Smart working, il lavoro agile, in futuro si lavorerà solo cosi?

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Quando quasi due anni fa nella mia azienda hanno introdotto lo smart working io non ne avevo capito il significato mi era parso un modo per allontanare i lavoratori dal posto di lavoro, un’anticamera del licenziamento…ma non è proprio cosi.

Il lavoro agile o smart working, è stato introdotto con la legge 81/2017, e costituisce una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato diversa dal cosiddetto telelavoro – stabilita con un accordo tra datore e dipendente, che non prevede vincoli di orario o di luogo di lavoro, e prevede invece la possibilità di usare strumenti tecnologici per l’attività lavorativa. La prestazione si svolge in parte all’interno dell’azienda, in parte all’esterno (in un luogo scelto dal dipendente, non necessariamente la sua abitazione). Il dipendente ha la possibilità di lavorare massimo 8 giorni al mese fuori dalla propria azienda.

Se il lavoro agile è in primo luogo una questione di cultura organizzativa, la tecnologia gioca un ruolo non meno importante. Smart Working e Digital Transformation si abilitano vicendevolmente. Lo Smart Working necessita di tecnologie per rendere concrete le sue pratiche e i suoi modelli, ma allo stesso tempo rappresenta una grande leva per la realizzazione della PA Digitale.

I benefici dello Smart Working nella PA sono molteplici: un risparmio in termini di costi, la possibilità di attrarre talenti, aumentare la meritocrazia e far crescere il management lavorando sulla qualità attraverso il potenziamento della riforma della PA.

In primo luogo lo Smart Working si contraddistingue sempre di più come “equalizzatore di opportunità”, abbatte le differenze di genere smantellando alcuni pregiudizi che alimentano le discriminazioni. Lo Smart Working inoltre riduce le forme di assenteismo fisiologico, favorisce l’inserimento di professionalità digitalizzate.

E così lo Smart Working funziona da leva per l’ingaggio al cambiamento valorizzando competenze, creando fiducia e riorientando la mission dall’adempimento al servizio.

Il processo di lavoro agile è partito, con più o meno difficoltà e ostacoli. L’auspicio ora è di lasciare spazio alle sperimentazioni di innovazione organizzativa, senza aggiungere altre norme che potrebbero sminuire o snaturare il percorso. Solo così, lavorando e sperimentando, lo Smart Working svelerà il potenziale di grande occasione in grado di avviare il cambiamento culturale che stiamo cercando.

Solo 114 aziende hanno chiesto (e ottenuto) gli sgravi contributivi pari al 5% della retribuzione prevista per i programmi di lavoro agile. Ma quasi certamente il budget 2017 di 55 milioni non sarà raggiunto, quindi chi ha fatto domanda otterrà il beneficio. È quanto emerge dai primi dati relativi all’applicazione della legge 81 del 2017 sul lavoro agile.

Il lavoro agile risulta inserito nel contratto da 114 aziende
la flessibilità oraria da 147 aziende
il part-time da 100 aziende
la banca delle ore da 66 aziende
la cessione solidale da 29 aziende
Ciascuna azienda doveva indicare almeno due misure. C’è da sottolineare, inoltre, che delle 231 domande la maggior parte era interessata alla flessibilità in entrata e uscita più che al lavoro in remoto. In altri termini, la legge sullo smart working è stata un flop.

Il motivo sembra da ricercarsi in un approccio piuttosto cauto da parte delle aziende, ma anche dei lavoratori che temono che il lavoro fuori dall’ufficio finisca per coinvolgere eccessivamente anche la propria vita privata, e che li metta da parte per un avanzamento di carriera, per chi ricopre ruoli di responsabilità di coordinamento e di leadership non è possibile lo smart working.

Il mercoledì è il giorno migliore per lavorare da casa
Quelle (poche) società che hanno istituito lo smart working farebbero meglio a spingere i loro dipendenti per il mercoledì ‘casalingo’. E’ questo il consiglio di Shari Buck, co-fondatore di Doximity, piattaforma americana di servizi di social networking con base a San Francisco, che ha raccontato a Quartz come spezzare in due la settimana sia la scelta più saggia. “Per i nostri affari, il mercoledì a casa è stata la chiave di successo”, ha detto Buck. “Ed è per questo che abbiamo deciso che quello sarebbe stato il giorno giusto per tutta l’azienda”. Questione di sincronia ma anche di risparmio: se tutti i 280 impiegati si assentano lo stesso giorno è possibile chiudere tutti gli uffici, con una notevole riduzione dei costi.

Perché il mercoledì è giorno giusto
Ci sono due motivi che rendono il mercoledì il giorno giusto per lavorare da casa:

Il primo è dovuto al fatto che così facendo è possibile spezzare in due la settimana in modo produttivo. “Due giorni in ufficio, uno a casa e due in ufficio”. Ciò porta inevitabilmente a un’organizzazione con un “buon flusso di lavoro e riunioni concentrate nel lunedì e martedì e nel giovedì e venerdì”.
Il secondo motivo è legato al fatto che lavorare da casa il mercoledì anziché il lunedì o il venerdì evita ai lavoratori la percezione di avere tre giorni liberi. “Il mercoledì a casa è comunque un giorno lavorativo e il fatto di dover tornare in ufficio il giovedì è un buon promemoria”.

Lo smart working rappresenta un superamento dei modelli fino ad oggi fortemente radicati, come la postazione fissa assegnata, l’open space indifferenziato e l’ufficio singolo assegnato per status che mal si sposano con i principi di personalizzazione, flessibilità̀ e virtualità dei nuovi modelli di organizzazione del lavoro. Nell’interpretazione di Jacopo Muzina, head of Business Development & Strategic Partnership di Copernico e Managing Director di Clubhouse, «stiamo assistendo a un cambio di paradigma che possiamo definire From Space to Place. Il significato di ufficio diventa più liquido e aperto, il vero spazio lavorativo è quello che stimola la creatività delle persone, genera relazioni che oltrepassano i confini aziendali, stimola nuove idee e quindi nuovo business».

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