Street Clerks: Come è andata la rivoluzione? – Intervista

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Esce oggi l’ultimo album degli Street Clerks, la residente band del programma di Sky EPCC – E Poi C’è Cattela. Come è andata la rivoluzione lo trovate da oggi in streaming sulle principali piattaforme di streaming e nei migliori negozi di musica.

Per chi di voi non lo sapesse però, gli Street Clerks non sono nati con EPCC, la loro storia inizia nel 2007; fin da giovani hanno sempre amato la musica, ma non quella che le loro menti potevano sentire in giro in quegli anni. La loro passione trovava e trova tuttora fondamenti nella muisca degli anni ’60. I loro fari nella nebbia del panorama musicale che sempre più diventa fosco nel nostro Bel Paese sono restati quelle bands che al pop e alla musica hanno dato vita: The Beatles, Rolling Stones.

Sono per questo restati agli anni ’60? Proprio no. Nella loro carriera musicale hanno avuto modo di poter incontrare moltissimi tra i più grandi artisti della scena nazionale e internazionale, che hanno fatto sì che il loro stile si modificasse e restasse sempre sul pezzo.

Questo album è composto da 10 tracks, che vanno dal pezzo ricco di memorie fino al pezzo d’amore. Questa la tracklist:

  1. Londra
  2. Il mio desiderio di fuggire
  3. Rivolù
  4. La vitamina
  5. Marlene
  6. Finisce che sto bene
  7. Il ritorno di Beethoven
  8. Una soluzione banale
  9. Before it all turns to dust
  10. Hey

Noi di PeriodicoDaily li abbiamo intervistati per voi. Ecco un po’ che ne è uscito!

©_ANGELO_TRANI

La vostra storia come gruppo ormai è lunga: voi nascete circa 11 anni fa, nel 2007. Che cosa vi aveva unito all’epoca, e cosa vi unisce ancora oggi?

R: I soldi (ride). I soldi erano l’unica cosa che mancava a tutti, in realtà. Diciamo che ci siamo conosciuti sui palchi fiorentini perché avevamo vari progetti e poi è nata un’amicizia tra alcuni ed è nata anche questa voglia di fare un gruppo un po’ più “alla leggera”, una rock band anni ’60, alla Rockabilly, e ci divertivamo a stravolgere i pezzi e a rifarli nel nostro genere. Abbiamo scoperto poi che l’alchimia fra noi era superiore rispetto ad altri progetti, ci siamo trovati subito molto bene. Abbiamo suonato tantissimo e che piacevamo alle persone. Sicuramente, quello che ci tiene ancora insieme è un’intesa soprattutto musicale, nel senso che abbiamo tutti la stessa passione per la musica: siamo persone molto diverse fra di noi ma ancora riusciamo a trovare un’alchimia nonostante i tempi (abbiamo appunto iniziato a scrivere dal 2009/2010): la diversità è una cosa positiva perché nella diversità ognuno riesce a portare qualcosa di suo ed esce fuori qualcosa che speriamo contraddistingua sempre di più lo stile degli Street Clubs.

Bene. Mi hai detto che avete trovato questo punto di unione in quello che era questa musica anni 60 e Rockabilly. Voi comunque nella vostra storia avete avuto diverse esperienze con altri cantanti, l’esperienza di X-Factor e il vostro ruolo a EPCC vi hanno dato modo di duettare con un’infinità di artisti di qualsiasi tipo di genere musicale: avete “rubato” qualcosa anche da questi generi con cui vi siete scontrati?

R: Sì, assolutamente. Un po’ ci ha aiutato stare dentro al mondo televisivo, incontrando molti artisti, anche giovani. Ci ha aiutato a tenere l’orecchio allenato a capire come si evolve la musica negli anni e anche a capire che cosa va in questi anni. Anche perché noi siamo molto affezionati agli anni 60 (magari anche 70, 80, 90), e incontrare tuti questi artisti ci ha aiutato a allargare gli orizzonti e le orecchie. Non saprei citare un artista in particolare, però soprattutto in questo ultimo disco si può sentire che ci siamo lasciati andare e abbiamo sperimentato vari generi, cosa che prima magari accadeva meno. Il vecchio disco era più new folk, oggi ci siamo fatti più contaminare, abbiamo iniziato magari anche a “giocare” con l’esperienza di Ale Cattelan, ci ha aiutato ad abbattere molti nostri muri mentali. Non abbiamo avuto nessuna paura di sperimentare e viaggiare fra i generi.

Questo è sicuramente positivo, siete sempre a contatto con il nuovo e vi dà modo di essere aggiornati. Per voi che siete così legati alla storia del rock, che cosa non potete assolutamente accettare della musica che è oggi, degli ultimi 4 anni?

