Strage di Orlando: il 12 giugno 2016 la sanguinaria sparatoria che uccise 49 persone

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La strage di Orlando del 12 giugno 2016: 49 morti e 58 feriti.

Il 12 giugno 2016 tutto il mondo restò sgomento quando apprese di quella che sarebbe passata drammaticamente alla storia come la strage di Orlando. Nel corso della notte, infatti, un sanguinario killer entrò nel night-club Pulse della città statunitense della Florida e, armato di tutto punto, cominciò a sparare su una folla di circa 320 persone che in quel momento stavano ballando e si stavano concedendo una serata di spensieratezza e relax. Il bilancio dell’attentato fu terribile: 49 vittime accertate e 58 feriti. Questi numeri hanno fatto sì che quanto accaduto nel locale statunitense sia stato definito uno degli eventi terroristici più cruenti di sempre negli States, preceduto soltanto dall’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001 e dal massacro di Las Vegas del 2017.

Tutto cominciò intorno alle ore 2:02 di Orlando, quando un uomo armato di un fucile d’assalto e di una pistola semiautomatica, dopo essere riuscito a superare i controlli all’ingresso, si addentrò nel Pulse e immediatamente aprì il fuoco sui clienti che in quegli attimi stavano danzando ai ritmi di una serata a tema latino-americana. In un battibaleno nell’edificio si diffusero il panico e il terrore, con le persone che cercarono riparo dalla furia omicida dell’attentatore gettandosi a terra o nascondendosi nei bagni, mentre qualcuno riuscì a mettersi in salvo scappando dalle uscite di emergenza. Intanto gli addetti alla sicurezza del locale cercarono di rispondere ai colpi sparati dall’assassino.

Pulse: il night-club dove avvenne la strage del 12 giugno 2016.

L’esecutore della strage di Orlando provò a fuggire ma, braccato e bloccato da una delle guardie del Pulse, decise di rintanarsi all’interno del night-club, prendendo in ostaggio i superstiti. Nel frattempo, il killer effettuò una telefonata al 911, nella quale giurò piena fedeltà all’ISIS e allo Stato islamico, facendo anche i nomi (come fossero degli idoli) dei responsabili dell’attentato della maratona di Boston. La polizia, intervenuta immediatamente sul posto, dopo aver tratto in salvo i feriti che erano riusciti a scappare, intorno alle 5:53 del 12 giugno 2016, dopo aver fatto irruzione nel locale uccise il pluri-omicida. Il suo nome era Omar Mateen.

Omar Seddique Mateen: le indagini sul killer

Le indagini sulla vita e sui motivi (qualora ce ne fossero) che avevano spinto Omar Seddique Mateen, 29enne statunitense che lavorava come guardia di sicurezza privata, ad aprire il fuoco all’interno del Pulse, uccidendo 49 innocenti e ferendone 58, furono piuttosto complicate e piene di punti oscuri. Nato a New York e vissuto a Fort Piece, in Florida, aveva genitori di origini afghane. Il padre, intervistato dai media americani dopo l’attentato, affermò che secondo lui il movente era legato all’omofobia: svelò, infatti, che qualche tempo prima di rendersi protagonista della sparatoria, era rimasto sconvolto nell’assistere ad un bacio tra una coppia omosessuale di Miami. Al contempo, il signor Mateen ritenne impossibile che potesse essersi trattato di un attentato di matrice terroristica.

Le dichiarazioni dell’ex moglie confermarono che il 29enne era una persona non solo autoritaria, ma in diverse occasioni violenta e poco incline alla religiosità. La donna, un po’ a sorpresa, svelò agli inquirenti che probabilmente il marito era omosessuale, e che in alcune occasioni aveva sentito il suocero chiamarlo «gay» dinanzi a lei. Gli investigatori cominciarono dunque a battere anche questa pista, ottenendo anche la testimonianza di un ex compagno di scuola dell’assassino, il quale avallò l’ipotesi sulla presunta omosessualità di Mateen, dicendo che in passato gli aveva anche chiesto di uscire con lui per concedersi una «serata romantica».

Omar Mateen: il killer di Orlando.

