Trump a caccia di consensi

Da venerdì la nuova strategia di Trump è convincere l'elettorato delle proprie capacità di gestire l'epidemia

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Da venerdì è in pieno svolgimento la nuova e aggressiva campagna della Casa Bianca per migliorare le percezioni dell’elettorato americano su come sia gestita l’epidemia di coronavirus da parte dell’amministrazione Trump.

Essendo oramai chiaro che il vero e proprio test a novembre verterà sull’opinione che gli elettori si saranno fatti sulle capacità della squadra del presidenziale di rispondere a una così grave situazione emergenziale, tutti gli sforzi della campagna di Donald Trump – a partire dalle ottimistiche previsioni del presidente circa la pronta elaborazione di un vaccino – sono volti a promettere la rapida riapertura delle attività commerciali per consentire la ripresa tanto agognata nel Paese.

E a giudicare dagli esiti delle prime visite presidenziali – in Arizona prima e in Pennsylvania poi – la squadra dii Trump dovrà elaborare al più presto una strategia vincente per guadagnarsi nuovamente il supporto degli elettori.

Il coronavirus spaventa l’America e gli americani.

Sebbene il numero dei tamponi positivi al covid-19 stia scemando giornalmente il direttore dei Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie infettive ha avvertito che con ogni probabilità in America si supererà la soglia di 100 000 vittime entro il primo giugno. 

Davanti a una tale cupa previsione non può che condividersi la paura e la costernazione che stanno affliggendo la popolazione americana, sempre più colpita dalla devastazione sociale ed economica in particolare negli Stati più poveri della Repubblica federale. 

Ora Donald Trump sembra aver capito che per avere la chance di una rielezione e influenzare a suo favore l’opinione pubblica generale non sarà sufficiente declamare promesse alla Nazione dalla sua poltrona nella sala riunioni. 

Nelle ultime settimane, tuttavia, il presidente si è arrischiato in vacue promesse e in mosse strategicamente pericolose come il licenziamento di alcuni collaboratori indipendenti di Washington – tra cui Steve Linick, ispettore generale del Dipartimento di Stato – avvertiti dall’opinione pubblica quali azioni ritorsive per le accuse d’impeachment mosse a suo carico sul finire del 2019, rispetto alle quali ha poi ottenuto piena assoluzione.

Altrettanto sintomatica è stata la recente apparizione in streaming – dello scorso venerdì pomeriggio – dal Giardino delle Rose della casa presidenziale per diramare un messaggio di speranza circa il possibile sviluppo di un vaccino.

Nel suo intervento, il presidente ha voluto confortare la popolazione americana del fatto che il team presidenziale stia adottando tutti i provvedimenti indispensabili per una pronta ripartenza del Paese.

Stiamo riaccendendo i nostri motori economici”, ha assicurato Trump a una platea di Stati già pronti per la riapertura. 

E ha aggiunto: “L’America ha il sistema di test più grande e ambizioso del mondo” promettendo che l’impegno a elaborare un vaccino contro il virus – noto come “Operation Warp Speed” – sarà “un enorme sforzo scientifico, industriale e logistico senza precedenti”.

Vaccino o no, siamo tornati” ha dichiarato il Presidente alludendo alla sua promessa di far riappropriare alla Nazione il suo ruolo di potenza dominante attraverso lo slogan “Make America Great Again!”.

Trump, con le sue dichiarazioni, è riuscito a far rassomigliare la corsa al vaccino a una sorta di moderno allunaggio: “Riteniamo che avremo un vaccino nel prossimo futuro e – se ci riusciremo – saremo davvero un grande passo avanti”.

E ha aggiunto: “Altrimenti, saremo come tanti altri casi in cui il problema se ne andrà da solo a un certo punto, se ne andrà”.

Più tardi, dalla sala riunioni il segretario stampa della Casa Bianca, Bianca Kayleigh McEnany, dopo aver evidenziato gli sforzi profusi dalla squadra presidenziale per contenere e ridurre le conseguenze negative dell’epidemia sul tessuto economico e sociale del Paese, è tornata ad additare la precedente amministrazione Obama con l’accusa di gravi inadempienze.

Sebbene il tasso di nuovi contagi in America sia in costante discesa, è pur vero che solo pochi Stati si sono timidamente organizzati per la riapertura della propria economie.

Pertanto potrebbe essere ancora troppo prematuro un giudizio circa l’efficacia dei provvedimenti adottati per contrastare la diffusione del virus anche se il trend a ribasso ha indubbiamente regalato un barlume di speranza dopo due mesi di assoluto lockdown.

