Sulle tracce di Aldo Moro. L’iniziativa dell’avvocato svizzero Denis Payot. Seconda parte

L'iniziativa dell'avvocato svizzero Denis Payot

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La vicenda dell'avvocato svizzero Denis Payot

La vicenda dell’avvocato svizzero Denis Payot

Diverse sono iniziative per intercettare i canali giusti finalizzati ad  intraprendere una trattativa a favore della liberazione del presidente della Democrazia Cristiana. Tra queste, quelle che hanno avuto anche un riscontro sui mezzi di comunicazione, certamente quella della discesa in Italia dell’avvocato svizzero Denis Payot. Quest’ultimo ha avuto contatti con i familiari di Moro, con gli amici dello statista democristiano e con alcuni esponenti del governo. Probabilmente all’inizio si era data una certa importanza all’iniziativa. Poi le cose cambiarono. Le tracce di questo percorso sono state lasciate nella relazione della commissione parlamentare. Nel documento troviamo scritto: “Le informazioni ricevute dal Governo, tuttavia, fecero subito intendere che Payot non poteva costituire un canale valido. Il ministro della Giustizia e della polizia cantonale, Fontanet, fece riservatamente sapere che era difficile definire l’avvocato Payot: uomo buono e intelligente, ma anche un po; confusionario, «interessato» e desideroso di mettersi in vista. Il capo della polizia federale Amstein riferiva che nell’attività di mediazione nel caso Schleyer l’avvocato Payot non si era comportato in modo scorretto, anche se non aveva trascurato nulla per farsi pubblicità. Invece il BKA (Bundeskriminalamt) della Repubblica Federale Tedesca affermò che il legale svizzero non era da ritenersi in diretto collegamento con i terroristi attivi, anche se aveva avuto contatti con l’avvocato Croissant e con i familiari dei guerriglieri della Rote Armee Fraktion. Nella vicenda Schleyer si era mostrato estremamente lento e avido. Negli ambienti qualificati di Ginevra era preso poco sul serio, anche per la sua presunzione confinante con l’esibizionismo… L’avvocato Payot uscì di scena affermando che le autorità svizzere lo avevano ostacolato; ma di questo non si ha il minimo riscontro obiettivo. Proprio in quei giorni, anzi, le autorità svizzere avevano confermato tutto il loro appoggio alle indagini italiane. L’impressione della scarsa consistenza del tramite tentato è stata d’altro canto riportata alla Commissione e dall’avvocato Manzari e dall’onorevole Lettieri. Il primo ha parlato di «discorso molto generico, molto approssimativo e molto poco concreto». L’onorevole Lettieri, che pure si era mostrato assai interessato in considerazione dell’azione svolta da Payot nel caso Schleyer, finì per dubitare che lo stesso potesse fare qualcosa nella vicenda Moro, tanto da uscire dall’incontro non convinto che si fosse trovata la strada per avviare a soluzione il problema. In effetti, quando il dottor Freato ricercò Payot a Ginevra presso il numero privato che gli aveva fornito e finalmente potè parlargli, si trovò come interlocutore un uomo spaventato, che gli disse subito di non potersi più occupare della vicenda perché il ministro della Giustizia glielo aveva proibito. Successivamente, negli ambienti forensi di Ginevra, lo stesso dottor Freato raccolse su Payot un giudizio non positivo a causa della sua venalità. Pochi giorni dopo, la stampa riportava la notizia che l’Associazione di cui Payot era presidente lo aveva dimesso dalla carica. La signora Moro è rimasta con la sensazione che il Governo abbia provocato una interruzione della trattativa senza una motivazione sufficiente: tuttavia gli elementi acquisiti sembrano chiarire a sufficienza il reale andamento dei fatti. Lo stesso dottor Freato ha comunque dichiarato di escludere, a quanto gli risulta, atti espliciti del Governo diretti ad intralciare l’iniziativa”.

 

 

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