Sulle tracce di Aldo Moro. Leonardo Sciascia e “L’affaire Moro”. Seconda parte

Leonardo Sciascia "L'affaire Moro"

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Leonardo Sciascia e "L'Affaire Moro"

Leonardo Sciascia “L’affaire Moro”

Nel continuare ad immedesimarsi nell’illustre prigioniero Leonardo Sciascia sviluppa importanti  riflessioni. Nel suo libro scrive “Tentiamo di immedesimarci. Per la carica che tiene e per il momento in cui è avvenuto il suo “prelevamento”, momento in cui una maggioranza stava per approvare in Parlamento la sua più accorta e paziente operazione politica, Moro è certo che la polizia sia stata come non mai mobilitata e lanciata in azioni vastissime e insieme capillari, massicce e al tempo stesso meticolose. Sa poi, per il tempo impiegato nel percorso dal luogo del “prelevamento” alla “prigione del popolo” (è impensabile nella previsione di quel che si sarebbe scatenato, che le Brigate rosse abbiano praticato un percorso allungato, per il prigioniero disorientante),  di trovarsi ancora a Roma: e probabilmente questa sua certezza è confortata da un qualche segno acustico che i carcerieri non riescono ad impedirgli di cogliere: il rumore del traffico, un suono di campane, un pulviscolo di voci…Mettendo assieme quello che presume e quello che sa, arriva a questa domanda: come è possibile che la polizia non riesca a trovare la “prigione del popolo”? E la risposta che si dà è questa: la “prigione del popolo” si trova in un luogo insospettato e insospettabile, in un luogo inaccessibile alla polizia, in un luogo che gode di immunità. La Città del Vaticano? Un’ambasciata? Non si vuole qui dire che Mor5o potesse davvero trovarsi nella Città del Vaticano o in qualche ambasciata. Si vuole soltanto dire che Moro può averlo pensato: nell’illusione che si faceva riguardo all’efficienza della polizia, all’intelligenza e volontà degli amici”. Sciascia nel continuare il suo racconto, attraverso un metodo di indagine diverso da quello praticato durante il sequestro dei 55 giorni, aggiunge “Per mia parte, credo che anche la “prigione del popolo” si appartenesse a quella che io chiamo invisibilità dell’evidenza e che altri, sempre sulla Lettera rubata di Poe, ha chiamato eccesso di evidenza. L’immunità di cui godeva la “prigione del popolo” era dovuta, in buona parte se non totalmente, all’evidenza in cui si trovava”.

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