Srebrenica: 25 anni fa la strage

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La strage di Srebrenica
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La strage di Srebrenica è stata più grave in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale: 8.327 musulmani bosniaci trucidati dalle armate serbo-bosniache. 

Le premesse alla strage di Srebrenica

All’epoca della strage si combatteva intorno a Srebrenica da circa tre anni. Gli scontri erano cominciati nel 1992, quando la Bosnia aveva dichiarato la sua indipendenza dalla Yugoslavia in seguito a un referendum. La Bosnia era la più variegata tra le varie repubbliche federali che formavano l’ex Yugoslavia: la maggioranza dei suoi abitanti è di religione musulmana, ma c’è anche una grossa minoranza di serbi ortodossi e una più piccola di croati cattolici. I serbi-bosniaci avevano boicottato il referendum. Dalla proclamazione dell’indipendenza avevano cominciato una guerra contro il governo bosniaco. Erano appoggiati dal governo serbo di Slobodan Milosevic e volevano ottenere l’annessione alla Serbia della loro regione.

Era stata fino a quel momento una guerra particolarmente brutale e sanguinosa. Nei territori a maggioranza serba c’erano molte enclavi musulmane contro cui i miliziani serbo-bosniaci e i regolari serbi si accanivano. Praticavano quella che da allora è diventata famosa come la “pulizia etnica”. I Paesi musulmani venivano sistematicamente distrutti e i loro abitanti espulsi. Lo scopo era creare un territorio omogeneo, dove abitassero soltanto serbi e che sarebbe stato facile da annettere alla Serbia una volta arrivati al tavolo delle trattative.

Il 1993

Srebrenica e i paesi nella valle della Drina erano uno dei principali ostacoli a questo progetto e i serbi avevano cominciato a concentrare nella regione gli sforzi delle loro milizie. La città era passata di mano diverse volte. Alla fine era stata occupata dal piccolo e malridotto esercito bosniaco e da alcune milizie musulmane locali. I serbi avevano assediato la città, cercando di costringere gli abitanti alla resa per fame mentre nel frattempo conquistavano ed espellevano la popolazione dai paesi circostanti. Nel corso del 1993 la situazione di Srebrenica era diventata disperata: decine di migliaia di rifugiati vivevano in città dove non c’era quasi più acqua e cibo. Ad aprile l’ONU aveva proclamato Srebrenica una “safe zone” in cui entrambe le parti avrebbero dovuto interrompere attività militari e aveva inviato sul posto un contingente militare olandese. Nei mesi successivi entrambe le parti avrebbero violato gli accordi.

Mladic: l’artefice del massacro

Nel pomeriggio dell’11 luglio, dopo giorni di combattimenti, le truppe serbo-bosniache al comando di Mladic entrarono in città. I caschi blu olandesi spararono qualche colpo in aria, ma non opposero particolare resistenza. Il comandante degli olandesi firmò un accordo per l’occupazione di Srebrenicamentre brindava con Mladic. Poco dopo Mladic si fece riprendere mentre rivolgeva un discorso ai suoi concittadini serbi: «In questo 11 luglio 1995 siamo nella città serba di Srebrenica, facciamo dono di questa città al popolo serbo».

La mattina dopo circa 25 mila musulmani si erano radunati intorno al complesso occupato dai caschi blu olandesi. In quelle ore che Mladic camminava tra i profughi, rassicurandoli. Donne, anziani e bambini furono imbarcati su autobus e camion e cominciarono a essere trasferiti in un’altra base ONU ad alcune decine di chilometri di distanza. Ogni volta che un uomo o un ragazzo, fino a 14-15 anni di età, cercava di salire su uno dei camion veniva bloccato e portato in un complesso poco distante, chiamato la “Casa bianca”. Il motivo ufficiale era per verificare che non facesse parte delle milizie locali. La vera ragione era che dietro l’edificio, fuori dalla vista dei militari dell’ONU e degli altri profughi, i serbi avevano cominciato il massacro.

La strage di Srebrenica

Per tutto il 12 luglio i militari olandesi e i rifugiati radunati intorno alla loro base assistettero a sporadici episodi di violenza. Alcuni uomini furono portati via e uccisi, alcune donne violentate. Secondo un testimone, un miliziano serbo accoltellò un ragazzino di dieci anni. Sembravano uccisioni casuali, ma nascondevano il fatto che a breve distanza i miliziani serbi stavano portando avanti quello che i tribunali internazionali hanno definito un massacro «pianificato e coordinato ad alto livello».

Il trasferimento da Srebrenica di donne e bambini da una parte, la cattura di circa seimila uomini e ragazzi dall’altra. Ci fu la separazione di altri mille uomini dal gruppo di donne, anziani e bambini che si trovava intorno al complesso dell’ONU. Ci fu, anche, la consegna di altri 300, che avevano trovato rifugio all’interno della base, dagli stessi caschi blu.

Le ore passano, ma le uccisioni continuano

Nelle 48 ore successive le esecuzioni procedettero in maniera precisa e uniforme.

I gruppi di uomini appena catturati venivano prima portati all’interno di scuole oppure magazzini. Qui gli legavano le mani dietro la schiena, li bendavano e gli toglievano le scarpe per essere certi che non riuscissero a fuggire. Dopo alcune ore imbarcavano i prigionieri su camion e autobus, spesso gli stessi utilizzati poche ore prima per portare via le loro famiglie dalla città. A quel punto li trasportavano lontani dalle zone abitate, fatti scendere, messi in fila e uccisi con un colpo alla testa. I loro corpi venivano poi spinti con alcuni bulldozer dentro fosse comuni e sepolti.

Da allora c’è stato il ritrovamento di decine di queste fosse comuni e, grazie agli esami del DNA, c’è stata l’identificazione dei resti umani di più di 6.500 persone.

In tutto si stima che più di 8.100 persone siano state uccise a Srebrenica.

I processi

Pochi mesi dopo Srebrenica, quando l’entità del massacro non era ancora chiara, la NATO iniziò una massiccia campagna aerea contro le milizie serbe in Bosnia. Contemporaneamente l’esercito croato lanciò una nuova offensiva contro l’esercito serbo. In breve i serbi dovettero trattare e la guerra terminò con gli accordi di Dayton del dicembre dello stesso anno. Mladic e l’allora presidente della repubblica serba di Bosnia, Radovan Karadžić, fuggirono. Il loro arresto avvenne soltanto molti anni dopo il massacro.

Oggi sono ancora sotto processo con l’accusa di genocidio. Altri due ufficiali dell’esercito serbo-bosniaco sono stati condannati per la strage e uno dei due è stato condannato con l’accusa di genocidio. Nel 2004 la Serbia ammise la sua responsabilità nel massacro, ma da allora il caso è rimasto controverso in particolare per l’utilizzo del termine genocidio.

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