Ugo Foscolo: impeto, amore, furia e libertà in versi

«Celeste è questa corrispondenza d'amorosi sensi, celeste dote è negli umani»

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Ugo Foscolo

Ugo Foscolo, indomabile ma delicatissimo poeta, intellettuale della libertà e dei sentimenti, nacque il 6 febbraio 1778. Oggi ricordiamo uno tra gli scrittori più importanti di sempre

Anima tempestosa, spirito irrequieto, cuore politico e romantico, Ugo Foscolo è tra i poeti e scrittori più importanti di tutto il nostro tempo. Quella di Foscolo è la biografia del forte sentire e di questo temperamento impetuoso ci dà testimonianza anche uno scritto di Benedetto Croce. Il filosofo scrisse un pensiero sul modo in cui il poeta si espresse al Senato della Repubblica di Venezia: «egli si produsse in un’orazione ripiena di più caldi sensi di libertà, alla fine sguainò un pugnale e non trovando un petto di tiranno in cui immergerlo, lo piantò sul davanzale di una finestra». Qui c’è tutto Foscolo, c’è il suo impeto, la sua amata libertà, c’è la pienezza dei suoi sentimenti.

Ugo Foscolo nacque il 6 febbraio 1778 a Zante, isola dell’arcipelago delle Jonie appartenenti a Venezia; non visse a lungo in Grecia perchè nel 1788 il padre, Andrea Foscolo, morì improvvisamente. La prematura scomparsa del padre sconvolse il piccolo Foscolo e gettò la famiglia in condizioni economiche rovinose. Nel 1792 il giovane Ugo si trasferì a Venezia e vi frequentò la scuola di San Cipriano appassionandosi allo studio delle lettere classiche e del greco. Nel 1794 il Foscolo abbandonò la scuola per dedicarsi ad un vasto programma di letture personali: classici greci e latini, opere della letteratura italiana e europea. La “chiara e selvosa” Zacinto fu sempre un pensiero costante nell’opera di Foscolo, per il poeta era una sorta di paradiso perduto, patria delle “schiette e fiere virtù” della Grecia antica, segno inconfondbile della sua predestinazione ad essere poeta.

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Ugo Foscolo, metà greco e metà italiano, sempre scisso tra la spinta delle passioni e degli ideali e i limiti imposti dalla realtà, viene spesso presentato nel panorama della letteratura come uno scrittore “sradicato”, come un poeta senza patria. Difatti l’adolescenza del Foscolo fu turbolenta e soprattutto il suo animo traboccante di sentimenti ardenti non lo predispose alla stabilità e all’ordine ma alle avventure, alle peregrinazioni, alla ricerca affannosa e sempre insoddisfatta di una sistemazione sociale degna della sua missione di intellettuale. Appena quattordicenne, Foscolo affrontò l’ambiente colto e raffinato di Venezia con una grinta sorprendente, rivelò subito un impegno precoce e entrò presto in contatto con le personalità di maggiore rilievo della cultura di quel tempo.

La passione foscoliana per gli ideali, per la libertà, per l’identità territoriale subì una cocente battuta d’arresto nel 1797. Quello fu l’anno del Trattato di Campoformio, documento con cui Napoleone barattò Venezia con l’Austria. Ugo Foscolo riportò in parole la rabbia e la tristezza scaturite dalla delusione politica; scrisse Le ultime lettere di Jacopo Ortis, uno tra i romanzi più famosi della storia della letteratura. Sull’Ortis Foscolo investì molto, e molto mise di sè. Al maestro Cesarotti, rispetto al romanzo epistolare, il poeta scrisse: «fra un mese avrai in nitida edizione pari a questa una mia fatica di due anni, ch’io chiamo il libro del mio cuore. Posso dire di averlo scritto col mio sangue; tu ergo ut mea viscera suscipe. Da quello conoscerai le mie opinioni, i miei casi, le mie virtù, le mie passioni, i miei vizi, e la mia fisionomia».

Dopo il primo romanzo, la fama di Ugo Foscolo iniziò a consolidarsi; i primi anni dell’ottocento furono gli anni in cui Foscolo produsse le sue opere più importanti. Il poeta nel 1802 pubblicò la versione completa dell’Ortis, nel 1803 compose i dodici sonetti e le odi A Luigia Pallavicini caduta da cavallo e All’amica risanata, nel 1807 i Sepolcri. Dei sonetti ricordiamo gli ultimi quattro, gli eterni Alla sera, A Zacinto, In morte del fratello Giovanni, Alla Musa. Questi riflettono la misura rigorosamente esatta del sonetto, la ripresa degli autori classici e la forma armoniosa e rasserenata.

Ugo Foscolo nel 1808 ottenne la cattedra di eloquenza all’Università di Pavia ma quando il poeta rifiutò di inserire nel suo discorso inaugurale “una parola” per le lodi dell’imperatore la cattedra fu soppressa. Nel 1815 la restaurazione del dominio austriaco accentuò la sfiducia del Foscolo sulle sorti dell’Italia e segnò il definitivo abbandono dell’impegno politico. Il nuovo governo gli offrì la direzione di una rivista letteraria; Foscolo dapprima sembrò accettare, ma, alla vigilia del giuramento di fedeltà all’Austria, lasciò improvvisamente l’Italia per la Svizzera. Alla famiglia scrisse: «io professo letteratura, che è arte liberalissima e indipendente, e quando è venale non val più nulla». Gli ultimi anni del Foscolo furono gli anni dell’Inghilterra; in Gran Bretagna fu accolto con benevolenza ma si ridusse in povertà a causa di folli spese. Morì il 10 settembre 1827 a Londra.

Oggi il pensiero è tutto per Ugo Foscolo e per la sua esistenza fatta di passioni indomabili, di libertà senza compromessi e di rapporti fondamentali con maestri nuovi e antichi, con i miti e con le illusioni.

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