Stati di emergenza: la nostra vita di oggi e di ieri

0
409

Quando il tempo ci permetterà di ripensare a questi giorni in modo più lucido che emotivo, sono diverse le considerazioni che potremo fare. La prima riguarderà quanto quella “normalità”, di cui oggi avvertiamo così tanto il bisogno, si discosta da quello che stiamo vivendo; e forse ci accorgeremo che, più che i numeri (che oggi costituiscono il fulcro dell’informazione in tutte le sue forme) a fare la differenza è il modo con il quale – giocoforza – stiamo affrontando ciò che ci sta capitando.

Le epidemie influenzali

I linfonodi umani

Torniamo dunque a quella “normalità” che abbiamo perso. Secondo il Ministero della Salute e l’Istituto Superiore della Sanità (ISS), in Italia ogni anno circa il 9%della popolazione è colpito da sindromi simil-influenzali (più o meno 8 milioni e mezzo di persone), che su scala mondiale provocano da 3 a 5 milioni di contagi e da 290mila a 650mila morti.

Nel nostro Paese, le vittime oscillano tra i 300 e i 400 decessi diretti (cioè dovuti all’influenza), e tra i 4 mila e i 10mila decessi indiretti di chi sviluppa complicanze gravi a causa del virus, principalmente i soggetti ad alto rischio che hanno patologie sottostanti come diabete, obesità, malattie dell’apparato respiratorio e cardiovascolari (sempre secondo l’ISS).

Se contestualizziamo questo dato con quello della copertura vaccinale della popolazione anziana (attorno al 53%), ne ricaviamo che circa 10mila persone ogni anno rischiano la vita né più né meno che come oggi; forse ancora di più, dato che altre sindromi influenzali si trasmettono con maggior facilità del COVID-19. Considerato che a tutt’oggi non esiste un vaccino per il coronavirus, ci aspettavamo un raddoppio dei decessi: ISTAT ha stimato un aumento nel primo trimestre di quest’anno della mortalità del 20%, che, considerando i 647mila morti del 2019, si attesta attorno a questa stima:

https://www.istat.it/it/files//2020/03/Il_punto_sui_decessi_9_aprile_2020.pdf

Dunque, per effetti e target di rischio, a ragione potremmo paragonare a ragione il coronavirus ad una influenza stagionale: l’emergenza consiste, sino a quando non sarà scoperto un vaccino efficace, nel tutelare con maggiore attenzione le persone più fragili, assicurando la tenuta del sistema sanitario. E qui, per così dire, la dimensione sanitaria del problema sfuma in quella sociale.

La dimensione sociale

La dimensione sociale del problema ha a che fare con la percezione della realtà, più che con la razionalità con la quale cerchiamo di dominarla, a partire dal nostro livello di accettazione per quello che ci sembra essere “normale” (per non dire “insignificante”). Come la morte delle persone più anziane o già malate, sovente provocata da complicanze di sindromi di per sé non gravi, ma fatali in organismi debilitati; le vittime del coronavirus, per intenderci. Negli ultimi cinque anni, il saldo della popolazione è negativo di 700mila unità: morti (per cause naturali e no) che non sono stati compensati da nuove nascite.

In tempi “normali” neppure i numeri ci fanno paura: senza chiamare in causa il mezzo milione di bambini che in Africa muore ogni anno per dissenteria (l’Africa è lontana: un altro mondo), 80mila decessi si sono registrati l’anno scorso in Italia a causa dell’inquinamento atmosferico (concentrati, guarda caso, in Piemonte e Lombardia), 83mila provocati dal tabagismo. Potremmo poi parlare degli abitanti di siti inquinati – come Taranto, Porto Marghera, dove il rischio di morte per malattia è più alto del 4-5% rispetto alla popolazione generale. E tanto altro ancora.

Mi chiedo se questi non sono numeri tali da porre questi fenomeni ai vertici delle priorità sanitarie e sociali; ma non sono i numeri che rendono un fenomeno “epidemico” (o “pandemico”), piuttosto il modo con cui si diffonde: è ipocrita però fingere che fenomeni diffusi (come l’incidenza di alcune neoplasie) non si discostino – per frequenza, gravità e persino difficoltà di rimanere esenti – dall’espansione di virus anche molto più letali di quello che stiamo subendo oggi. Tutto questo per dire che la nostra “normalità” smarrita dalle restrizioni di questi ultimi mesi non è poi tanto meno pericolosa per la nostra salute del presente: solo che oggi le istituzioni di tutto il mondo, diversamente da sempre, hanno scelto di farsene carico.

