Suicidio di Stato: la vicenda di Moussa Balde

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Moussa Balde
Moussa Balde

Il suo nome è Moussa Balde. La morte di quello che viene esposto come l’ennesimo “migrante” illecito sul territorio italiano è, in realtà, quella straziante di un “essere umano” che si è tolto la vita mentre si trovava in isolamento nel Cpr di Torino.

La vicenda di Moussa Balde

Moussa Balde prima di essere un immigrato era un essere umano. Un ragazzo al quale nessuno aveva reso giustizia il 9 maggio quando era stato aggredito e malmenato a Ventimiglia da tre uomini: due siciliani originari di Agrigento, di 28 e 39 anni, e uno di 44 anni, originario di Palmi, Reggio Calabria; tutti domiciliati a Ventimiglia. Per quelle bastonate, per quei cazzotti in testa e in faccia, per quei calci all’addome inflitti quando il ragazzo era già a terra, sono stati denunciati a piede libero per rispondere del reato di lesioni aggravate. “Aveva tentato di rubarmi il telefonino al supermercato”, si è giustificato così uno dei tre picchiatori. Moussa, dopo essere stato portato d’urgenza all’ospedale, destinatario di un provvedimento di espulsione, era stato trasferito dalla Liguria a Torino, rinchiuso come “clandestino” nel Cpr di corso Brunelleschi. Due settimane dopo l’aggressione si è impiccato con le lenzuola. 

Le condizioni psicologiche di Moussa

“Io non riesco più a stare rinchiuso qui dentro. Quanto manca a farmi uscire? Perché mi hanno rinchiuso? Voglio uscire. Io uscirò di qui” aveva detto Moussa, venerdì scorso, all’avvocato Vitale. Le sue condizioni psicologiche erano preoccupanti. “L’ho incontrato due volte, giovedì e venerdì scorso. Era molto provato ed era incredulo di trovarsi nel Cpr. Gli ho mostrato il video dell’aggressione. Lui mi ha spiegato di essere stato picchiato mentre stava chiedendo l’elemosina. Però, fino ad ora, è stata divulgata solo la versione degli aggressori che denunciano un tentato furto di un cellulare”, le parole di Vitale.

La situazione dei Cpr

Quello di Moussa, però, non è un caso isolato. Ricordiamo Hossain Faisal, bengalese di 32 anni, vittima di violenza all’interno dello stesso centro e posto in isolamento punitivo per venti giorni, senza possibilità di chiedere aiuto visti i campanelli di allarme vicino ai letti non funzionati. Venne trovato morto tra 7 e l’8 luglio 2019, per arresto cardiaco. Dopo pochi giorni, Orgest Turia, albanese di 28 anni, è stato trovato senza vita in una cella di isolamento in cui si trovava per il periodo di quarantena. L’autopsia ha accertato la causa della morte per un’overdose di metadone. L’avvocato difensore incaricato dalla famiglia ha sollevato perplessità su come il giovane potesse essere entrato in possesso di quella sostanza. Queste morti provano che le condizioni di vita all’interno dei Cpr, strutture pubbliche gestite da privati, mettono ordinariamente a dura prova la capacità di resistenza psicologica di chi vi viene recluso.

Il razzismo sistemico intorno alla vicenda della morte del ragazzo

“Non si può essere privati della libertà personale perché non si ha un documento. Regolarizzare chi è presente sul territorio nazionale è il modo per impedire simili tragedie che noi chiamiamo omicidi”, questa la nota di Maurizio Acerbo e Stefano Galieni. Il suicidio di Moussa, in effetti, è stato il risvolto tragico di un ragazzo rimasto solo. La sua storia fa più male perché la sua morte deriva da un abbandono: quello dello Stato italiano che ha scelto di trattare lui come colpevole mentre era stato la vittima di una brutale aggressione xenofoba. Non si può più continuare a far finta di nulla descrivendo queste morti come semplici suicidi di immigrati. Questa è la morte di un essere umano che è stato spinto ad un gesto estremo da estreme circostanze: abbandono, solitudine, ingiustizia. Quando questo diventerà un Paese inclusivo, solidale, giusto?