Il suo corpo era praticamente intatto, preservato per circa 42mila anni dal permafrost della Jacuzia (la regione più fredda della Siberia) che gli ha fatto da tomba per tutto questo tempo. Così è stato rinvenuto un cavallo preistorico in Russia, considerato fin da subito dagli studiosi uno dei resti meglio conservati del pleistocene: quasi certamente si trattava di un puledro di circa una-due settimane che sarebbe stato travolto da un’ondata di fango – di cui sono state rinvenute tracce nello stomaco della bestiola – che poi si sarebbe ghiacciata facendo in modo che la carcassa non risentisse del trascorrere del tempo.

L’eccezionale ritrovamento del cavallo preistorico risale a circa un anno fa, ma solo in questi giorni è stato comunicato che un team di ricerca ha completato l’autopsia sul corpo, rilevando la piena integrità degli organi ancora nelle loro posizioni originarie, così come i muscoli che presentano tutt’ora il loro tipico colore rossastro. Addirittura sarebbe presente ancora del pelo sui resti del puledro, particolare che ha consentito di scoprire la tonalità del manto di questi antichissimi animali. Su tutti, però, il dottor Semyon Grigoryev, dirigente del Mammoth Museum di Yakutsk, ha annunciato che è stato possibile prelevare campioni di sangue liquido dai vasi cardiaci e di urina, come se si fosse trattato di un quadrupede morto da pochi giorni e non da circa 42mila anni.

Nonostante il professor Grigoryev si sia mostrato piuttosto pessimista sull’argomento, gli scienziati hanno annunciato di voler utilizzare proprio il sangue del cavallo preistorico per un esperimento di clonazione. Finora le operazioni di recupero e di analisi sui resti del quadrupede risalente al Tardo Pleistocene sono state portate avanti da un ampio team di ricerca costituito da esperti dell’Università Federale Nord-Orientale (Russia) e del Mammoth Museum, coadiuvati da scienziati dell’Università della Jacuzia, del Sooam Biotech Research Foundation (Corea) e dell’Università giapponese di Kindai. Dopo questa prima, lunga fase di analisi e accertamenti, ora gli studiosi vogliono provare ad utilizzare il Dna del puledro per dar vita ad una vera e propria clonazione.

Il cavallo preistorico potrebbe essere clonato.

Il punto-chiave dell’intero esperimento ruota intorno alla possibilità o meno di ottenere delle cellule vitali, un tentativo che finora è sempre andato a vuoto quando si è trattato di animali preistorici. Qualora in questo caso i ricercatori dovessero riuscire ad ottenere un esito positivo, allora si passerebbe alla seconda fase, andando ad integrare le cellule del puledro del pleistocene con quelle di una specie attualmente esistente, un cavallo coreano. In realtà, sembra che questo progetto di clonazione del quadrupede ritrovato nel permafrost siberiano si inquadri in una sperimentazione di ben più ampia portata che avrebbe l’obiettivo di riportare in vita lo storico mammut lanoso.

Dunque, se la clonazione del cavallo preistorico dovesse andare a buon fine, la tecnica utilizzata potrebbe essere ulteriormente affinata e perfezionata per rilanciare la sperimentazione relativa al mammut. Questi esperimenti scientifici, seppur affascinanti e interessanti, inevitabilmente finiscono col riaprire l’annoso dibattito sulla questione etica e morale, con gran parte dell’opinione pubblica che già si sta chiedendo fino a che punto sia giusto e soprattutto utile provare a clonare animali vissuti in epoche molto lontane che, secondo alcuni esponenti della comunità scientifica, non riuscirebbero nemmeno a sopravvivere a lungo nelle attuali condizioni climatiche e ambientali in cui versa il pianeta.

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