Stati Uniti in Medio Oriente: in or out?

Perché gli Stati Uniti non lasceranno il Medio Oriente?

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stati uniti in medio oriente

Perché gli Stati Uniti resistono in Medio Oriente? E il presidente Joe Biden riuscirà a mantenere le promesse, attuando l’Exit promessa dai suoi predecessori, da Barack Obama in poi?

Sono d’aiuto gli Stati Uniti in Medio Oriente?

Walter Meed Russell, che scrive sul Wall Street Journal, vede la presenza degli Stati Uniti in Medio Oriente come un bicchiere mezzo pieno. L’opinionista ritiene che gli Usa siano riusciti quanto meno a soddisfare i loro interessi, se non proprio a “esportare” la democrazia. In tal senso, Russell considera come uno dei principali risultati il fatto che la presenza statunitense abbia impedito qualsiasi “nuovo grande attacco terroristico internazionale”. Senza contare il successo senza precedenti degli Accordi di Abramo del 2020, grazie ai quali “gli Stati arabi considerano Israele un alleato da coltivare”. Anziché un nemico da annientare. Storicamente, Israele si è rivelato l’amico più affidabile per Washington. Prima ancora che un alleato. Ora questo sodalizio è più forte che mai. Ma cosa cambierà quando gli Usa lasceranno il Medio Oriente, sempre che ciò accada?


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Oro nero

Per la maggior parte del 20° secolo, e magari del 21°, gli Usa si sono riservati il ruolo del protagonista in Medio Oriente. Questo principalmente grazie alla loro influenza politica diplomatica, economica. E militare. Generalmente, quando si pensa ai motivi della loro presenza nella regione, il primo termine a cui si fa riferimento è il petrolio. E questo in parte è vero. Dalla scoperta dei floridi giacimenti petroliferi in Arabia Saudita da parte della Standard Oil, nel 1936, garantire l’accesso ai combustibili fossili della regione è stato il punto principale dell’agenda della politica estera americana. Specialmente dopo che il secondo conflitto mondiale aveva quasi esaurito i giacimenti nazionali, nonostante l’America avesse prodotto un clamoroso 60% della fornitura globale. Con il quale, per altro, aveva foraggiato gli alleati. Tra cui Gran Bretagna e Francia.

Le sfide degli Stati Uniti in Medio Oriente

Ma gli Usa, che avrebbero scoperto il fracking solo qualche anno dopo, non potevano permettersi il prosciugamento dei pozzi. Di conseguenza, il presidente Franklin D. Roosevelt aveva stretto le relazioni con il re saudita Abdul Aziz Ibn Saud. I due leader si incontrarono nel febbraio 1945, segnando l’inizio di un rapporto bilaterale che continua ancora oggi. Nel 1973, le nazioni arabe fornivano il 37% del petrolio consumato dall’Occidente. Sebbene l’interesse americano per la regione non sia motivato solo dall’approvvigionamento dei combustibili fossili, le relazioni storicamente complicate degli Usa con Iran, Iraq e regimi del Golfo hanno spesso ruotato attorno al petrolio. In particolare, per assicurarsi un’offerta adeguata a un costo ragionevole. Ma le sfide in Medio Oriente non potevano dirsi esaurite.


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Il coinvolgimento degli Usa in Medio Oriente

Già dalla fine degli anni 40, gli Usa avevano interesse a contrastare i comunisti durante la guerra fredda. Questo per evitare che potesse sorgere una potenza in grado di dominare incontrastata la regione. A questo punto c’è da fare una considerazione. Se da una parte la vittoria degli Usa nella Guerra Fredda, la “terza ondata” di democratizzazione mondiale e la ricchezza generata dalla globalizzazione hanno avuto degli effetti positivi, dall’altra hanno prodotto un mix tossico di arroganza e ambizione americana. Tanto che tutto lo spetto politico statunitense, dai funzionari agli analisti, arrivò a ritenere che i Paesi mediorientali avessero necessità dell’intervento di Washington. Oltretutto, gli Usa si erano persuasi dell’idea di poter usare il loro potere egemone in modo costruttivo nella regione.

La marea si ritira

Le principali derive di questo spirito di onnipotenza sono vari tentativi infruttuosi. Tra cui quelli di trasformare le società arabe, risolvere il conflitto israelo-palestinese, eliminare lo jihadismo e porre fine allo sviluppo nucleare da parte dell’Iran. Pertanto, per gli Usa sembra giunto il momento di porre fine al loro “periodo di Purgatorio” in Medio Oriente. Il solo fatto che cinque paesi arabi si trovino al collasso dovrebbe suggerire a Washington che il suo approccio in Medio Oriente richieda una revisione radicale. Se non altro, è il caso di declassare il Medio Oriente dall’elenco delle priorità dell’America.


