Sulle tracce di Moro. Le dichiarazioni di Amintore Fanfani

Le dichiarazioni di Amintore Fanfani

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Le dichiarazioni di Amintore Fanfani

Le dichiarazioni di Amintore Fanfani

Il 28 giugno 1979 sulla vicenda Moro, i giudici Francesco Amato e Domenica Sica raccolgono ufficialmente a verbale le dichiarazioni di Amintore Fanfani in qualità Presidente del Senato della Repubblica. Fanfani, esponente di spicco della Democrazia Cristiana, ha vissuto direttamente i 55 giorni del sequestro e dell’uccisione dell’onorevole Aldo Moro. Dal suddetto verbale emerge: “Ho effettivamente avuto una conversazione con l’on. Signorile, del PSI, il sabato 6/5/78 o la domenica successiva, (più verosimilmente il sabato) a Palazzo Giustiniani. L’appuntamento fu fissato telefonicamente, da parte del Signorile che mi anticipò che intendeva parlarmi della vicenda MORO. In effetti – durante il colloquio – mi disse che, a quanto gli risultava per contatti avuti (senza specificare con chi ed io nulla chiesi in proposto) uno scambio tra l’on. Moro ed un ‘prigioniero comunista’ avrebbe avuto qualche possibilità di verificarsi. Feci presente che il problema riguardava le autorità competenti dello Stato, alle quali non avrei mancato di riferire quanto era stato da lui portato alla mia conoscenza. L’on. Signorile insistette nel dire che una cosa di immediata utilità, poteva essere una mia pubblica dichiarazione che facesse conoscere come la DC riduceva le sue opposizioni ad una ipotesi di ‘scambio’. Replicai che, data la mia posizione di Presidente del Senato e per rispetto alle autorità competenti dello Stato e data anche il mio ruolo di massimo dirigente della DC, non potevo pregiudicare la libertà di decisione sia del Governo che della DC. L’on. Signorile comprese l’impossibilità, per le ragioni suddette, dalla richiesta rivoltami, e domandò se si poteva comunque fare qualcosa”. Dissi che si poteva sentire qualcuno dei membri del partito disponibile a fare dichiarazioni a titolo personale ed in questo senso, per telefono, domandai al presidente del gruppo dei senatori della DC BARTOLOMEI, in quel giorno ad Arezzo, se riteneva di poter fare – in proprio – una dichiarazione pubblica che potesse ottenere l’effetto di non far precipitare la situazione”.

 

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