Trump e Raggi nella morsa dei media: lo storytelling americano e romano

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VIRGINIA RAGGI

Gli Stati Uniti, cosi come Roma , nell’immaginario collettivo, sono simbolo di potere, di ricchezza, di forza, capitali della cultura e della storia, insomma luoghi affascinanti e magici che ancora, nonostante tutto, riescono ad attirare turisti da tutto il mondo.

Cosa mette in comune ora gli Stati Uniti, con la più importante città italiana e cioè la capitale Roma?

Prima e dopo, l’elezione di Trump e l’elezione della sindaca Raggi del M5S ( non è un caso se i due personaggi politici vengano qui citati insieme), i media italiani e non solo, si sono scatenati tra sondaggi, accuse, scoop, fake, lunghissimi articoli e “maratone” organizzate dai giornalisti ed esperti di politica di tutto il mondo. Forse nel nostro Paese, mai come questi ultimi due anni, l’attenzione sulla questione politica americana e romana (che addirittura soffoca l’informazione inerente all’attività del governo Gentiloni e questioni internazionali) è stata cosi alta e accesa. Interessante poi dal punto di vista comunicativo e dell’informazione, l’uso massiccio dei social anche per lo studio dei tweet dei candidati americani e grillini, il racconto delle loro vittorie e sconfitte tra le numerose contee degli USA e le zone romane, contando il numero più alto di buche per le strade.

Ma questo sarebbe una normale pratica comunicativa e giornalistica, se non fosse che la maggior parte dei media italiani ed internazionali, abbiamo (e continuino) a costruire uno storytelling di parte.

Quello che è emerso in questi mesi è abbastanza preoccupante, forse ridicolo, ironico (per cosi dire)o quanto meno, ci deve far riflettere sul mondo dell’informazione. Tutti sanno ormai che lo scopo del giornalista è informare. Media italiani ed elezioni americane, media italiani e Roma: perché tanto coinvolgimento e tanto accanimento da un punto di vista narrativo, sull’attività di quel Presidente americano, democraticamente eletto, la cui azione politica può giustamente preoccupare, ma che poi alla fine sta dimostrando di saper negoziare (vedi il caso della Cina) più di qualsiasi altro politico?

E la sindaca Raggi? Lentamente, giorno per giorno, come successe per altri politici italiani, viene “masticata” pezzo per pezzo dai media, che giocano al gioco dei poteri forti, mentre la giustizia chiaramente interviene in caso di illecito o di irregolarità ( ci mancherebbe altro), alla ricerca di misteriose polizze.

Non sempre però c’è una sola verità, soprattutto nell’era della “post-verità” e in un epoca in cui, tutti noi possiamo produrre informazioni e contenuti, persino notizie bufale, con semplice un click. La narrazione e l’accanimento quotidiano e costante sul caso americano e romano è abbastanza noioso, ridicolo e vergognoso: la maggior parte dei media, giornalisti, analisti, sondaggisti, sembrano aver chiaramente scelto chi distruggere e chi sostenere attraverso le loro opinioni scritte. Uno schieramento politico netto quindi, che certamente richiama alla mente i tempi di Silvio Berlusconi in Italia.Abbiamo tutti noi il diritto di ascoltare un racconto reale ed equilibrato, anche dell’uomo e di quella donna che distruggeranno, cosi ci raccontano, l’economia statunitense e la città di Roma.Due descrizioni distorte, non equilibrate, un vergognoso e fastidioso storytelling fondato sull’elogio di alcuni e la de-umanizzazione di altri.

Non è una questione partitica, né populista, né politica, né personale, né una semplice nota polemica, è la comunicazione il problema. Chi governa male se ne va, chi merita resta, se eletto democraticamente, ma entrambe le narrazioni devono essere neutre; il cittadino da dietro i social o la tv può tifare,  il giornalista, finché non esce dalla redazione, deve esclusivamente raccontare il fatto. La comunicazione, le immagini e le parole sono potenti: convincono, manipolano, alterano percezioni, costruiscono o demoliscono certezze e idee. Le questioni sociali, economiche e politiche sono tutt’ora fragili e ancora aperte e sembra che nessuno sappia come risolvere tali questioni.

Cominciamo a togliere la veste dell’odio, della rabbia, a partire dai singoli cittadini perchè come suggerisce l’antropologo William Ury: “ ciò che spesso non vediamo è che c’è sempre una terza posizione. E la terza posizione del conflitto siamo noi, è la comunità che sta intorno, gli amici, gli alleati i familiari, il vicinato. E possiamo avere un incredibile ruolo costruttivo. Forse il modo più importante nel quale la terza posizione può aiutare è di ricordare alle parti che cosa è veramente in gioco. Perché il fatto è che quando sei in un conflitto, è facile perdere la prospettiva. E’ molto facile reagire. Gli esseri umani sono macchine reattive. E come si dice quando si è arrabbiati, puoi fare i migliori discorsi per poi pentirtene. E così la terza posizione ci ricorda questo. La terza posizione ci aiuta ad andare al balcone, una metafora per un cambio di prospettiva, dove possiamo osservare e valutare”.

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