Uber, altra stangata dal tribunale nel Regno Unito

La società di trasporto perde la causa presso la Corte Suprema sulla questione degli autisti

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SAN FRANCISCO, CA - MAY 08: Security guards stand in front of Uber headquarters as ride share drivers from Uber and Lyft stage a protest on May 08, 2019 in San Francisco, California. The protests in more than a dozen cities come ahead of Uber's anticipated Initial Public Offering on the New York Stock Exchange (NYSE) which could put the ride-hailing firm's calculation as high as $91.5 billion. Drivers are seeking higher wages and better rights as employees. Justin Sullivan/Getty Images/AFP

Dopo USA e Italia, anche nel Regno Unito Uber si becca la legnata in tribunale. L’azienda americana specializzata nei trasporti ha avuto qualche problemino con la giustizia, soprattutto sulla questione della tutela dei propri autisti. Con la sentenza di ieri la Corte Suprema ha posto fine ad una vicenda giudiziaria che andava avanti dal 2016, e che fa da ciliegina sulla torta di una società che è in un mare di guai. Andiamo ad analizzare il casus belli.


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Perché Uber è finita in tribunale nel Regno Unito?

Uber è entrata nel mercato britannico nel 2012, attraverso un sistema identico a quello introdotto tre anni prima negli USA (e in vigore anche in Italia). Gli autisti diventano membri dell’azienda scarrozzando passeggeri con la propria macchina, registrandosi attraverso un’app. Ma questi autisti sono liberi professionisti, oppure dipendenti? Uber ha sempre dichiarato che i suoi autisti sono liberi professionisti, ma non tutti sono d’accordo. Gli stessi conduttori lamentano di essere trattati da dipendenti, con una sorveglianza continua e senza le dovute tutele. Le prime cause di questo tipo sono partite negli Stati Uniti, dove Uber ha una pessima reputazione di compagnia sfruttatrice e irrispettosa dei diritti.

Quella sottile linea tra autonomo e dipendente

La prima causa in Gran Bretagna risale al 2016, quando alcuni autisti citano in giudizio l’azienda presso un tribunale del lavoro. Uber soccombe e decide di impugnare la sentenza presso l’Alta Corte nel 2018, perdendo di nuovo. E’ il turno della Suprema Corte, ma la solfa non cambia. Secondo la legge, i conducenti di Uber sono dipendenti a tutti gli effetti, e quindi hanno diritto ad uno stipendio congruo, ai contributi, alle ferie retribuite ed ai permessi per malattia. Tutte cose che la società aveva evaso per quasi dieci anni.

Perché Uber ha perso in tribunale nel Regno Unito

La prova definitiva che ha inchiodato Uber alle sue responsabilità sta nelle regole d’ingaggio. Ad esempio, gli autisti possono comunicare con i clienti il meno possibile, evitando così che si accordino in separata sede per altri servizi di trasporto fuori dal circuito. Inoltre, il sistema di valutazione (il cliente attraverso l’app vota la qualità della corsa da uno a cinque stelle) è creato in modo da costruire un vero e proprio potere di controllo sui conduttori. Senza contare che sul contratto di licenza il conducente non ha nessuna voce in capitolo, a dispetto della sua “autonomia”.

Un mare di guai

La causa inglese è solo l’ultimo di una serie di guai che sta affrontando Uber. Negli USA sono decine di denunce sulle condizioni di lavoro, ed il servizio gode di pessima fama anche per la presunta violenza degli autisti. In Italia il Tribunale di Milano ha commissariato l’azienda per presunto caporalato sui riders. Senza parlare delle disastrose condizioni economiche, di un’azienda che molti analisti finanziari danno come ormai prossima alla bancarotta.


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