Strage dell’Italicus: l’attentato del 4 agosto 1974 è ancora avvolto nel mistero

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Strage dell'Italicus: era il 4 agosto 1974.

Era l’1:23 della notte del 4 agosto 1974 quando si consumò uno degli attentati più sanguinosi degli anni di piombo in Italia, passato drammaticamente alla storia come la strage dell’Italicus. Il treno espresso Roma-Monaco appartenente alle ferrovie tedesche (ma chiamato comunemente Italicus) stava viaggiando lungo l’Appennino, ed era nei pressi di San Benedetto Val di Sambro (provincia di Bologna) quando, a circa 50 chilometri dalla fine della Grande Galleria, una bomba esplose all’interno della carrozza 5. Quest’ultima inevitabilmente andò a fuoco ma il convoglio, soprattutto per forza d’inerzia, riuscì comunque ad andare avanti fino alla stazione della cittadina nelle vicinanze di Bologna.

La strage dell’Italicus uccise 12 persone innocenti e ne ferì 48, e addirittura ad oggi si può dire che l’attentato avrebbe potuto essere di proporzioni anche maggiori se l’ordigno fosse scoppiato mentre il treno era alla metà (e non quasi alla fine) del tunnel. Attualmente questa terribile vicenda è ancora in gran parte avvolta nel mistero, poiché a 45 anni di distanza non ha ancora dei colpevoli ben definiti. Vediamo, dunque, quali sono stati i passaggi salienti delle complicate indagini e dei discussi processi.

La strage dell’Italicus è ancora avvolta nel mistero.

Innanzitutto, storicamente si può dire che il 1974 rappresenta proprio la fase iniziale dei cosiddetti anni di piombo, quando l’Italia divenne teatro di duri scontri, aggressioni e attentati che coinvolsero movimenti di estrema destra e sinistra, senza dimenticare il coinvolgimenti di logge massoniche e cospirazioni segrete. Tenendo conto di quanto sarebbe accaduto successivamente, l’esplosione della bomba nel treno nei pressi di San Benedetto Val di Sambro viene definito come uno degli attentati più sanguinosi mai verificatisi nel nostro Paese, insieme ai precedenti di Piazza Fontana (12 dicembre 1969) e Piazza della Loggia (28 maggio 1974) e al successivo di Bologna (2 agosto 1980).

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Per analizzare al meglio i punti oscuri che ancora adesso ruotano intorno alla strage dell’Italicus, bisogna partire proprio dai terribili fatti di Piazza della Loggia quando, dopo l’attentato, fu diramato l’identikit del presunto responsabile, che somigliava molto a Giancarlo Esposti, un lodigiano legato al movimento neofascista Avanguardia Nazionale. Questi il 30 maggio fu ucciso dai carabinieri in provincia di Rieti mentre cercava di sfuggire alle forze dell’ordine insieme ad altri due neofascisti. La morte del 25enne ha avuto un ancora discusso collegamento con quanto accaduto il 4 agosto 1974.

Il giorno dopo la deflagrazione dell’ordigno sul treno Roma-Monaco, all’interno di una cabina telefonica di Bologna venne ritrovato un volantino firmato dai neofascisti di Ordine Nero, sul quale c’era scritto che finalmente Esposti era stato vendicato e che, con la loro azione, avevano dimostrato di «mettere le bombe dove vogliamo, in qualsiasi ora, in qualsiasi luogo, dove e come ci pare».

Il mistero della strage dell’Italicus: l’evasione di Fianchini, D’Alessandro e Franci

Le forze dell’ordine riuscirono a individuare l’autore del volantino minatorio, Italo Bono, ma quasi subito emerse che sia lui che alcuni suoi amici avevano degli alibi di ferro per la notte del 4 agosto. Le indagini sembrarono arrivare ad un’imprevista svolta il 15 dicembre 1975, quando dal penitenziario di Arezzo evasero Aurelio Fianchini, Felice D’Alessandro e Luciano Franci.

Fianchini era un attivista della sinistra extra-parlamentare, D’Alessandro aveva ricoperto il ruolo di segretario della Federazione dei Giovani Comunisti di Cortona, mentre Franci era noto agli inquirenti per essere un terrorista di destra che era stato condannato a 12 anni di galera per aver causato l’attentato a Terontola del 6 gennaio 1975. Questi, mentre era detenuto, avrebbe confessato agli altri due di essere stato parte attiva della strage dell’Italicus. Dopo aver ascoltato la rivelazione di Franci, gli altri due gli proposero di evadere però non prima di aver stretto un accordo: il terrorista avrebbe confessato pubblicamente le sue responsabilità per l’attentato in provincia di Bologna, e loro in cambio lo avrebbero messo in condizione di fuggire dall’Italia e di far perdere le sue tracce.

