This image requires alt text, but the alt text is currently blank. Either add alt text or mark the image as decorative.This image requires alt text, but the alt text is currently blank. Either add alt text or mark the image as decorative.Di “Happy End” il nuovo film di Haneke ho solo letto e ascoltato commenti negativi. Al netto di una sceneggiatura complessa, di numerosi forse troppi personaggi le cui storie s’intrecciano non sempre con logica minima, con quel nesso dovuto per ogni storia che si vuole raccontare in modo credibile, ritengo che come tutti i suoi film esprima una forza e potere disarmanti. Si esce dalla visione provati, trafitti di dolore, senza apparente speranza per la descrizione di una società odierna nichilista, narcisista e individualista. I comportamenti umani sono, tutti, spietati e rispondono solo a logiche individualistiche, di ritorno personale, di conseguimento di affari commerciali e sentimentali, di sforzo proteso all’annichilimento dei problemi e ostacoli personali. Nessuno sembra essere appagato, se non a tratti, quasi distrattamente. Tutti sono, invece, sofferenti o nascondono qualcosa. La storia è talmente complessa e costituita d’intrecci che non si risolvono e che, al contrario, il regista abbandona a loro stessi quasi per sciatteria, per eccessiva volontà di vomitare dolore e rancore, che non si risolve. Per rispettare il suo paradigma è come se l’intensità dovesse soverchiare lo scheletro e l’impalcatura della storia. Non importa che ci sia troppa disumanità, troppi elementi, troppi personaggi, troppe informazioni confliggenti, troppe narrazioni cominciate poi scordate per essere riprese, solo alla fine, mai del tutto chiare. Non importa l’equivoco stilistico: importa il pathos. Tuttavia, il tema che a me pare dominante è, invece, uno solo: chi subisce un torto, lo reitera in una sorte di attitudine innata, “genetica”, a uccidere, delinquere, smorzare il dolore quando è davvero troppo. Come se ogni famiglia reiterasse un proprio codice comportamentale. Si uccide per non far soffrire, per istinto, quasi per indolenza, per conseguire un affare si estromettono parenti e usano compromessi e corruttela. Qualcuno ha già detto: cosa ci racconta in più, di quel che già non viviamo? Alla sua maniera, Haneke torna in modo ossessivo sui suoi temi. Se l’ordito questa volta è più complesso e destinato a sfilacciarsi esistono, anche, un paio di personaggi almeno, molto tristi e ribelli, che cercano di spezzare questa genetica famigliare “delinquente” e individualistica. Non ci riescono e, anzi, sono per questo considerati degli “inetti”, dei perdenti o disadattati, ma almeno si sottraggono, non soccombono al dogma delle “non regole” dell’esistenza, che tutti sovrastano. Preferiscono morire in battaglia, farsi trafiggere e creare scompiglio, discontinuità, ma non uccidono. Perché non in grado di farlo, perché si oppongono a una natura psicotica e irrisolta. E al contrario, essendone consapevoli, vi si oppongono in grande sofferenza alla genetica famigliare e della società. La loro opposizione non cambia il corso degli eventi, il dipanarsi di una società scellerata quanto narcisistica, piena di rancore, capace di provocare del male per accidia e indolenza, per un torto subito e quindi da reiterare senza nemmeno essere sfiorati dal dubbio. Dei mostri, in sostanza. Eppure, sarò forse l’unico, leggo in tanta disumanità un urlo di dolore e opposizione, il tentativo continuo di spezzare questa catena comportamentale, in parte ereditata in parte imposta. Come a volere dire che se esiste il sospetto di una congenita e naturale attitudine al male subito e dunque reiterato, allo stesso tempo il dna famigliare può essere modificato dall’imprevisto, dalle “pecore nere” che scelgono di dire “no”. Che si oppongono nello squallore ad altro squallore. Per il resto, Haneke è sempre Haneke. A voi le considerazioni, tra bracciate visionarie.

David Giacanelli

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