Sulle tracce di Aldo Moro. La relazione del senatore Flamigni in commissione Moro (9 dicembre 2014)

La relazione Flamigni in Commissione Moro

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La relazione Flamigni in Commissione Moro

La relazione Flamigni in Commissione Moro

In data 9 dicembre 2014 viene protocollata una relazione del senatore Sergio Flamigni in Commissione Moro. Il senatore Flamigni è certamente uno dei massimi studiosi viventi sul caso Moro. Numerose sono le sue pubblicazioni sulla vicenda. Nella suddetta relazione Flamigni, il capitolo secondo è dedicato agli “avvertimenti ricevuti negli Stati Uniti” da parte del leader democristiano. Nel documento si afferma: “L’ipotesi Guerzoni, di cui ha parlato il sen. Pellegrino, di un delitto in appalto alle Br da parte di forze internazionali alleate, anche se non ha potuto essere verificata, penso debba essere presa in considerazione, perché non è priva di elementi di sostegno. La Commissione dell’ VIII legislatura dedica un capitolo alle avvisaglie del delitto e la seconda parte del capitolo si intitola “Gli avvertimenti ricevuti in America”. Nel luglio 1974, durante il suo intervento al Consiglio nazionale democristiano, Moro prospettò con grande prudenza l’eventualità di un nuovo rapporto con l’opposizione comunista. Era dal 1969 che Moro aveva inaugurato quella che venne cautamente definita “strategia dell’attenzione”. Lui diceva: «Bisogna avere un atteggiamento chiaro, serio e costruttivo nei confronti del partito comunista verificando con il maggior impegno la validità delle sue proposte e delle sue critiche e riservando ad esso, nella dialettica democratica e nell’ esperienza sociale ben più ampia e profonda che non l’azione di governo, una doverosa attenzione e conversazione» (Il popolo, 20 luglio 1974). Benché prudentissime, le parole di Moro accentuarono l’allarme negli ambienti del Dipartimento di Stato americano, mentre da Kissinger veniva invece la richiesta contraria, cioè di una più decisa intransigenza anticomunista. Dal 25 al 29 settembre era in programma la visita negli Usa del Presidente della Repubblica Leone e del ministro degli Esteri Aldo Moro. Due settimane prima, il “New York Times” pubblicò alcune rivelazioni del direttore della Cia, William Colby, fatte in seduta segreta davanti alla sottocommissione Forze armate del Congresso, a proposito delle attività clandestine della Cia in Cile a sostegno del colpo di Stato costato la vita al legittimo presidente Allende. «In 48 cartelle dattiloscritte, Colby descrive con sorprendente sincerità l’attività clandestina in Cile, dal tentativo di comperare i deputati per impedire la ratifica della elezione di Allende da parte del parlamento, al finanziamento di scioperi come quello dei camionisti che paralizzò il Cile per 26 giorni nell’autunno del 1972 colpendo severamente l’economia del Paese. E la testimonianza mette in chiaro che l’attività dell’agenzia è stata preventivamente vagliata e approvata da un comitato speciale allora presieduto da Kissinger. Il suo compito è appunto di «vagliare e autorizzare le attività clandestine della Cia nel corso di riunioni mensili tanto segrete che non vengono redatti verbali». «Per Kissinger – è stato scritto, a torto o a ragione – il Cile era un test per vedere se un governo di sinistra democraticamente eletto poteva essere ribaltato mediante la creazione di un caos interno da parte di forze esterne». Il 10 settembre il “Washington Post” riportò la seguente frase di Kissinger: «Non vedo perché dobbiamo starcene fermi a guardare un paese diventare comunista per l’irresponsabilità del suo popolo»”.

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