Stragi mafiose del ’93: Milano e Roma nel mirino

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Stragi mafiose del '93

Le Stragi mafiose del ’93. Il 27 luglio 1993 si scrive una delle pagine più oscure e tristi del nostro Paese. Ancora una volta, l’antagonista della storia è la Mafia. Le vittime? Innocenti cittadini, onesti lavoratori ed il patrimonio artistico-culturale.

Il 27 luglio di 27 anni fa si consuma l’ennesimo eccidio da parte di Cosa Nostra. Tre autobombe esplodono a distanza di poco tempo: una a Milano, due a Roma. Il bilancio totale è di cinque vittime e dodici feriti a Milano, ventidue feriti a Roma ed ingenti danni a monumenti ed opere d’arte.

Le stragi di Via Palestro a Milano e le bombe di Roma si inseriscono sulla scia dei sanguinosi attentati del ’92-’93.

Il 1992 è tristemente noto, tra le altre, per le stragi di Capaci e via D’Amelio, in cui persero la vita Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. L’anno successivo l’Italia piomba nuovamente nel terrore. Il 14 maggio del 1993, a Roma, si consuma il tentato omicidio (per mezzo di autobomba) ai danni di Maurizio Costanzo. Ricordato come il fallito attentato di Via Fauro: non fece vittime ma vi furono 24 feriti.

Il 27 maggio ha luogo la strage di Via dei Georgofili, a Firenze. Ancora, il 2 giugno, davanti a Palazzo Chigi viene rinvenuta una Fiat 500 carica di esplosivo.

La strage di Via Palestro

Milano, 27 luglio 1993. Sono circa le 23:14 quando una Fiat Uno, davanti al Padiglione di Arte Contemporanea, imbottita di tritolo, esplode provocando un tremendo boato.

Cinque i morti. Quella sera, due vigili urbani vennero informati della presenza sospetta di un’auto, da cui fuoriusciva del fumo. Allertati, i vigili del fuoco (Carlo La Catena, Sergio Pasotto e Stefano Picerno) si recano sul posto. Poco dopo, fu chiaro che si trattava di un ordigno. Non vi fu, però, il tempo di procedere con le operazioni del caso.

L’auto esplose, uccidendo l’agente Alessandro Ferrari, i tre vigili del fuoco ed anche un venditore ambulante, che stava dormendo su una panchina dei giardini pubblici attigui.

Dodici i feriti. La bomba causò poi la creazione di una sacca di gas nel sottosuolo. Questa provocò un’ulteriore esplosione. Il Padiglione d’arte contemporanea e la Villa Reale ne furono investiti, dipinti ed opere d’arte danneggiati.

Le bombe di Roma

A circa quaranta minuti di distanza, nella capitale, due bombe svegliarono, nel cuore della notte, gli abitanti.

Alle 23:58 un’autobomba esplode davanti alla basilica di S. Giovanni in Laterano. Quattro minuti dopo un’altra bomba esplode davanti alla chiesa di S. Giorgio al Velabro, nelle vicinanze dei Fori Imperiali e del Campidoglio.

Qui, fortunatamente, non vi furono morti. Il bilancio stimò ventidue feriti ed enormi danni alle due chiese.

Le autobombe? Due Fiat Uno, rubate, imbottite di esplosivo e poi posteggiate nei punti scelti, tutt’altro che casualmente.

Infatti, quello che intuitivamente aveva tutta l’aria di essere un attacco diretto alla Chiesa, lo fu per davvero. Com’è possibile che la Chiesa fosse finita nella lista dei nemici di Cosa Nostra?

Pare che la causa all’origine sia stata una frase pronunciata da Papa Giovanni Paolo II, il quale esortava a prendere le distanze dal fenomeno mafioso, nonché i mafiosi stessi a redimersi.

Convertitevi! Verrà il giudizio di Dio“, queste furono le sue parole. La mafia, non accolse bene questo discorso, ed iniziò a non avere più alcun riguardo nei confronti dell’autorità religiosa. Agì con azioni violente ed omicidi di religiosi.

Tesi avvalorata quando, nel 2013, Totò Riina fu intercettato in carcere. Raggelanti ed inequivocabili le parole pronunciate: “Quel Papa polacco era cattivo…Proprio… Era un carabiniere… Ha esortato a pentirsi… Ma noi siamo tutta gente educata“.

Il mistero della donna bionda: ruolo nelle stragi mafiose del ’93

Tra le incongruenze messe agli atti nei processi relativi alle stragi, vi è un dettaglio ricorrente, che rimase però oscuro.

Si tratta della presenza di una giovane donna, all’epoca dei fatti sotto i trent’anni. Descritta come alta, bionda e distinta. Risulta presente a Roma, in via Fauro, a Firenze, in via dei Georgofili ed a Milano, in via Palestro.

L’identikit circolò per lungo tempo tra gli investigatori e le indagini si concentrarono sul chiarirne l’identità. Il mistero, però, rimane irrisolto.

I testimoni di via Palestro rilasciarono dichiarazioni, concordanti, sul fatto che quella donna fosse presente. Pare infatti che abbia anche parlato con i vigili urbani e fatto la segnalazione della macchina sospetta. Tuttavia, tale coinvolgimento non fu mai menzionato né ammesso dai mafiosi coinvolti, poi pentiti.

Condanne

Il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, tra i principali responsabili delle stragi, dichiarò: “l’obbiettivo erano i monumenti, non le vite umane. Quello che avvenne erano conseguenze non cercate“. Lo scopo delle stragi mafiose del’93 era, ancora, minare e distruggere i simboli che costituiscono l’identità stessa della Nazione.

Tra i principali colpevoli vennero condannati all’ergastolo: Leoluca Bagarella, Totò Riina e Bernardo Provenzano.

Tra i tanti altri, anche il super latitante Matteo Messina Denaro. Tutte le sentenze si confermarono in via definitiva, nel 2012, in Cassazione.

Per la bomba di via Palestro, vennero altresì emesse condanne all’ergastolo per i fratelli Tommaso e Giovanni Formoso, indicati come esecutori materiali della strage.

Le stragi di Milano e Roma, fanno parte della strategia stragista, mediante attentati dinamitardi, messa in atto da Cosa Nostra contro lo Stato. L’obbiettivo era quello di destabilizzare, sovvertire l’ordine e gettare nel caos e nel terrore il paese.

Dure ripercussioni legate al, non ben accetto, esito del Maxi-Processo ed in relazione alla questione “Trattativa Stato-Mafia”.

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