Transfert, opera prima di Massimiliano Russo: psicanalisi di un film

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Transfert, opera prima di Massimiliano Russo, giovane regista catanese, è un thriller psicologico che rappresenta un’opera interessante all’interno del panorama cinematografico italiano contemporaneo. Il film indipendente, prodotto da Change of (he)art (insieme allo stesso Russo) ha vinto otto premi lo scorso anno all’Oniros Award, tra cui miglior film, miglior debutto alla regia, miglior attore protagonista, miglior sceneggiatura.

Trama del film Transfert

La storia è quella di uno psicanalista alle prime armi, un po’ superficiale nell’approccio verso i suoi pazienti, che sembra quasi giocare ad imparare la propria professione. Ma è anche la storia di una madre con turbe emotive ed evidenti difficoltà nel crescere da sola con un bambino adottato, la storia di due sorelle, clienti di Stefano Belfiore, o di una famiglia felice che consulta l’analista per un figlio triste che non compare mai, o un mentore che ascolta l’allievo mentre gli racconta i casi che quotidianamente gli si presentano.

Russo ed i suoi riferimenti cinematografici

Massimiliano Russo, regista, produttore, sceneggiatore ed attore in questa sua opera prima, ha dichiarato nelle interviste che hanno accompagnato la presentazione del film e seguito la sua premiazione, che i suoi riferimenti cinematografici sono stati soprattutto David Fincher e soprattutto David Linch, come la continua attenzione all’aspetto psicologico e la chiave psicanalitica suggeriscono; alcune scelte tecniche e l’impianto narrativo ricordano “The Game”, “Fight Club”, “Panic Room”, mentre le atmosfere sospese, interrotte, frammentate richiamano maggiormente “Mullholland Drive” o “Twin Peaks”.

Catania

L’ambientazione domestica, familiare, ferma di una Catania, simbolo di una quiete che precede e nasconde la tempesta, una città buia e luminosa insieme, calma di fronte ad un mare in tempesta, con pesanti nuvole grigie sospese come la trama e l’andamento del film, con la montagna madre, l’Etna, che ogni tanto compare sullo sfondo, sfuocata, silente e pronta ad eruttare, una Catania immobile e mossa solo dai time lapse di alcuni intermezzi in alcuni casi poco funzionali alla storia è emblema di un “caos calmo” di una quiete tempesta che stenta ad esplodere, che vorrebbe dirompere e, invece, costantemente si frena.

Analisi del film Transfert

Il film Transfert è nel complesso molto gradevole. Il soggetto, che emerge attraverso una sequenza di microscene essenziali, frammenti come appunti di una seduta d’analisi, indizi di rimozioni, ricostruzioni, proiezioni, diventa l’esito, come afferma il regista stesso, della sceneggiatura, una serie di dialoghi lievi, da cui le parole sono quasi allusioni a qualcosa di mai chiaramente definito. Le brevi scene che compongono il film forniscono l’ossessivo ripetersi di continui momenti di analisi attraverso frasi minime, risposte ora isteriche or quasi estorte o ancora deluse e contrariate, lunghi e misurati silenzi e, soprattutto domande necessarie perché, come dice Stefano Belfiore, “Perché se la verità si nasconde da qualche parte, lo fa sempre nelle domande”. Il montaggio, suggerisce in alcuni punti la chiave per decifrare il thriller (la terapia per affrontare il disturbo), senza mai completamente risolverlo, rimuovendo alcuni passaggi, distraendo con altri, unendo informazioni distanti e scartando dalla lineare sequenza degli eventi.