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America First

In tal senso, contano il contesto e la politica. I drammatici sviluppi del 2020 suggeriscono che gli Usa non hanno più ragioni per rimanere invischiati in Medio Oriente. Specialmente perché, a ben vedere, i costi del loro impegno nella regione superano i benefici. Lo dimostra, ad esempio, il fallimento e il pericolo della doppia eredità politica di Donald Trump nella regione: l’America First. Cioè imporre la “massima pressione” sull’Iran mentre Washington concede ai suoi partner tradizionali una libertà pressoché illimitata di perseguire le proprie lotte di potere. Indipendentemente dalle conseguenze per gli interessi statunitensi. Un Medio Oriente nucleare è inevitabile. Sarebbe inutile opporvisi.


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Stati Uniti in Medio Oriente: l’Iran

Proprio l’Iran, oggi, è il più accanito rivale degli Usa in Medio Oriente. Nonostante i due Paesi avessero condiviso un’identità di interessi per la maggior parte del ventesimo secolo. Soprattutto nella sicurezza regionale e nel petrolio. Tanto che nel 1953 la CIA appoggiò persino un colpo di stato in Iran, che rovesciò un primo ministro eletto alle urne al fine di mantenere al potere lo scià filo statunitense. Una sorta di governo fantoccio che sostenesse gli interessi statunitensi nella regione. Ma l’esperimento non ebbe esito positivo. Al contrario, culminò nella rivoluzione islamica del 1979, che rovesciò lo scià e riportò al potere un governo ferocemente anti occidentale: quello guidato dal leader religioso Ruhollah Khomeini, rientrato dal suo esilio per riassumere il potere.

Verso il nucleare

I disordini che ne erano seguiti avevano determinato non solo l’imposizione delle sanzioni americane all’Iran. Ma soprattutto la rottura delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi. Dissidi che proseguono ancora oggi, sebbene l’amministrazione Biden sia disposta a ridiscutere il programma nucleare di Teheran. A tal proposito, la telefonata tra il presidente iraniano Hassan Rouhani e il suo omologo statunitense Barack Obama nel 2013 aveva rappresentato la prima conversazione tra i due Paesi dal 1979. All’epoca, il disgelo era valso ad avviare le trattative per l’eventuale Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA). Un accordo controverso “in base al quale l’Iran ha accettato di rallentare il suo sviluppo nucleare in cambio di una riduzione delle sanzioni”.


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Stati Uniti in Medio Oriente: Israele

Un accordo a cui si oppone strenuamente Israele, il partner chiave degli Usa in Medio Oriente. Se si dovesse ridurre a una frase la spiegazione del particolare rapporto che intercorre tra Usa e Israele, varrebbe il concetto espresso da Lyndon Johnson “Perché è giusto”. Almeno, così aveva risposto al premier sovietico Aleksei Kosygin, quando gli chiese perché gli Usa avessero sostenuto Israele quando ci sono 80 milioni di arabi e solo tre milioni di israeliani. In effetti, lo Stato ebraico si è sempre sentito minacciato dai suoi vicini e dai gruppi di estremisti nella regione. Se non altro fino all’estate scorsa, quando il piccolo staterello è riuscito a normalizzare i rapporti con le monarchie del Golfo grazie all’intercessione statunitense.

Un legame indissolubile

Da oltre cinquant’anni, gli israeliani hanno guardato agli Usa per ispirazione politica, assistenza finanziaria e militare. Oltre che il già citato sostegno diplomatico. Ma la stima è reciproca. Gli americani, a loro volta, hanno guardato a Israele come il loro esperimento meglio riuscito quanto all’esportazione della democrazia occidentale. Lo spiega meglio il discorso del presidente George W. Bush poco dopo il suo insediamento. Profetiche, in un certo senso: “L’amicizia, l’alleanza tra gli Usa e Israele è forte e solida, costruita su una base di valori democratici condivisi, di storia e eredità condivise, che sostiene la vita dei nostri due paesi”. “Il legame emotivo della nostra gente trascende la politica. La nostra cooperazione strategica, e rinnovo oggi la nostra determinazione che vada avanti, è fonte di sicurezza reciproca”.


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Stati Uniti in Medio Oriente: Iraq

L’impegno degli Stati Uniti per la sicurezza di Israele rimane incrollabile”, aveva chiarito Bush. “Di volta in volta potremmo differire su alcune politiche, singole politiche, ma mai sul principio”. Come in effetti è stato. In Israele, dunque, il presidente repubblicano era riuscito dove in Iraq aveva fallito. La sua invasione del Paese nel 2003, che sarebbe dovuta sfociare in un cambio di regime, si concluse miseramente. La lotta a Saddam Hussein, sospettato di appoggiare i terroristi e disporre di armi di distruzione di massa, aveva reso accettabile la morte di quasi 4.500 soldati. Oltre ad essere costata ai contribuenti quasi mille miliardi di dollari. Peccato che queste supposizioni siano state messe in discussione dopo l’uccisione del dittatore. Quando non furono trovate le prove che avevano motivato l’invasione. Seppur ridotto, il contingente statunitense è ancora oggi presente sul suolo iracheno.