La responsabilità dei governanti

Questa storia parte (a quanto ne sappiamo) dalla Cina. Tutto il mondo viene a conoscenza dell’esistenza di un virus per il quale – è vero – non esiste vaccino – ma che per effetti non si discosta da quelli delle influenze stagionali (naturalmente la mancanza di una copertura vaccinale amplia la platea delle persone a rischio: ma non si tratta, come dell’Ebola, di qualcosa che uccide indiscriminatamente chi viene contagiato: lo dimostrano i dati sulle vittime, di cui abbiamo già detto). La Cina racconta di come ha affrontato e vinto questa epidemia, raccontandola in termini drammatici, a fronte di una situazione sanitaria globale che presenta altre evidenze: nel 2002 il Ministero della Sanità ha dichiarato che circa la metà della popolazione cinese è infettata dalla tubercolosi (4,5 milioni di casi e130mila morti all’anno), e il 10% è affetto da epatite B, con un tasso di mortalità di 1.106 per 100.000.

Il messaggio ai governi dell’Occidente è chiaro, ed è amplificato da social e media: questo virus arriverà anche da voi. Come intendete affrontarlo? In Europa si parlava di coronavirus già prima che manifestasse; si attendeva il paziente “zero”, speculando su dove potesse mostrarsi. In alcuni stadi, gli ultras avevano già adottato il termine per un coro dispregiativo contro gli avversari. Il COVID-19, insomma, era già presente prima che lo fosse realmente: da alcuni sottovalutato in termini di impatto (ma soprattutto di target: gli accessi alle RSA dovevano essere interdetti già a febbraio), da altri sopravvalutato come se si trattasse della peste (ma oltre l’80% dei contagiati ha per fortuna sintomi trascurabili).

E i governi, diversamente da altre occasioni, non hanno potuto fare a meno di prendere una posizione; chi ha provato a porre l’accento sui limiti di ogni intervento a contrasto dell’epidemia (come il premier inglese Johnson) è stato – comprensibilmente – criticato ed ha dovuto fare marcia indietro. Perché, e lo abbiamo già detto più volte, una volta assicurata la sostenibilità del sistema sanitario (in particolare la disponibilità di accessi in terapia intensiva), è emersa quella che da subito si sapeva essere la realtà: chi non ce l’ha fatta, non ce l’avrebbe fatta comunque (ovviamente questo discorso vale per la maggior parte dei Paesi europei, dove il sistema sanitario si è rivelato adeguato a fronteggiare la situazione).

I governi, responsabili del funzionamento dei sistemi del welfare, hanno visto, nonostante gli sforzi, aggravarsi la loro posizione nei confronti dei cittadini, impressionati da una comunicazione puntuale incentrata su un numero di morti crescente. E, preoccupati dal rischio di essere travolti, hanno deciso di ricorrere alla strategia più tradizionale, quella dell’isolamento sociale, che ci ha precipitati in una situazione – forse inevitabile – ma che ha reso questa esperienza diversa da tutte le altre, aldilà della sua pericolosità, che pure è concreta.

L’isolamento sociale e la sospensione dei rituali

Ma queste misure hanno provocato una sovrapposizione, per non dire prevalenza, dell’emergenza sociale su quella sanitaria. A livello economico – con le piccole aziende e i professionisti falcidiati dai mancati introiti da lavoro – ma anche emotivo: milioni di persone isolate le une dalle altre, alcune che vivono sole (anche tra le più fragili, come gli anziani). Il nostro sistema di rituali, che è parte integrante della società e della cultura, è stato (forse opportunamente) stravolto da un giorno all’altro. La tecnologia ci sta aiutando, ma non può molto contro l’angoscia del timore di non riuscire a riabbracciare i nostri cari, specie se appartenenti – per età o patologie pregresse – alla fascia “fragile” della popolazione.

Il 2 ottobre in Italia è la festa dei nonni

Il punto adesso, è quello di stabilire una soglia “accettabile” di rischio per ripartire: rischio, che, per chi è target dei peggiori effetti del virus, resta altissimo anche in caso di contagio relativamente basso. L’ultima parola la dirà l’economia, che già preme per ribadire, se ce ne fosse ancora bisogno, il suo ruolo di supremazia sugli altri criteri che caratterizzano la nostra società. Compresa la salute pubblica, che, ad esempio nel caso dei morti per polveri sottili nel triangolo industriale del nord – che ad oggi hanno provocato quattro volte i morti del coronavirus e su fasce di età anche giovanili, o la situazione di Taranto, della Terra dei fuochi – non sembrano aver turbato le coscienze, né di chi ci governa, ma neppure di noi cittadini.

