Transizione ecologica auto: c’è chi la pensa diversamente

Secondo il presidente di Nomisma Energica l'attuale percorso europeo verso l'elettrificazione è un "suicidio"

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Quando si pensa al mondo auto, la transizione ecologica mostra una sola via, quella dell’elettrico. Tuttavia, nessuno si è mai soffermato nel vedere se è davvero l’unica soluzione, o almeno quella più efficace. Lo ha fatto Davide Tabarelli, presidente della Nomisma Energia. Il capo di questa società, specializzata in consulenze in materia energetica e ambientale, commenta senza mezzi termini la conversione voluta dalla politica europea: “è suicida“.

Transizione ecologica auto: perché è un suicidio?

Tabarelli, sulle colonne del Resto del Carlino, ha spiegato qual è il problema del progetto di decarbonizzazione del trasporto. “La transizione ecologica, a differenza di quello che ci raccontano gli ecologisti sognatori e la Commissione Ue, non regge economicamente e non garantisce la sicurezza dell’approvvigionamento dell’energia che serve al nostro Continente“, ha detto. “Questo sacrificio europeo mi ricorda tanto certe pratiche del nostro Medioevo quando per espiare i nostri peccati ci frustavamo. Oggi lo facciamo per espiare il peccato della Co2. Diciamo le cose come stanno: dobbiamo continuare a lavorare sulla transizione ma garantendo che ci sia gas e che ci sia produzione di elettricità anche da altre fonti non rinnovabili perché quando non c’è il sole e non c’è il vento i prezzi non è che schizzano e basta, tendono all’infinito“. Per spiegare meglio, Tabarelli ha fatto l’esempio del Regno Unito. Nel paese con capitale Londra si è investito massicciamente nell’energia eolica, ma in questi giorni non c’è vento ed i prezzi sono impennati ad oltre 400 Euro per megawattora.


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È un rischio enorme avere le rinnovabili senza accumuli. È vero che qualcosa si sta facendo, ma siamo lontanissimi dall’avere quantità paragonabili a quelle delle fonti tradizionali“, ha continuato Tabarelli. “Sono al potere ambientalisti alla Timmermans che vedono nell’ecologismo una redenzione dal cattivo capitalismo europeo che inquina. È vero l’industria europea ha inquinato, ma meno di altre. Il risultato è che ci si è dimenticati completamente degli altri due aspetti-chiave della politica energetica: la competitività e la sicurezza degli approvvigionamenti“.

Il nodo dei costi

Sulla questione della transizione ecologica, andando anche oltre il tema delle auto, c’è un altro aspetto di cui si parla poco, ossia i costi. Chi paga per la riconversione? Questa domanda se l’è posta Ferruccio De Bortoli, in un articolo su L’Economia. “Si considerano poco (o si nascondono) i costi di transizione, dei quali è politicamente ostico parlare“, ha spiegato de Bortoli. “Meglio alzare l’asticella delle aspettative della sostenibilità, disegnando scenari tanto attraenti quanto difficilmente raggiungibili, sottovalutando così l’impegno e i sacrifici necessari. I costi sono anche politici, perché (e non lo si dice) sono i ceti popolari e le produzioni più «povere» nel valore aggiunto (trasporti, agricoltura) le categorie destinate a pagare i prezzi più elevati“.


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I primi effetti di questa campagna squilibrata lo abbiamo visto sui prezzi delle auto compatte, lievitati in maniera esponenziale nell’arco di un decennio. E con l’elettrico andrà sempre peggio, visti i costi esagerati legati alla sua produzione. Basti pensare che una vettura a batteria ha bisogno di 80 Kg di rame, più del quadruplo di un’auto termica. Allo stato attuale, l’aumento di domanda di tale minerale avrebbe un valore uguale a quello del petrolio risparmiato, annullando il vantaggio economico. Oltre al rame c’è anche il litio, materiale indispensabile per le batterie. Il litio è estremamente raro, e si sta esaurendo velocemente. Inoltre, le miniere sorgono su zone politicamente instabili, nelle quali potrebbero scoppiare guerre per aggiudicarsi l’ultimo grammo. Il tutto per un impatto minimo sul cambiamento climatico! Ne vale la pena?