Sulle tracce di Aldo Moro. L’audizione di Adriana Faranda in commissione parlamentare del 11 febbraio 1998. Terza parte

Audizione di Adriana Faranda

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Audizione di Adriana Faranda

Audizione di Adriana Faranda

Il presidente della commissione parlamentare d’inchiesta Pellegrino, nella seduta del 11 febbraio 1998, iniziò con il seguente quesito l’audizione con la brigatista rossa Adriana Farnda: “PRESIDENTE. Le rivolgerò solo poche domande, e poi l’affiderò alle domande dei colleghi, riservandomi di intervenire successivamente, così come ho fatto con Morucci. Ci sono altre cose di cui lei è a conoscenza che non ha mai dichiarato nè nella pubblicistica nè in sede giudiziaria, che potrebbero tornare utili al lavoro della Commissione? FARANDA. No, non c’è nient’altro che sia di mia conoscenza e che io ritengo possa tornare utile alla Commissione. I miei ritardi nel confermare l’identità del quarto uomo sono stati soltanto relativi alle remore umane rispetto al coinvolgimento di una persona in accuse così gravi. Viceversa, il mio silenzio rispetto al quarto uomo non mi sembrava lesivo di una verità che potesse stravolgere quello che già si conosceva, cioè che Maccari era una persona militante nelle Brigate rosse esattamente come noi e non si trattava quindi di null’altro. In questo senso mi sembrava che il suo nome e il suo cognome nulla potessero aggiungere alla verità storica di ciò che era accaduto, ma potessero semplicemente portare all’individuazione in termini giudiziari di un altro colpevole. Tutto qui. PRESIDENTE. Sì, però per un certo periodo veniva addirittura negata la presenza di un quarto uomo in via Montalcini; questo rendeva meno credibile la ricostruzione del sequestro e quindi attivava poi attese sulla personalità dell’ingegner Altobelli. FARANDA. Questo è senz’altro vero ed è stato sicuramente un grosso

errore da parte nostra, dovuto al timore che ammettere che vi fosse un quarto uomo e non svelarne l’identità fosse ancora peggio. Purtroppo, eravamo dentro una tenaglia in cui qualunque dichiarazione avrebbe potuto tornare utile a chi voleva sollevare dei polveroni. PRESIDENTE. Insomma, non è che ce n’era un quinto? FARANDA. Assolutamente no. PRESIDENTE. Di questo possiamo essere sicuri? FARANDA. Assolutamente. PRESIDENTE. Quindi, l’interrogatorio di Moro viene condotto personalmente da Moretti? FARANDA. Sì, per quello che ne so io. PRESIDENTE. Per quanto ne sa lei, viene registrato? FARANDA. Inizialmente si parlò di registrazioni, che poi vennero abbandonate e successivamente distrutte per evitare che, nel caso di un loro ritrovamento, venisse individuata la voce dell’intervistatore – che parola brutta «intervistatore» –, cioè di chi portava avanti l’interrogatorio.

PRESIDENTE. Capisco che le pesi parlare di queste cose ma fanno parte della verità storica e in qualche modo le sottoponevate al processo. Quindi, vi è stato un interrogatorio più che un’intervista! FARANDA. Sì, un interrogatorio; mi sono corretta. PRESIDENTE. Difatti, la pubblicistica che se ne è occupata, l’intellettuale, che nella scorsa legislatura era consulente della Commissione stragi e che ha fatto di quel memoriale uno studio molto approfondito anche sotto il profilo filologico, è riuscito addirittura a ricostruire le possibili domande a cui Moro rispondeva. Da quello che sappiamo, però, Moro rispondeva scrivendo. Ecco, lei ha una qualche idea di che fine abbiano potuto fare i manoscritti del memoriale? FARANDA. Io non li ho mai visti; mi fu detto che erano stati distrutti, però non posso averne la certezza perchè non ho materialmente assistito alla loro distruzione”.

 

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