Il cast di Transfert

Intanto le sedute di Stefano Belfiore vanno avanti. Ciascuno dei suoi pazienti dubita di fronte a lui, ma al tempo stesso ne è affascinata, si sente a suo agio, è convinto dal suo ruolo, ma non si trattengono dall’attaccarlo e rimproverarlo. Lui resta imperturbabile, sereno, quasi superficiale in alcuni momenti. Alberto Mica, l’attore che lo interpreta, dà l’impressione in alcuni momenti di non riuscire a riconoscersi nel personaggio, ne dà una versione quasi da soap opera all’italiana, sembra vuoto o, tutt’al più, impossibilitato a lasciare la maschera del (sorridente) neutro, ma ad ogni seduta, ad ogni storia ascoltata, ad ogni trauma provocato o subito, la drammaticità gli colora l’interpretazione, gli dà corpo, forma e sostanza, ad ogni la realtà e le varie persone che compaiono in scena si svelano e definendo e chiarendo se stessi sciolgono l’intreccio, mostrando un riflesso rilevatore di un aspetto del vissuto o del presente.Oltre ad Alberto Mica, tutto il cast merita una sincera nota di merito; Paola Roccuzzo, Clio Scira Saccà, Enrico Sortino, Rosella Cardaci, Rosario Pizzuto, interpretano con precisione, calibrando gli eccessi ed attenuando i profili più smussati, i loro ruoli, diventando quasi umanamente storie e biografie.

La psicanalisi come chiave del film

Tutto appare semplice, quieto, illogicamente ed irrazionalmente troppo semplice e quieto. Anche le crisi improvvise, i drammi affioranti, sembrano presentarsi calmi e sereni, rapidi nel ricomporsi più di quanto non lo siano nel esporsi; l’unico elemento che perturba la lieve pace che governa la storia, è l’apparire del bambino che accompagna la madre dai vari psicologi e che si prende cura di lei. È la sua presenza, ed ancor di più la sua continua e crescente assenza, che crea una prospettiva metacinematografica. I personaggi, si realizzano nel loro destino attraverso la maieutica psicanalisi del regista e, con l’inconscia presenza del bambino come di un rimosso che sempre riaffiora nella mente dello spettatore, fa anche di questi un apprendista psicanalista che prova ad elaborare i traumi per risolvere il mistero.

Conclusioni

La psicanalisi, interesse all’origine del film di Massimiliano Russo, diventa, in questo modo, protagonista e lo studio dei vari inconsci, da parte di Stefano Belfiore e da parte della storia il motore della storia. L’interesse nel guardare il film è costante e, per quanto alcune scene siano quasi superflue o poco comprensibili, quasi fossero dei lapsus, si è comunque sempre attenti, alla continua ricerca di un dettaglio rilevatore, senza sentirsi affaticati da una continua tensione. Un’immagine quasi perfettamente normale di qualcosa, che sia la vita o la sua analisi, che del tutto normale non è.

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Sono Vittorio Musca, ho 39, sono originario di Torchiarolo, in provincia di Brindisi e vivo a Bologna anche se negli ultimi anni per studio o lavoro ho vissuto in Norvegia, Polonia, Repubblica Ceca e Germania. Ho conseguito due lauree. La prima in Scienze Politiche e la seconda in Lettere. Parlo inglese, italiano, spagnolo, tedesco e polacco. Mi piace leggere, prevalentemente classici della letteratura e della filosofia o libri di argomento storico, suono il clarinetto e provo, da autodidatta ad imparare a suonare il piano. Mi piacciono il cinema ed il teatro (seguo due laboratori a Bologna). Ho pubblicato un libro di poesie, "La vergogna dei muscoli, il cuore" e ho nel cassetto un paio di testi teatrali e le bozze di altri progetti letterari. Amo viaggiare e dopo aver esplorato quasi tutta l'Europa vorrei presto partire per l'Africa ed il Sud Est asiatico, non appena sarà concluso l'anno scolastico, essendo al momento impegnato come insegnante. I miei interessi sono vari (dalla letteratura alla politica, dalla società al cinema, dalla scuola all'economia. e spero di riuscire a dedicarmi a ciascuno di essi durante la mia collaborazione con peridicodaily.