Un passo in avanti per sconfiggere la malaria

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Con la manipolazione genetica è possibile bloccare in 7-11 generazioni la capacità riproduttiva di una popolazione di zanzare della specie Anopheles gambiae, il principale vettore della malaria nell’Africa sub-sahariana.

 

Certo saranno necessari ancora dai cinque ai dieci anni per arrivare alla sperimentazione sul campo e sterminare le zanzare causa della malaria, ma i risultati sono assolutamente incoraggianti.

Dai test effettuati in laboratorio è stato possibile identificare il gene delle zanzare attraverso il quale si può bloccare la capacità riproduttiva delle femmine portatrici di malaria e al contempo  è stata utilizzata la tecnica del ‘gene drive’ per diffondere il gene modificato nell’intera popolazione.

Dalle suddette sperimentazioni si è concluso che gli individui eterozigoti sono completamente fertili e le femmine omozigoti sono sterili e incapaci di mordere.

Lo studio e gli esperimenti sono stati condotti in Gran Bretagna dal team di ricerca guidato dall’italiano Andrea Crisanti. I risultati sono stati pubblicati su Nature Biotechnology.

Anopheles stephensi, ovvero la zanzara che trasmette il plasmodio della malaria è l’animale più letale al mondo .

Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, sono 207 milioni i casi di malaria registrati in tutto il mondo – l’85% di questi nell’Africa subsahariana – e il rischio di contrazione è ancora alto per circa 3,2 miliardi di persone, quasi la metà della popolazione mondiale.

Per quel che riguarda l’Italia, solo due mesi fa il ricercatore del dipartimento di Malattie Infettive dell’Istituto Superiore di Sanità Carlo Severini, ha dichiarato che vengono importati, ogni anno, nel nostro Paese circa 600-700 casi di malaria, ed è altamente improbabile dimostrare che si tratti di insetti nostrani.

Nel 2017 ci sono stati diversi casi in Italia alcuni riferibili ad un contagio all’interno dell’Ospedale, come la bimba morta a Brescia contagiata da due bimbe al ritorno da un viaggio nel Paese Africano, e altri 4 casi in particolare, individuati in Puglia di cui all’articolo pubblicato il 4 ottobre che è possibile leggere qui.

 

 

 

 

 

 

 

 

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