Strage dell’Italicus: la prima fase delle indagini.

Tuttavia, qualche giorno dopo la fuga dal carcere di Arezzo, Franci non tenne fede al patto e si presentò da solo alla polizia per costituirsi. Gli altri due, a questo punto, di fronte al «tradimento» dell’ex compagno di detenzione, decisero di recarsi alla redazione di Epoca per riportare ufficialmente la loro versione dei fatti.

Fianchini nell’ufficio politico della Questura di Roma affermò con chiarezza che il sanguinoso attentato al treno Italicus era opera del Fronte Nazionale Rivoluzionario: Mario Tuti si era procurato l’esplosivo, Piero Malentacchi aveva fabbricato e piazzato la bomba nel convoglio alla stazione di Santa Maria Novella mentre Franci, favorito dal suo impiego presso l’ufficio postale di quella ferrovia, aveva fatto da palo. Il movente dell’attacco era quello di diffondere il caos in Italia e porre le basi, così, per un successivo colpo di Stato.

La deposizione di Fianchini trovò delle conferme: innanzitutto fu accertato che effettivamente Franci fosse in servizio la notte del 4 agosto 1974, così come fu appurato che Malentacchi aveva prestato il servizio militare presso il genio guastatori, e per questo motivo era abile nel realizzare degli ordigni esplosivi. Tuttavia, nel corso delle indagini emersero anche delle contraddizioni: sembra, infatti, che proprio Fianchini abbia rivelato di aver capito fin da subito – ancor prima che fosse lui a dirglielo – che il terrorista nero fosse coinvolto nella strage dell’Italicus, e per questo motivo avrebbe attuato il piano per ingannarlo e spingerlo a confessare.

Spuntano i servizi segreti e la P2

La questione relativa alla paternità dell’attentato al treno Roma-Monaco divenne ancor più complessa quando spuntò una pista che portava ai servizi segreti. Il 9 agosto, la Questura di Roma ricevette la deposizione di una donna, Rosa Marotta, proprietaria di una Ricevitoria del Lotto in Via Aureliana. La signora affermò di aver assistito ad una strana telefonata in cui una ragazza parlava di un presunto assalto esplosivo ad un convoglio ferroviario. Gli investigatori riuscirono ad individuare la giovane, Claudia Ajello, la quale alla presenza del Pm dichiarò di non aver mai menzionato delle bombe durante la sua chiamata, poiché stava semplicemente parlando con la madre che era in procinto di mettersi in viaggio.

Qualche dubbio però emerse quando gli investigatori scoprirono che la ragazza lavorava per il SID (i servizi segreti) e che non era una traduttrice, bensì un’infiltrata tra alcuni studenti greci e una sezione del Partito Comunista Italiano. In seguito a questa scoperta, la Ajello fu rinviata a giudizio per falsa testimonianza, ma la vicenda ben presto si sarebbe arricchita di ulteriori e misteriosi particolari.

Il 23 agosto 1974 l’ammiraglio Birindelli si recò dal generale dei carabinieri Bittoni allo scopo di denunciare come colpevoli della strage dell’Italicus Franci, Malentacchi e un terzo uomo di cui non ricordava il nome. Dai successivi accertamenti, però, emerse che il primo aveva un alibi, ma nel frattempo né l’ammiraglio e nemmeno il generale misero al corrente la magistratura di Bologna che stava portando avanti le indagini. Una situazione simile si ebbe circa un anno dopo, nell’agosto del 1975, quando Alessandra De Bellis, ex moglie del terrorista Augusto Cachi, rivelò ai carabinieri di Cagliari che l’ex marito era il vero colpevole della strage dell’estate precedente, facendo anche il nome di Mario Tuti. La donna confermò le sue dichiarazioni al Pm di Arezzo Marsili, ma anche in quest’occasione non vennero avvisati gli inquirenti bolognesi.

La deposizione di Alessandra De Bellis.

Coincidenza volle che, dopo aver raccontato la sua verità, la De Bellis finì con l’essere ricoverata in diverse cliniche psichiatriche per un presunto esaurimento nervoso, e quando ne uscì affermò di non ricordare più nulla. Ma alcuni particolari inquietanti emersero quando si apprese che Cachi (latitante da gennaio 1975) aveva dei collegamenti al SID, mentre i vari Birindelli, Bittoni e i generali Vito Miceli e Gianadelio Maletti erano legati alla loggia massonica P2. Al contempo emerse che pure il Pubblico Ministero Marsili faceva parte della loggia, e per di più era il genero di Licio Gelli.

