Triumph Italia 2000: i motivi di un flop inatteso

La Triumph Italia 2000, progetto italo-inglese di fine Anni '50 accolto con grande entusiasmo, non ha avuto il successo che avrebbe meritato.

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Triumph Italia 2000 storia
La storia della Triumph Italia 2000 (screenshot Instagram).

La Triumph Italia 2000 è stata una vettura nata con tanti buoni propositi, un progetto accurato e anche ben accolta alla sua presentazione. Peccato però che i risultati sul mercato siano stati tutt’altro che entusiasmanti. Ma qual è la ragione di questo flop diventato ormai leggendario? Cerchiamo di scoprirlo ripercorrendo per grandi linee la storia di quest’auto bella ma sfortunata.

I primi passi del progetto Triumph Italia 2000

Intorno alla seconda metà degli Anni ’50, l’azienda importatrice in Italia della Triumph era la CESAC di Salvatore Ruffino che aveva sede a Napoli. Nel 1957 l’imprenditore firmò un accordo con la Standard Triumph che prevedeva l’acquisto dei telai della Triumph TR3 completi di meccanica e accessori. In questo modo avrebbe potuto mettersi al lavoro su una nuova coupé. L’idea piacque a Coventry per due ragioni: innanzitutto perché in quel momento non avevano ancora una sportiva con carrozzeria chiusa tra i loro modelli, e poi perché in quegli anni il design italiano era molto apprezzato in tutto il mondo.

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La scelta del nome

Salvatore Ruffino si mise subito al lavoro per la carrozzeria della nuova auto. Inizialmente si rivolse a Zagato, ma l’idea dell’azienda milanese non lo convinse. Standard Triumph gli consigliò Giovanni Michelotti che già aveva collaborato con successo con la casa automobilistica britannica, infatti i suoi bozzetti piacquero all’imprenditore napoletano. Ruffino decise poi di puntare su Vignale per la costruzione e l’assemblaggio delle auto. In questo frangente si scelse il nome di Triumph Italia 2000, accompagnato dalla fondazione di una nuova società, la Ruffino Spa, che si sarebbe occupata esclusivamente di produzione e distribuzione della nuova sportiva. Lo slogan pubblicitario fu alquanto significativo: “L’arte della carrozzeria italiana, la tecnica sportiva inglese”.

La presentazione della Triumph Italia 2000 e l’entusiasmo iniziale

Il prototipo della Triumph Italia 2000 fu mostrato al pubblico durante il Salone di Torino del 1958. Tuttavia, alcune delle sue caratteristiche non sarebbero poi state confermate sul modello ufficiale. Ci riferiamo ai gruppi ottici anteriori carenati e all’ampio utilizzo dell’alluminio. Infatti nella versione definitiva ci sarebbe stato un frontale diverso che avrebbe seguito un design più tradizionale per l’epoca, mentre per la carrozzeria si sarebbe optato per la lamiera di acciaio. Arrivò così il Salone di Torino del 1959 e la presentazione ufficiale del nuovo modello che fu accolto con grande entusiasmo dall’opinione pubblica e anche dalla stampa.

Le caratteristiche principali della sportiva

Il prezzo di base della Triumph Italia 2000 era piuttosto alto per quegli anni, infatti era pari a circa 2.500.000 lire. D’altronde aveva diverse caratteristiche particolari che da un lato erano già presenti su altre auto disegnate da Michelotti, e dall’altro invece anticipavano quelle che poi sarebbero state le cifre stilistiche delle vetture successive dell’azienda inglese. Non a caso, la linea della fiancata sarebbe poi stata traslata sulla Triumph TR4 del 1961 insieme alla bombatura sul cofano motore. Gli interni erano decisamente curati con i loro rivestimenti in pelle e i particolari cromati, molti dei quali rigorosamente Made in Italy. Il motore era un quattro cilindri in linea di due litri con distribuzione ad albero a camme laterale che riusciva a sprigionare una potenza di circa cento cavalli.

L’approdo sul mercato e il fallimento del progetto

Fin da subito si decise di lanciare la Triumph Italia 2000 sia sul mercato europeo che su quello statunitense. L’obiettivo iniziale era quello di produrre almeno mille esemplari. Ma la sfortuna si abbatté sulla vettura sportiva nata in Italia. Infatti la Standard Triumph si ritrovò al centro di una pesante crisi finanziaria che portò poi all’ingresso della Leyland nella società. Da questo momento la casa automobilistica inglese non avrebbe più supportato il progetto della nuova Triumph, poiché i nuovi dirigenti non avevano inserito l’Italia nella loro strategia commerciale. La Ruffino provò ad andare avanti da sola, ma già nel 1962 dovette arrendersi con appena 329 modelli prodotti.