposto che il mare sia nel destino di chi ci naviga per davvero, proprio come in quello di un torrente. Scendendo l’alveo della nostra vita cresciamo seguendo un percorso delimitato dalle nostre geografie interiori per finire necessariamente in mare, pena impaludarsi in un acquitrino di mefitiche tristezze. Ragnar invece è categorico, il mare è puro libero arbitrio, decisa volontà, come quella che porta nello spazio i bambini che sognavano di fare gli astronauti. ‘Fu mio nonno a portarmi in barca, avevo forse 8 anni. Era un regatante, un uomo competitivo. Le regate non sono entrate nel mio sangue, ma la tensione della sfida, del confronto con se stessi, ah quella si’.

Iniziò a navigare con la penna, Ragnar Kvam, giornalista e scrittore, nonché il biografo definitivo di Thor Heyerdal, di KonTikiana memoria, figura dimorante poco distante da Thor nel Walhalla degli esploratori norvegesi. Nel 1987 porta la penna in barca e inizia lustri e lustri di viaggi, con una particolare predilezione per il Pacifico, viaggi da cui scaturiscono 3 libri e a sua volta una posizione di tutto rispetto nel Pantheon marinaro norreno. Sono nel Pacifico i suoi luoghi preferiti, da una piccola isoletta nelle Cook ai fantastici porticcioli perduti tra le isole e i fiordi dell’Alaska, lo stesso luogo dove anche io mi innamorai delle montagne che giocano con il mare.  

Intervistando navigatori, pescatori e marinai da settimane inizia quasi a delinearsi una sommaria differenza tra due forme di intendere l’inevitabilità della vita in mare. Sì, inevitabilità perché in oceano non si scivola per errore, ma ci si riversa con sfumature molto diverse tra di loro. C’è l’uomo di costa, nipote e figlio di pescatori, che ci scorre per retaggio, per destino, per tradizione, per amore di una vita che non si riesce nemmeno a concepire diversa. E c’è l’uomo che magari nasce in città, sogna l’avventura e scopre giovane che una piccola barca in un grande mare sono una scelta e un obiettivo. Ognuna di queste inevitabilità disegna correnti diverse nel grande Hav, oceano mare, sì perché in norvegese la parola è la stessa, qui non hanno mari domestici, solo un grande oceano. Alcune di queste correnti seguono i pesci, altre si accontentano di seguire flussi più banali verso i mari tropicali, altre ancora, quelle più tortuose, seguono la curiosità, che con la sua inevitabilità porta negli angoli più lontani del mondo.