In realtà, nel corso delle indagini, l’FBI riportò di non aver trovato alcuna prova concreta dell’omosessualità del responsabile della strage di Orlando, ritenendo invece che coloro che ne avevano parlato alle forze dell’ordine, probabilmente l’avevano scambiato per un’altra persona. Allo stesso tempo, i funzionari federali continuarono a seguire la pista del terrorismo, giacché l’uomo ben prima del massacro del Pulse era già stato indagato per questa ragione, senza dimenticare la telefonata effettuata al 911 durante la notte del massacro, quando aveva inneggiato al leader dell’ISIS al-Baghdadi. Nonostante ciò, non emersero dei legami diretti tra Mateen e i terroristi dello Stato islamico, lasciando intendere che avesse agito completamente da solo.

Ad oggi, dall’inchiesta sono emersi ulteriori, agghiaccianti risvolti. Sembra, infatti, che Mateen avesse intenzione di attaccare anche il Disney Downtown, centro commerciale a tema Disney presso il quale si sarebbe recato in compagnia della moglie in un paio d’occasioni. Intanto proprio quest’ultima, Noor Zahi Salman, è finita nel mirino degli investigatori perché pare che fosse pienamente a conoscenza delle intenzioni sanguinarie del marito, e che avrebbe parlato addirittura con lui nella notte della strage di Orlando.

Strage di Orlando tre anni dopo: la commemorazione al Pulse e le polemiche

A pochi giorni dal drammatico terzo anniversario dell’attentato nella cittadina statunitense, alcuni esponenti del Congresso della Florida hanno annunciato di aver avanzato una proposta di legge per far sì che il 12 giugno diventi a tutti gli effetti una giornata di memoria nazionale, in ricordo delle 49 vittime del peggior assalto della storia alla comunità gay. I democratici Darren Soto e Stephanie Murphy hanno organizzato una celebrazione nei pressi del Pulse, alla quale è intervenuta anche Barbara Poma, proprietaria del night-club.

La donna in questi anni ha fondato anche un’associazione senza scopo di lucro finalizzata alla raccolta di fondi per poter aprire una sorta di museo della memoria nel luogo in cui si è verificato l’assalto di Mateen. Al momento sono stati messi insieme circa 14 milioni di dollari, mentre per avviare il progetto servono 50 milioni. Nel frattempo sono state già selezionate sei aziende che si contenderanno l’assegnazione dei lavori alla realizzazione di un edificio memoriale permanente e di un museo, la cui inaugurazione dovrebbe avvenire nel 2022.

Al termine della commemorazione, un gruppo di attivisti e partecipanti si è recato presso l’ufficio del Supervisore locale alle elezioni allo scopo di presentare una petizione per chiedere un emendamento costituzionale che vieti la vendita di armi in Florida. Affinché si possa indire una sorta di referendum, è necessario che l’istanza ottenga un minimo di 766.200 firme tra gli elettori di almeno 14 distretti del Congresso. Quando si raggiungerà una percentuale del 10% di questa soglia, sarà possibile inviare il documento alla Corte suprema della Florida che si occuperà della revisione. I promotori della petizione Ban Assault Weapons Now hanno dichiarato alla stampa statunitense che, in realtà, quest’obiettivo è già stato raggiunto. Il comitato è composto principalmente da sopravvissuti e parenti delle vittime del Pulse ma anche dell’assalto alla Marjory Stoneman Douglas High School di Parkland.

Intanto durante questa prima celebrazione c’è stato un momento di tensione quando è intervenuta la madre di una delle vittime della strage di Orlando, Christopher Leinonen. La donna ha cominciato ad inveire contro Barbara Poma e, dopo essere stata allontanata da alcuni addetti alla sicurezza, ha spiegato ad alcuni esponenti politici che, a suo parere, l’imprenditrice sarebbe a suo modo responsabile della tragedia di tre anni fa perché non avrebbe garantito al locale una protezione adeguata. D’altronde, già lo scorso anno, alcuni familiari e superstiti hanno sporto denuncia, sostenendo che la polizia e le autorità cittadine non avessero fatto il massimo per impedire il massacro. Il procedimento giudiziario è stato archiviato, ma nel frattempo sono stati citati in giudizio anche la Poma e il marito per negligenza e morte illecita, e attualmente questa causa è ancora in corso.

Barbara Poma: contestata la proprietaria del Pulse.

Dopo le accuse lanciatele dalla signora Leinonen, la titolare del Pulse si è limitata a dire: «Christine è una mamma in lutto, questa è una settimana dura per ogni madre, ogni sopravvissuto e ogni primo soccorritore».

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