Significativo in tal senso fu un intervento della Commissione Parlamentare d’Inchiesta sul terrorismo in Italia, nel quale si sostenne che la P2 portò avanti un’opera di «istigazione agli attentati» e di supporto economico alla destra extraparlamentare toscana, aggiungendo che fu «gravemente coinvolta nella strage dell’Italicus», ritenendo addirittura che ne fu responsabile non sotto il profilo giudiziario ma storico-politico.

Il nome di Aldo Moro e l’ipotesi «strategia della tensione»

Tra le varie e inquietanti ipotesi relative all’attentato al treno Italicus, ne venne fuori anche un’altra legata ad Aldo Moro. Secondo la figlia Maria Fidia, il vero obiettivo dell’attacco era proprio l’allora Ministro degli Esteri del Governo Rumor. La donna raccontò che il padre era solito recarsi in vacanza a Bellamonte, in Val di Fiemme, e quell’anno scelse proprio quel convoglio per mettersi in viaggio. Quando salì sul treno però, alla stazione Termini venne raggiunto da due dipendenti del Ministero, i quali dissero all’esponente della Democrazia Cristiana che avrebbe dovuto firmare dei documenti importanti. A causa di questo «imprevisto», Morò ritardò e non poté più salire a bordo dell’Italicus.

Aldo Moro: era lui l’obiettivo dell’attentato?

Negli anni, l’ipotesi più accreditata relativa ai responsabili della strage dell’Italicus è stata proprio quella relativa al coinvolgimento della P2, di una parte dei servizi segreti e del terrorismo nero. Tuttavia successivamente emerse un’altra versione, una teoria complottistica avanzata proprio dall’estrema destra, secondo cui l’attentato in provincia di Bologna andrebbe ascritto tra le cosiddette «stragi di Stato», allo scopo di esasperare lo scontro politico e di eliminare i gruppi di estrema destra e sinistra. Si parlò dunque di «strategia della tensione».

Gli esponenti di destra sostennero che dietro la bomba fatta esplodere sul treno nella Grande Galleria e l’attentato di Piazza della Loggia c’erano in realtà Andreotti e Berlinguer, spalleggiati da Gianni Agnelli. L’obiettivo sarebbe stato quello di favorire l’alleanza tra Democrazia Cristiana e Partito Comunista Italiano in quello che poi venne definito come «compromesso storico».

Ovviamente quest’ipotesi è tutt’oggi priva di riscontri oggettivi, anche se ci sono degli interrogativi e dei dubbi rimasti ancora irrisolti. Ad esempio non è mai stato spiegato perché per la strage di Piazza della Loggia venne immediatamente incolpato Esposti che in quel periodo si trovava decisamente lontano dal luogo della tragedia, e soprattutto perché il 25enne, dopo essere stato ferito e immobilizzato dai carabinieri, fu ucciso con un colpo di pistola alla tempia invece di essere arrestato.

I processi: la strage dell’Italicus è rimasta impunita

Dopo 45 anni di indagini, dubbi e irrisolti misteri, l’attentato del 4 agosto 1974 non ha ancora i nomi dei colpevoli. L’istruttoria terminò il 1° agosto 1980, quando vennero rinviati a giudizio Tuti, Franci, Malentacci ed altri esponenti dell’estrema destra. La situazione cambiò ulteriormente il 20 luglio 1983, quando il Presidente della Corte d’Assise di Bologna, Mario Negri, assolse gli imputati per mancanza di prove.

Mario Tuti è stato assolto.

L’ennesima svolta si ebbe il 18 dicembre 1986, con il Presidente della Corte d’Assise d’Appello di Bologna, Pellegrino Iannaccone, che annullò due delle assoluzioni sancite in primo grado: Mario Tuti e Luciano Franci furono così condannati all’ergastolo come esecutori materiali della strage dell’Italicus. Circa un anno dopo, il 16 dicembre 1987, il giudice della Corte di Cassazione Corrado Carnevale, conosciuto nell’ambiente come «ammazza-sentenze», tenne fede al suo soprannome cancellando le decisioni precedenti. Il 24 marzo 1992 si tenne un nuovo processo che confermò le assoluzioni per i due imputati in via definitiva.

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