R: Bisogna fare una premessa: è difficile capire che cosa nel presente lascerà un segno. Ci sono sempre tante trasformazioni, come ci sono sempre state. Effettivamente alcune noi alcune non le capiamo, essendo legati alla storia della musica. Personalmente, però, una cosa che mi dà molto fastidio è il grande utilizzo dell’Autotune. Ormai sembra essere diventato uno stile, e ci sta, ma toglie un sacco di sfumature. Parlo dell’autotune ma anche di tutta la produzione, a cui sembra essere stata tolta tutta l’analogicità, che a noi piace parecchio: ci piace il suono delle chitarre, delle chitarre acustiche, della voce al naturale, della batteria suonata, al suono del live. E anche durante i live si nota spesso l’artista che canta con una base dietro. La nostra non è assolutamente una polemica, anche noi abbiamo molto da imparare dai giovani di oggi, che stanno creando qualcosa di nuovo. Poi, capire che cambiamenti avranno apportato, ancora non è possibile saperlo.

Nella produzione del vostro album “Come è andata la rivoluzione?”, state cercando di portare una rivoluzione nella musica portandola indietro? E’ un flashback verso i vecchi tempi o è una rivoluzione diversa? E nel caso, che rivoluzione è?

R:  Secondo noi, la rivoluzione per come è venuta fuori nel testo di un pezzo che si chiama Rivolù, singolo che anticipa l’uscita del nostro nuovo album, è una rivoluzione più “nostra”: parla di noi che ci ricordiamo di quando abbiamo iniziato a suonare a abbiamo imbracciato le prime sonorità, le batterie. Avevamo 14/15 anni, volevamo fare una rivoluzione, anche se non sapevamo cosa fosse realmente. Una carica di energia, la voglia di cambiare il mondo. Il testo di “Come è andata la rivoluzione?” è una celebrazione al nostro rapporto con la musica, la nostra storia, a come siamo cambiati, che comunque è una rivoluzione. Noi, per come eravamo 11 anni fa, a come siamo ora, è stata sicuramente una rivoluzione. Inoltre, nel titolo ci piaceva l’idea di mettere il punto interrogativo, perché secondo noi perché alla fine i cambiamenti, quelli veri, avvengono perché cambiano le persone. Le grandi rivoluzioni hanno cambiato solo piccole cose, alla fine si tornava sempre al punto di partenza. Da qui il titolo, come a dire “come sono andate tutte le rivoluzioni?” proponendo adesso invece una rivoluzione più personale, che può portare a cambiare le cose.

Addentrandoci nel vostro album. Partendo da Londra, questa è la canzone con cui più si sente il legame con gli anni ’60 di cui abbiamo appena finito di parle. Voi nella canzone sognate di riscegliarvi in questi anni. Ma se doveste scegliere una band o artista che vorreste di nuovo con voi, chi sarebbe?

R: Elvis perché alla fine la rivoluzione è partita anche da Elvis, a cui siamo molto affezzionati, ma sono i beatles quelli che più ci hanno segnato.

Questi cantanti parlavano d’amore, e anche voi lo fate. Quello che raccontate voi però è un amore che finisce male. L’amante di Marlene infatti dice lei che “lui non è ciò che lei desidera”. Perché però non abbiamo dato a Marlene la possibilità di dire: “Anche se le possibilità sono scarse, io ci provo comunque”?

R: Dipende dal epriodo in cui sei. Quel pazzo nasce in un momento di problemi nella coppia, quando capisce che è meglio finirla. Quindi poi si metterà con qualcun altro. In “Il mio desiderio di fuggire” per esempio c’è semrpe un rapporto di coppia e si ouò capire come negli Street Clerks le relazioni sono sfuggenti. Ora abbiamo 30 anni quindi siamo cresciuti, ma quando eravamo più giovani…

Le vostre relazioni sono state un po’ sfuggenti. Quindi suppongo che ci siano stati anche problemi. Voi dite al contempo però che La situazione è banale: “quando ci si sente incastrati basta solo aprire gli occhi”. Come si possono aprire gli occhi però quando si è innamorati?

R: In questa canzone si descrive quello stato d’animo che quando ti svegli la mattina e pensi a quando è complicato il mondo, a quale sia il senso della vita. Ma alla fine spesso siamo noi e il nostro cervello ad autocomplicarci le cose. Spesso la realtà è molto più semplice. Questa canzone vuole essere una celebrazione alla vita, che spesso si può vivere bene senza fasciarsi troppo la testa.

 

 

 

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