Strage di Orlando: le parole dei sopravvissuti

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Ad Orlando, in Florida, c’è un locale notturno molto conosciuto, il Pulse Club ed il 12 giugno 2016 è la serata dedicata ai balli latino-americani.

Il locale è affollato, quella notte, di ragazzi pieni di voglia di vivere. Per loro il Pulse è un luogo di divertimento, di musica e di festa.

Il 12 giugno 2016 si iniziò a parlare di “peggior strage compiuta con armi da fuoco nella storia degli Stati Uniti. Il bilancio di quella che è una tragedia inspiegabile fu di 53 morti, compreso l’attentatore, freddato dalla polizia, ed almeno 50 feriti di cui alcuni molto gravi.

Il killer? Omar Mateen, cittadino statunitense nato e cresciuto a New York, di origini afghane. Sposato, padre di un bambino e un precedente matrimonio fallito alle spalle. All’apparenza un uomo come tanti, fino a quella notte almeno.

Secondo alcune testimonianze si scopre inoltre che l’uomo frequentava non di rado il locale, nei mesi antecedenti all’attentato.

Poco tempo dopo l’Isis rivendicò l’attentato. L’attentatore infatti quella sera, secondo le testimonianze dei presenti malcapitati, ha telefonato al 911 per proclamare la sua fedeltà allo Stato Islamico.

Obama parlò di “Un atto di terrore e un atto di odio”.

La colpa di essere vivi è pesante

Patience Carter, 20 anni, si trovava nel locale con la cugina, sua coetanea. Lei è sopravvissuta, la cugina è morta sotto il suo sguardo impotente.

Trasportata in ospedale per curare delle brutte ferite d’arma da fuoco ad entrambe le gambe, Patience scrive una poesia toccante e dolorosa, come i suoi pensieri.

Il ricordo di quella violenza trasuda da questi versi e si fa palpabile:

“Vedere l’anima lasciare i corpi delle persone. Vedere il mitra dell’assassino alla mia destra. Vedere su ogni faccia sangue e detriti”.

Parole che non hanno bisogno di spiegazioni. Suscitano alla perfezione il dramma che si è consumato tra quelle mura.

“La colpa di sentirsi fortunati di essere vivi è pesante… È come essere catapultati all’ospedale e sentirsi dire che ce la farai quando di fianco a te c’è gente a cui la vita è stata brutalmente tolta”.

È stato un vero e proprio massacro che lasciò sgomento il mondo intero. “Il killer si è accanito contro le vittime. Si aggirava tra i corpi lasciati a terra senza vita e continuava a sparare, per assicurarsi che fossero morti”. Queste le parole di un altro testimone scampato alla morte.

Lettera di un sopravvissuto

Alejandro Francisco ha 21 anni al momento dei fatti ed è un ragazzo omosessuale che frequentava abitualmente il Pulse Nightclub. Sopravvissuto per miracolo scrisse una lettera diretta all’omicida per esprimere una rabbia incontenibile ed in qualche modo darvi sfogo.

“Stavamo vivendo un weekend favoloso, avevamo progettato di rimanere fino alla chiusura ma il mio amico Vincent ha avuto una specie di premonizione e ha detto di voler uscire prima di tutti gli altri. Il mio amico Vincent mi ha salvato la vita”.

Molti dei suoi amici si trovavano all’interno del locale e vi hanno trovato la morte, intrappolati alla mercé della follia omicida. “Non rivedrò Stanley mai più. L’hai portato via da me”.

È stato dunque un puro caso fortuito a far si che Alejandro scampasse a quell’orrore, “lungo la strada, qualche momento dopo che eravamo usciti, abbiamo iniziato a sentire gli spari. Sembravano dei petardi. Eravamo terrorizzati”.

Qualche istante, pochi minuti, hanno separato il ragazzo dall’inferno ma il ricordo di quell’inferno lo perseguiterà per sempre. “Qualche minuto dopo la nostra uscita, senza realizzare ancora quanto preziosi fossero i minuti, è il momento esatto in cui è iniziato il massacro”.

La lettera si conclude con parole che infondono speranza e sfidano apertamente il terrorismo e la violenza, per non piegare la testa e non cedere al ricatto della paura. Insomma, per rispondere con amore a chi vive di odio:

“Molti non sono sopravvissuti, ma l’amore sì. Anzi, è cresciuto più forte”.

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