Tagli all’editoria, il M5S prepara la stretta

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Sulla scia di un emendamento presentato, e poi ritirato, alla Camera i primi di dicembre, il M5S, in Commissione Bilancio del Senato, propone nuovamente la riduzione progressiva, “fino alla loro abolizione”, dei fondi destinati all’editoria.

Per l’annualità 2019 l’importo complessivamente erogabile a ciascuna impresa editoriale sarà ridotto del 20% della differenza tra l’importo spettante e 500 mila euro. Per il 2020 “l’importo complessivamente erogabile a ciascuna impresa editoriale sarà ridotto del 50% della differenza tra l’importo spettante e 500 mila euro; e per il 2021 del 75% della differenza tra l’importo spettante e 500 mila euro“, è quello che si legge nell’emendamento depositato a Palazzo Madama dai senatori 5 Stelle.

Il sistema dei finanziamenti pubblici all’editoria, affonda le sue radici in una legge del 1981, che stabiliva che in Italia fosse previsto un contributo fisso per ogni copia stampata. Nel 1990 la platea venne ulteriormente allargata, includendo anche ai giornali organi di partito presenti al Parlamento Europeo: per avere i soldi, quindi, bastava avere anche un solo eurodeputato.

A partire dal 2008, però, il Parlamento comincia ad abolire ogni criterio legato alla tiratura, fino alla quasi abolizione del sistema di contribuzione diretta, avvenuta nel 2014.

I contributi diretti, ad oggi, secondo la legge n° 198 del 2016, proposta dal Ministro dello Sport con delega all’editoria Luca Lotti, riguarderebbero solamente:

  • cooperative giornalistiche;                                                                                                                                                                                                                                             
  • enti senza fini di lucro;                                                                                                                                                                                                                         
  • quotidiani e periodici delle minoranze linguistiche;                                                                                                                                                                 
  • imprese editrici di quotidiani e periodici diffusi all’estero e le radio e TV locali;                                                                                                                  
  • quotidiani di partito.   

Se l’emendamento dovesse passare, si metterebbero in crisi i piccoli editori, che già lamentano rischi di chiusura per un centinaio di testate e il licenziamento di 10.000 addetti. A queste accuse il Vicepremier Luigi Di Maio, in Commissione di Vigilanza Rai, replica così:


“Non vogliamo determinare la morte delle testate. Abbiamo fatto un piano di decrescita del finanziamento che riguarda il triennio, una riduzione graduale del fondo per l’editoria in tre anni. Il nostro obiettivo è disintossicare le testate dai soldi pubblici, quindi dalla politica, dando loro il tempo di accelerare l’azione rivolta alla raccolta pubblicitaria. Poi se un giornale non vende più copie, allora si deve fare altre domande!”

Tali dichiarazioni non bastano a spegnere le polemiche, alimentate in particolare dal sostegno previsto, con i fondi liberati, a blog e siti d’informazione.

Nella proposta si legge infatti: “al fine di perseguire gli obiettivi di valorizzazione e diffusione della cultura e del pluralismo dell’informazione, dell’innovazione tecnologica e digitale e della libertà di stampa, con uno o più decreti della presidenza del Consiglio dei ministri sono individuate le modalità per il sostegno e la valorizzazione di progetti, da parte di soggetti sia pubblici sia privati finalizzati a diffondere la cultura della libera informazione plurale, della comunicazione partecipata e dal basso, dell’innovazione digitale e sociale, dell’uso dei media, nonché progetti volti a sostenere il settore della distribuzione editoriale anche avviando processi di innovazione digitale”.

Nonostante ambienti della maggioranza spieghino che l’obiettivo di Crimi, sottosegretario pentastellato all’editoria, sia quello di finanziare le start up innovative prima ancora che le testate online, è impossibile per molti non pensare al vantaggio che potrebbero trarne piattaforme come Il Blog delle Stelle o Rousseau.

Intanto la Federazione Italiana Liberi Editori rivolge un appello al Presidente della Repubblica, affinché venga impedito questo “colpo di spugna”.

Nella lettera si legge: 

“Il sostegno pubblico all’editoria e la trasparenza dei mezzi di finanziamento sono previsti dall’articolo 21 della Costituzione e interventi legislativi su argomenti del genere richiederebbero, in un sistema democratico, un confronto civile, sociale e parlamentare. Tutto, invece, verrà risolto con un maxiemendamento e qualche tweet, e a partire dal 2019, cioè a dire tra due settimane (…) molti giornali editi da cooperative no profit o da enti morali chiuderanno a breve, o saranno costretti a operare drastici tagli; perché ridurre o azzerare i contributi pubblici senza aver prima provveduto ad una riforma organica del settore significa, semplicemente, chiudere i giornali”.

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