Un battito negli abissi. Speranza e voglia di ricominciare nel libro di Antonella Tafanelli

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Un battito negli abissi

Un battito negli abissi, un romanzo scritto da Antonella Tafanelli e che racconta la speranza e la voglia di ricominciare.

La violenza femminile – o per meglio dire la violenza di genere – è un tema fortemente ricorrente nella narrativa. Molte le storie raccontate – basti pensare a Chiara, la protagonista di “Quale amore” di Gioconda Marinelli – o ancora al ritratto scandinavo della violenza tra le mura domestiche che danno in “Trauma” le due autrici Camilla Grebe e Åsa Träff. Solo per citarne alcuni. Perché moltissimi altri sono i racconti, le storie e persino le inchieste giornalistiche sul tema, utili ad approfondire e riflettere su una violenza che all’ordine del giorno fa registrare sempre nuovi e più drammatici casi.

Per certi versi sfumata o quanto meno ancora inesplorata è piuttosto la declinazione intima e psicologica, quasi sentimentale della violenza, dei maltrattamenti subiti e reiterati nel tempo, negli anni. La violenza scava dentro, stupra l’intimo, arriva negli abissi dell’animo. In un tempo più o meno lungo – settimane, mesi, anni – le donne che si trovano a convivere con la violenza passano dalla felicità illusoria di aver trovato l’uomo della loro vita all’abisso del dolore più profondo, del trauma interiore. Una violenza che scava negli abissi e di pensiero, anima, cuore, non rimane nulla, tutto va via…

Quando si arriva così in basso, così nel profondo degli abissi si può solo risalire. Sprofondare sarebbe la via migliore e più veloce, ma è quella inevitabile perchè  la forza di ricominciare, quell’energia motrice che ci si riconosce solo quando sembra tutto perduto, giace proprio lì in fondo agli abissi. Bisogna arrivarci per trovarla lì.

E lì era sprofondata Margherita, la protagonista di “Un battito negli abissi” di Antonella Tafanelli. Quello che colpisce sin dalle prime pagine è la lucidità di Margherita che guarda indietro nel tempo non per andare alla ricerca colpevolizzante dei suoi errori, non per indagare su ciò che di lei è sbagliato e ha autorizzato la violenza da parte del suo uomo, quanto piuttosto per vedere la sua crescita, la sua evoluzione. Da bozzolo a crisalide. Da crisalide a farfalla. Quello che era e quello che oggi è.

“Ormai da due anni a questa parte faccio un tuffo al passato e osservo una me che oggi
stento a riconoscere. Una giovane donna di ventidue anni che incontrò un giovane di qualche anno più grande con a seguito i suoi problemi di un matrimonio fallito e un piccolo
figlio. Una storia di cui mi sono fatta così tanto carico da dimenticarmi di vivere la mia giovane età. Un amore malato, dove tutti, la mia famiglia per prima, mi avevano avvertito in tutti i modi possibili al cospetto umano, ma di cui io non ho mai avuto consapevolezza,
perché ascoltavo solo il mio cuore. Nonostante l’amore, un lungo fidanzamento e un matrimonio, immancabilmente anche per me arriva un divorzio dopo tradimenti e percosse, incubi e fantasmi che ancora mi porto dentro”.

 

Spesso ci sono alcuni segnali che fanno da anticamera alla violenza ma vengono sottovalutati e rimangono sopiti  perchè considerati naturali salvo poi uscire improvvisamente allo scoperto, tra l’incredulità e persino lo scetticismo. La novità narrativa di Antonella è stata proprio quella di disseminare, nel suo racconto  alcuni elementi dandovi il giusto peso, spostandovi lo sguardo per evitare che il racconto fosse troppo concentrato su Margherita vittima della violenza, quanto su Margherita come quella vittima che percepisce il dominio e prende coscienza di quello che sta accadendo.

“Quando i miei vennero a sapere che la propria figlia di ventidue anni frequentava un uomo di ventinove separato e con un figlio di tre anni, caddero in un baratro profondo dove se ti affacciavi vedevi un ring su cui lottavano le regole bigotte dell’essere credenti, contro la paura di una figlia inconsapevole di che responsabilità si sta prendendo”. 

Un osservatorio eccezionale quello dell’autrice, Un battito negli abissi è punto di vista non al femminile quanto piuttosto al plurale che colloca al giusto posto nella narrazione quelli che sono i temi chiave della violenza femminile e cioè l’esercizio del potere maschile e una struttura sociale essenzialmente androcentrica.

Abusi e ingiustizie si perpetuano ma diventano condizioni di esistenza non più tollerabili anche se fuori sembrano ancora accettabili e naturali. Gli aspetti sfuggenti e invisibili della violenza sono ancora superiori a quelli manifesti. E sembra mettere a tacere tutto quell’atteggiamento delle vittime che dichiarano di amare nonostante tutto ancora il loro aggressore. Ma Margherita no e sa che l’unica strada per uscirne è vincere l’esitazione, partire da sé anche per una riflessione sociale. C’è bisogno ancora di parlarne.

La violenza va testimoniata e analizzata perchè è una piaga sociale ancora molto dolorosa. Ma la violenza va anche raccontata perchè la narrazione, quella bella come il racconto di Antonella Tafanelli, non alimenta i pregiudizi, non banalizza, non spettacolarizza né sensazionalizza.  Una narrazione che non presta il fianco alla strumentalizzazione, ma che vede nel “parlare e vomitare fuori” uno dei rimedi più potenti ed efficaci rispetto alle lesioni fisiche e psicologiche subite.

“Quante volte mi sono sentita patetica in tutto questo, ma quando stai male e il mondo ti è crollato addosso, credi che l’unica ancóra di salvezza sia parlare e vomitare fuori pensieri e sensazioni. Non ti chiedi se il tuo interlocutore abbia la stessa voglia o capacità, egoisticamente lo fai perché fa bene a te”.

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