Un sondaggio pubblicato questa settimana dalla CNN ha mostrato come, a livello nazionale, il candidato democratico Joe Biden detenga un vantaggio rispetto al rivale Trump riscuotendo il 51% delle preferenze tra gli elettori registrati contro il 46% di quest’ultimo. 

Tuttavia un segnale incoraggiante per Trump è che al momento lui stesso gode del 52% dei consensi (rispetto al 45% riportato da Biden) in quegli Stati chiave che nel 2016 gli avevano consentito la vittoria.

Nonostante la grave crisi che sta sopportando il mercato del lavoro e la costante contrazione dell’economia statunitense il rating di approvazione della politica economica di Trump emerso con l’ultimo sondaggio di CNNSSRS è rimasto alla soglia del 50%. 
Come ha osservato Harry Enten della CNN, in materia economica il gradimento per Trump è calato di un solo punto percentuale rispetto alla media annuale riferibile alle elezioni di medio termine del 2018, momento in cui il presidente vantava un distacco di 12 punti su Biden.

Ma se la fiducia in materia economica è ancora forte lo stesso non può dirsi per come l’elettorato avverte la gestione del coronavirus.
Nella stessa analisi della CNN è emerso che la maggioranza degli elettori ritiene che il candidato Biden avrebbe maggiori capacità nel gestire l’epidemia, siglando un vantaggio di 6 punti percentuali sul rivale Trump.

In un sondaggio del Pew Research Center pubblicato questa settimana solo il 41% degli americani ha valutato “buono” o “eccellente” il lavoro svolto da Trump in risposta all’epidemia. 
Invece, oltre il 60% degli intervistati ha attribuito tale valutazione alle proprie amministrazioni locali e ai rispettivi funzionari. 

Da un punto di vista strettamente politico questa situazione potrebbe rivelarsi molto pericolosa per un presidente a caccia del suo secondo mandato e le promesse di Trump circa l’elaborazione di un vaccino potrebbero non essere sufficienti a trainare dalla sua parte la maggioranza dell’elettorato. 

La stessa procedura per sviluppare un vaccino richiede in genere diversi anni dovendo ad ogni modo ottenere l’approvazione della Food and Drugs Admnistration(FDA) prima di sperare nella commercializzazione.
Gustave Perna, uno dei due responsabili incaricati del progetto, ha definito l’obiettivo di sviluppare entro l’anno un vaccino come “un compito erculeo”.

Al fianco di Trump nel Giardino delle Rose c’era anche Moncef Slaoui, ex capo della divisione vaccinale della GlaxoSmithKline ora consigliere della task force di esperti istituita dal Presidente.
Secondo Slaoui i primi dati raccolti farebbero ben sperare tanto da portarlo a dichiarare: “Siamo sempre più fiduciosi che saremo in grado di distribuire alcune centinaia di dosi prima della fine del 2020”.

Trump, che dagli inizi dell’epidemia ha attribuito alla precedente amministrazione la colpa dell’esaurimento delle scorte federali – poi scaturita nella frenetica lotta di offerte e accaparramento di ventilatori e dispositivi di protezione individuale tra Stati – è stato ampiamente sostenuto anche dal suo staff.

In particolare, McEnany ha rincarato la portata di tali accuse asserendo nella sua conferenza con la stampa che la politica di Obama avrebbe mancato di rimpinguare le scorte dopo che nel 2009 la grave epidemia di H1N1 ha colpito il Paese, anche se pare che la colpa sia attribuibile tanto all’amministrazione passata quanto a quella presente.

Ovviamente, la responsabile delle relazioni con la stampa ha strenuamente difeso gli sforzi della squadra presidenziale per racimolare quanti più presidi medici possibile per soddisfare la richiesta dei vari Stati che si sono detti ostacolati dalla lentezza dimostrata da Trump nel promulgare il Defence Production Act.

McEnany, che si è presentata alla conferenza munita di due grossi contenitori pieni di dati sul coronavirus,  ha spiegato come il presidente si sia confrontato col settore privato e abbia posto le basi “per affrontare le future pandemie”.

Ai giornalisti che le hanno fatto notare come il presidente fosse in carica già da tre anni – e che dunque ci sarebbe stato tutto il tempo per prepararsi adeguatamente a un’emergenza sanitaria – McEnany ha replicato che secondo il segretario della salute Alex Azar, i presidi stoccati fossero quelli indispensabili in caso di attacco biologico: “Quando ci siamo insediato al governo federale… ci siamo confrontati con poteri molto ostili a causa della politica di Obama, per cui la minaccia più grande era quella rappresentata dal bioterrorismo” ha spiegato, senza però offrire alcun esempio delle minacce sventate. 

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