Commenti
Previous articleMuro del ghetto ebraico di Roma: abbattuto nel 1848
Next article8 opere d’arte che profumano di Primavera
Sono nato a Firenze nel 1968. Dai 19 ai 35 anni ho speso le mie giornate in officine, caserme, uffici, alberghi, comunità – lavorando dove e come potevo e continuando a studiare senza un piano, accumulando titoli di studio senza mai sperare che un giorno servissero a qualcosa: la maturità scientifica, poi una laurea in “Scienze Politiche”, un diploma di specializzazione come “Operatore per le marginalità sociali”, un master in “Counseling e Formazione”, uno in “Programmazione e valutazione delle politiche pubbliche”, un dottorato di ricerca in “Analisi dei conflitti nelle relazioni interpersonali e interculturali”. Dai 35 ai 52 mi sono convertito in educatore, progettista, docente universitario, sociologo, ma non ho dimenticato tutto quello che è successo prima. È questa la peculiarità della mia formazione: aver vissuto contemporaneamente l’esperienza del lavoro necessario e quella dello studio – due percorsi completamente diversi sul piano materiale ed emotivo, di cui cerco continuamente un punto di sintesi che faccia di me ein anstàndiger Menschun, un uomo decente. Ho cominciato a leggere a due anni e mezzo, ma ho smesso dai sedici ai venticinque; ho gettato via un’enormità di tempo mentre scrivevo e pubblicavo comunque qualcosa sin dagli anni ‘80: alcuni racconti e poesie (primo classificato premio letterario nazionale Apollo d’oro, Destinazione in corso, Città di Eleusi), poi ho esordito nel romanzo con "Le stelle sul soffitto" (La Strada, 1997), a cui è seguito il primo noir "Sotto gli occhi" (segnalazione d’onore Premio Mario Conti Città di Firenze, La Strada, 1998); ho vinto i premi Città di Firenze e Amori in corso/Città di Terni per la sceneggiatura del cortometraggio "Un’altra vacanza" (EmmeFilm, 2002), e pubblicato il racconto "Solitario" nell’antologia dei finalisti del premio Orme Gialle (2002). Finalista anche nel 2014 al festival letterario Grado Giallo, sono presente nell’antologia 2016 del premio Radio1 Plot Machine con il racconto "Storia di pugni e di gelosia" (RAI-ERI). Per i tipi di Delos Digital ho scritto gli apocrifi "Sherlock Holmes e l’avventura dell’uomo che non era lui" (2016), "Sherlock Holmes e il mistero del codice del Bardo" (2017), "Sherlock Holmes e l’avventura del pranzo di nozze" (2019) e il saggio "Vita di Sherlock Holmes" (2017). Negli ultimi anni lavoro come sociologo nell’ambito della comunicazione e del welfare, (in particolare mi occupo di servizi socio-sanitari, disabilità e violenza di genere, di cui curo una collana di pubblicazioni), e svolgo attività di docenza e formazione in ambito universitario. Tra i miei ultimi saggi: "Modelli sociali e aspettative" (Aracne, 2012), "Undermedia" (Aracne, 2013), "Deprivazione Relativa e mass media" (Cahiers di Scienze Sociali, 2016), "Scenari della postmodernità: valori emergenti, nuove forme di interazione e nuovi media" (et. al., MIR, 2017), Identità, ruoli, società (YCP, 2017), "UniDiversità: i percorsi universitari degli studenti con svantaggio" (et. al., ANCI, 2018). Con "Linea Gotica" (Damster, 2019) ho vinto il primo premio per il romanzo inedito Garfagnana in giallo Barga noir. Il breve saggio "Resistere è fare la nostra parte" è stato pubblicato nel numero 59 della rivista monografica Prospektiva dal titolo “Oltre l’antifascismo” (2019). Dal 2015 curo il mio blog di analisi politica e sociale osservatorio7 (www.osservatorio7.com, oggi su www.periodicodaily.com). Tutto questo, tutto quello che ho fatto, l’ho fatto a modo mio, ma più con impeto che intelligenza: è qui che devo migliorare.