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Stati Uniti in Medio Oriente: la Siria

Anche l’operazione in Siria si dimostra, col senno del poi, una vittoria di Pirro. Nonostante gli sforzi militari e i buoni propositi statunitensi. Quando nel 2011, sull’onda delle Primavere arabe, le proteste pacifiche si erano trasformate in guerra, il presidente Barack Obama aveva fornito poche armi e addestramento ai ribelli che si opponevano al governo del presidente siriano Bashar al-Assad. Fino a quando Assad non superò la “linea rossa”, utilizzando armi chimiche sul suo stesso popolo. Ma quando il presidente sterminò centinaia di civili nel 2013, il pacifista Obama si rifiutò di intervenire. Una scelta che intaccò la credibilità degli Usa tra i suoi amici e alleati in Medio Oriente. Da quel momento, Assad avrebbe continuato a uccidere centinaia di migliaia di civili, in una guerra che ha sfollato più della metà della popolazione prebellica del paese.

Le nuove sfide

Lo stesso può dirsi del conflitto in Yemen. Qui, gli Houthi stanno resistendo anche grazie al sostegno dell’Iran. Tanto che sia la coalizione statunitense a guida saudita sia quella degli Emirati iniziano a rendersi conto del fatto che il prezzo che stanno pagando per il loro coinvolgimento è diventato insostenibile. Non solo non sono riusciti a raggiungere i loro obiettivi. Ma anche hanno minato profondamente la stabilità yemenita e dell’intera regione. A vantaggio dell’Iran e di al-Qaeda che si sono consolidati nella penisola arabica. Se non espansi. Un discorso analogo può farsi per l’Afghanistan. Anche se, a ben vedere, il primo rapporto che urge una revisione è proprio quello con l’Arabia Saudita. Il perdurante sostegno alla monarchia del petrolio da parte statunitense si era incrinato a seguito dell’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi. Rispetto al quale gli Usa dovrebbero prendere una decisione.


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Stati Uniti in Medio Oriente oggi

Oggi, il Medio Oriente è un’arena di feroce competizione tra interessi contrastanti. Da una parte i blocchi guidati da Turchia, Arabia Saudita e Iran, con attori esterni come la Russia che approfittano della situazione per minare le politiche americane e sfidare i partenariati Usa. Dall’altra gli Usa e loro alleati. Sotto l’amministrazione Trump, gli Usa hanno abbandonato l’accordo nucleare iraniano nel 2018. Nel frattempo, hanno intensificato il confronto sia con la Russia sia con la Cina. Inoltre, l’impulsivo processo decisionale dell’amministrazione Trump su questioni chiave, come Damasco e Teheran, non ha rassicurato i governi regionali sulla sua affidabilità come partner per la sicurezza.

Stati Uniti in Medio Oriente: la Cina

Soprattutto, Washington non dovrebbe considerare il suo ruolo in Medio Oriente solo attraverso la lente della sua competizione geopolitica con Russia e Cina. In particolare, la Cina ha dimostrato una passione per allacciare legami economici nello scacchiere mediorientale. Sebbene non si sia ancora presentata come un intermediario di potere, tantomeno di intromettersi negli affari regionali. A Pechino interessa solo implementare la cooperazione commerciale ma soprattutto tecnologica con Israele e i paesi del Golfo, mentre il suo focus strategico è ancora in gran parte limitato al Corno d’Africa. Comunque, un giocatore da non sottovalutare.


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Stati Uniti in Medio Oriente: Biden

In Medio Oriente nulla è semplice. La posta in gioco per il prossimo presidente è molto alta. In questo contesto, il nuovo presidente Joe Biden dimostra una cautela che non si potrebbe permettere. Lo dimostra la lentezza con la quale ha preso contatti con i leader della regione dopo il suo insediamento a Washington. Gli Usa hanno promesso i ritiro del contingente in Medio Oriente avviato da Trump, ma rinviando la data a settembre. Come regalo d’addio, inoltre, stanno anche tornando a ridiscutere il nucleare iraniano. Nell’incertezza della forma che assumerà la politica estera di Joe Biden, una cosa è certa. Per prendere a prestito le parole che l’ex ambasciatore israeliano Michael Oren ha pronunciato nel 2019: “Se pensate che gli Usa come potenza globale possano ritirarsi dal Medio Oriente e non mettersi in pericolo, vi state illudendo“.