Theresa May ha gettato la spugna. Dopo aver constatato per l’ennesima volta il fallimento delle trattative per arrivare ad un accordo sulla Brexit, la premier britannica ha annunciato pubblicamente le sue dimissioni sia da leader del Partito Conservatore che da Primo Ministro, le quali diventeranno effettive a partire dal 7 giugno. Durante il suo discorso, l’esponente politica 62enne non è riuscita a nascondere la delusione e il rammarico nel non essere riuscita a guidare il Paese verso l’uscita dall’Unione Europea, anche se con un moto d’orgoglio ha voluto rivendicare che in questo periodo il partito Tory è divenuto ancor più «patriottico» e che dovrà proseguire su questa strada per «unire la nazione» e continuare a lavorare per contrastare le ingiustizie sociali e assicurare sicurezza e libertà a tutti i cittadini.

Infine, prima di salutare i suoi connazionali, Theresa May non è riuscita a trattenere delle lacrime di commozione nell’affermare: «Ho servito il Paese che amo». A questo punto, però, il mondo politico del Regno Unito è chiamato a rimboccarsi le maniche e a mettersi al lavoro per trovare un nuovo premier, colui/colei che dovrà raccogliere la pesante eredità lasciata dall’ormai ex premier, e che inevitabilmente dovrà essere capace di ratificare l’intesa sulla Brexit. La società di ricerche di mercato YouGov ha immediatamente pubblicato un sondaggio, nel quale ha indicato i sei favoriti alla successione alla May tra i circa 125mila membri del Partito Conservatore.

In pole-position, al momento, ci sarebbe Boris Johnson, uno dei maggiori fautori della vittoria della Brexit durante il referendum del 2016. Dopo aver ottenuto l’incarico da ministro degli Esteri, ha apertamente contrastato la trattativa avviata dalla May con l’UE per il divorzio dall’Europa, arrivando a dimettersi nel luglio 2018 per palesare la sua fiera opposizione alla strategia del Primo Ministro e per continuare a sostenere con forza la soluzione dell’hard Brexit. L’ex sindaco di Londra già tre anni fa aveva sfiorato la nomina a premier, indicato anche in quell’occasione come uno dei maggiori candidati alla sostituzione di David Cameron, ma all’ultimo momento fu costretto a farsi da parte perché perse il sostegno di Michael Gove. Johnson sarebbe ben visto soprattutto dai militanti conservatori, mentre ai componenti del partito non piacerebbe il suo comportamento spesso al di sopra delle righe.

Boris Johnson, ex ministro degli Esteri.

Gli altri cinque probabili premier per il dopo-Theresa May

YouGov ritiene che tra i papabili nuovi premier per il Regno Unito ci sia anche il ministro dell’Ambiente Michael Gove. Nonostante in questi ultimi anni abbia dovuto incassare una sconfitta nella corsa alla guida dei Tories, in questo frangente il 51enne di Edimburgo potrebbe far leva sulle sue posizioni piuttosto «moderate» sulla Brexit. Come abbiamo ricordato in precedenza, nel giugno 2016, quando era il punto di riferimento della campagna elettorale di Boris Johnson per la successione a David Cameron, proprio nel giorno in cui l’ex primo cittadino di Londra avrebbe dovuto annunciare la sua candidatura ufficiale, Gove ritirò il suo appoggio e provò a concorrere per la guida del Partito Conservatore e del Paese. Al termine della prima tornata delle elezioni primarie giunse terzo alle spalle della vincitrice Theresa May e di Andrea Leadsom.

Jeremy Hunt, divenuto ministro degli Esteri dopo l’addio di Boris Johnson, durante il referendum del 2016 si schierò dalla parte di coloro che erano contrari alla Brexit. Tre anni fa rinunciò a candidarsi alla guida dei Conservatori per affiancare Theresa May. In seguito al risultato della tornata referendaria, il 52enne londinese rivide le sue posizioni, passando sul fronte degli euroscettici perché decisamente contrariato dall’arroganza e dalla supponenza di Bruxelles durante le trattative per il compromesso sul divorzio della Gran Bretagna dall’Unione Europea. In passato è stato anche ministro della Sanità, e in quest’ultimo periodo è riuscito a guadagnare consensi soprattutto perché viene considerato dai suoi sostenitori come un uomo coraggioso, preparato e adatto ad una grande sfida come quella che attende il Regno Unito nei prossimi mesi.

Dimissioni Theresa May: i nomi dei probabili sostituti.

Si è dimessa pochi giorni fa dal governo, ma nonostante ciò presto potrebbe rientrarvi addirittura nel ruolo di Primo Ministro. Stiamo parlando di Andrea Leadsom, ministra per le Relazioni con il Parlamento che il 22 maggio ha lasciato l’esecutivo scrivendo una lettera a Theresa May nella quale ha apertamente affermato di non credere più che le trattative portate avanti dalla premier avrebbero realmente garantito l’attuazione della Brexit. Del resto, proprio durante la campagna elettorale per il referendum del 2016, la Leadsom era scesa attivamente in campo per sostenere con forza la necessità di un’uscita della Gran Bretagna dall’UE, mentre durante la sfida interna al Partito Conservatore era stata sconfitta proprio dalla May.

Sta scalando posizioni tra i Tories Dominic Raab, ministro per la Brexit fino a novembre 2018, quando rassegnò le sue dimissioni perché completamente contrario al compromesso raggiunto dalla Prima Ministra con Bruxelles, che l’avvocato 45enne aveva definito senza mezzi termini: «cattivo per la democrazia e l’economia britannica». Euroscettico, quando gli è stato chiesto se si sentiva pronto ad iscriversi tra gli eventuali candidati a Downing Street, ha risposto con un sibillino «Mai dire mai…». D’altronde Raab non può non sapere che in questa fase è uno dei principali punti di riferimento dell’ala emergente dei conservatori.

Ex direttore di Deutsche Bank, Sajid Javid potrebbe essere l’outsider tra i maggiori indiziati a prendere il posto di Theresa May alla guida del governo britannico. Il ministro dell’Interno, fervido sostenitore della corrente politica del «thatcherismo» e del libero mercato, che nel 2016 aveva abbracciato la causa dei no-Brexit, sta riuscendo a guadagnarsi la stima e il sostegno di un numero sempre maggiore di parlamentari del Partito Tory.

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