In Sudan dopo cinque mesi di proteste il presidente al-Bashir è stato destituito da un colpo di stato dell’esercito che ha deciso di rimuoverlo dalle sue funzioni e al suo posto, proprio come è successo in Egitto nel 2011, una giunta militare guiderà il Paese durante questa fase di transizione.

Sembrava impossibile che una personalità come quella di Omar al-Bashir, saldamente al potere da trent’anni, potesse essere estromessa da una rivolta popolare, eppure così è stato, l’ex presidente rais, proveniente dalle fila dell’esercito, è stato deposto da un colpo di Stato, strumento mediante il quale lui stesso era giunto al potere nel lontano 1989.

Come è si giunti a questo punto? Agli inizi dello scorso anno i prezzi di alcuni generi alimentari come la farina ed alcune fonti energetiche (carburante, elettricità etc…) hanno iniziato a salire, per questa ragione, la gente è scesa in strada, e per la prima volta, i sudanesi, che fino ad allora non potevano neppure criticare l’esecutivo di al-Bashir, hanno iniziato a mostrare il loro dissenso per un governo corrotto e disinteressato totalmente ai problemi dei suoi cittadini.

Da gennaio dello scorso anno, inoltre, il regime di al-Bashir non ha perso solo l’appoggio popolare, ma anche quello internazionale. Già, perchè sia Stati Uniti che l’Unione europea si sono schierati a fianco del popolo sudanese che ne ha chiesto incessantemente le dimissioni.

Il presidente e il suo establishment hanno scelto, però, di ignorare questi campanelli d’allarme, anzi, ad agosto dello stesso anno, il Consiglio Islamico della Shura ha modificato la Costituzione per consentire ad al-Bashir di presentarsi alle elezioni del 2020, come candidato del National Congress Party, evento che non sarebbe potuto avvenire, poichè la carta costituzionale prevedeva un massimo di due mandati per il presidente della durata di cinque anni ciascuno.

Questo ennesimo colpo di mano ha dimostrato che al-Bashir era in difficoltà, poichè dopo la fine del suo mandato, egli avrebbe dovuto affrontare il giudizio della corte internazionale penale, che lo avrebbe condannato per crimini contro l’umanità per i massacri in Darfour. Insomma l’ex-rais è la prova vivente che il potere cerca di salvare se stesso con ogni mezzo da una fine ingloriosa.

Veniamo alle proteste di dicembre 2018 che sono state soprannominate “rivolta del pane”. Le proteste in questione non sono giunte come un fulmine a ciel sereno, anzi, dall’inizio dell’anno non erano mai cessate, solo alla fine del 2018 hanno raggiunto il loro apice. La rivolta guidata da alcuni studenti universitari è partita dalla città di el-Gedaref, proseguendo per le città di Berber e Atbara arrivando fino a Khartum.

Questa rivolta è da considerarsi proprio l’inizio della fine per il regime trentennale di Omar al-Bashir, poichè agli studenti, si sono uniti anche alcune divisioni dell’esercito e reparti della polizia. Inoltre, come già poc’anzi accennato, al-Bashir ha perso il sostegno anche dell’Europa, ma non di tutti i Paesi europei: Francia e Italia, infatti, temendo che la caduta del regime destabilizzasse il Paese, con conseguenze negative per il controllo dei flussi migratori, hanno tenuto un atteggiamento cauto e preoccupato.

Tutto considerato, al di là delle riflessioni sulla necessità o meno della presenza di al-Bashir, è apparso chiaro che la sua figura è sembrata diventare sempre più ingombrante per il suo regime, il quale ha iniziato a pensare che, forse, sarebbe sato più opportuno che il rais ( parola che in arabo significa: presidente, capo ecc…) si facesse da parte. A marzo, vista che ormai la situazione era diventata totalmente incontrollabile, ed il regime ormai non più in grado di gestire la rivolta, i fedelissimi del presidente hanno iniziato a trattare con l’opposizione per avere un salvacondotto, in cambio delle dimissioni di al-Bashir.

Alle proteste si è unita anche la Sudan Professionist Association che ha organizzato delle giornate di disobbedienza civile con lo scopo di dare il colpo di grazia al regime.

Agli inizi di aprile, per l’establishment al potere non c’è stato più niente da fare, l’opposizione è stata compatta e decisa a mettere la parola fine al governo trentennale di al-Bashir, ma a dare la spallata finale alla dittatura del rais è stato l’esercito, fino ad allora suo alleato, che ha deciso di abbandonarlo al suo destino. In data 11 aprile 2019 al-Bashir è stato definitivamente estromesso dai processi decisionali del Paese.

Il Sudan ha voltato pagina?

Adesso che al-Bashir è storia passata ed a guidare la transizione è una giunta militare dovremmo chiederci se davvero per il Paese africano è inizata una nuova èra, o abbiamo assistito semplicemente al tentativo del regime di salvare se stesso.

Questa è una domanda a cui per adesso non si può dare una risposta certa, poichè il panorama non è ancora chiaro, ma secondo alcuni opinionisti ciò a cui, ora, il popolo sudanese dovrebbe prestare attenzione è proprio la vittoria: essa, infatti, se non adeguatamente gestita, potrebbe condurre il Paese ad un’instabilità permanente, o per meglio dire, se si affida tutto il potere, in questa fase di transizione, nelle mani della giunta militare, quest’ultima potrebbe sfruttarlo per salvare i suoi privilegi e continuare ad autoperpetuarsi a danno della popolazione civile, che invece, si ritiene legittimata a partecipare alla gestione della fase di transizione.

L’International Crisis Group sostiene che affidare le redini del Paese ai militari non è una mossa intelligente, poichè le forze armate non sono completamente unite al loro interno, vi sono ancora divisioni tra le forze fedeli al regime precedente e quelle che hanno sposato la causa dei manifestanti, di conseguenza si assisterebbe a lotte intenstine tra le stesse.

Per l’Europa l’unico modo di gestire la crisi è cercare un accordo con i capi delle proteste, e che l’esercito cessi di aprire il fuoco sui manifestanti, solo così, si potrà giungere alle elezioni.

Se il destino del Sudan è ancora avvolto da una coltre di fumo, lo stesso non si può dire per quello di al-Bashir, il quale dopo essere stato posto agli arresti domiciliari, è stato poi tradotto nel carcere di Kobor a Khartum.

La Corte internazionale, che già nel 2009 aveva chiesto l’arresto di Bashir perchè comparisse dinanzi a sé, adesso è tornata a reiterare la richiesta, ma i militari non sembrano intenzionati a consegnare l’ex-presidente alla Corte. Per l’ex rais, tuttavia, sembra aprirsi una via di fuga, poichè l’Uganda, tramite il suo ministro degli esteri Henry Okello Oryem ha offerto asilo politico a Bashir, visti i buoni rapporti che intercorrono tra i due Paesi.

Nel caos sudanese, un fatto è chiaro, ovvero il popolo diffida delle forze armate e vuole che la fase di transizione sia gestita anche da civili, ma i militari saranno disposti a concedere spazio ai civili?.

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