Sulle tracce di Aldo Moro. La relazione di Leonardo Sciascia

La relazione di Leonardo Sciascia

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Relazione di Leonardo Sciascia
Nella relazione di minoranza del deputato Leonardo Sciascia (gruppo parlamentare radicale), inserita nel suo libro “L’affaire Moro”, troviamo numerose ed acute osservazioni. Lo scrittore siciliano disse in un intervista che “se non riusciamo ad arrivare alla verità sul caso Moro, siamo davvero perduti”.  Tra queste osservazioni, importante segnalare quella sulla vicenda di via Gradoli. Sciascia scrisse “Esattamente un mese dopo — il 18 aprile — l’appartamento di via Gradoli di cui la polizia aveva preso atto come abitato da persone tranquille, fortuitamente si rivelava covo delle Brigate Rosse. Ma il nome Gradoli era già corso nelle indagini, e vanamente, grazie a una seduta spiritica tenutasi nella campagna di Bologna il 2 aprile. E non meravigli che negli atti di una commissione parlamentare d’inchiesta si parli, come in una commedia dialettale, di una seduta spiritica: ma dodici persone, come si suol dire, degne di fede, e per di più appartenenti al ceto dotto della dotta Bologna, sono state sentite una per una dalla Commissione e tutte hanno testimoniato della seduta spiritica da loro tenuta e da cui è venuto fuori il nome Gradoli. Non una di loro si è dichiarata esperta o credente riguardo a fenomeni del genere; tutte hanno parlato di un’atmosfera «ludica» che attorno al «piattino» e agli altri elementi necessari all’evocazione, si era stabilita in un pomeriggio uggioso: di gioco, dunque, di passatempo. E non solo tutti sembravano, nel riferire alla Commissione, credere alla semovenza del «piattino»; ma di fatto ci credettero, se l’indomani ne riferirono alla DIGOS di Bologna e, successivamente, al dottor Cavina, capo dell’ufficio stampa dell’onorevole Zaccagnini. Tra i farfugliamenti del «piattino», un nome era venuto fuori nettamente: Gradoli. Poiché c’è in provincia di Viterbo un paese di questo nome, la polizia vi si recò in forze, presumibilmente facendovi le solite perquisizioni a tappeto; e senz’alcun risultato, si capisce. Il suggerimento della signora Moro, di cercare a Roma una via Gradoli, non fu preso in considerazione; le si rispose, anzi, che nelle pagine gialle dell’elenco telefonico non esisteva. Il che vuol dire che non ci si era scomodati a cercarla, quella via, nemmeno nelle pagine gialle: poiché c’era. All’appartamento di via Gradoli abitato dal sedicente ingegnere Borghi, si arriva finalmente, e per caso, alle 9,47 del 18 aprile: a tamponare una dispersione d’acqua, non a sorprendervi dei brigatisti. E qui è da notare che una specie di fatalità idrica incombe sulle Brigate Rosse, non essendo quello di via Gradoli il solo caso in cui un covo viene scoperto per la disfunzione di un condotto. E del resto abbiamo parlato di spiriti, potremmo anche parlare di veggenti che nella vicenda hanno avuto un certo ruolo:perché non parlare della fatalità? Vi arrivarono primi i pompieri, naturalmente; e capirono e segnalarono di trovarsi in un covo.”

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