“Sgt. Pepper and beyond”, un tributo che pare una damnatio memoriae

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Oggi, 1 giugno, ricorre il cinquantesimo anniversario del rilascio in Inghilterra di “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band”, uno degli album più famosi al mondo, il punto più alto della produzione beatlesiana secondo la critica mondiale. Chi, come me, ama e freme ogni volta che si fa la parola “Beatles”, ha ricevuto uno dei regali più belli che si potesse fare ad un fan: un documentario di oltre 2 ore sulla genesi di questo disco ancora così attuale. 

Il titolo? “Sgt. Pepper and beyond”, firmato da Alan G. Parker. 

Vi giuro che la mattina di Natale, in confronto, sono apatica e nichilista: ho contato i giorni, calcolato l’orario più idoneo, cercato la compagnia giusta con cui condividere questo momento. 

Momento che giunge ieri, 31 maggio 2017 (il film, essendo un evento speciale è in cartellone solo dal 30 maggio al 2 giugno): prezzo più che speciale (12,60€), un’unica sala in tutta la città. Ma che importa? 

Baldanzosa entro in sala, accaparrandomi quello che reputo il posto migliore, indossando la mia t-shirt con tanto di testoline dei Fab Four e mi appresto a gustarmi quello che, ci hanno detto su tutti i social, sarà l’evento dell’anno. 

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L’introduzione mi sconcerta un pochino: una canzone dell’album remixata così male che ancora mi chiedo effettivamente quale brano sia. 

Coraggio, mi dico, è solo un piccolo dettaglio, in fondo può essere una scelta di stile non usare un brano di “Sgt. Pepper” originale, per non scadere nella banalità.

Peccato che l’evitare “Pepper” sia invece uno scopo che il regista persegue tenacemente, tanto che viene da chiedersi se più che di un tributo non si tratti di una damnatio memoriae. 

In 2 ore e più di documentario del disco si è parlato circa 20 minuti, dilungandosi in banalità arcinote: un accenno alle canzoni, qualche curiosità sulla copertina (su cui si potrebbe discutere ore), un paio di scialbe considerazioni sulla scelta di non inserire “Penny Lane” e “Strawberry Fields”, usciti come singoli, e basta.

Il resto non è altro che un’analisi lunghissima e a tratti disordinata della vita quotidiana dal 1966 al 1970, attraverso l’evoluzione dei Beatles, da ragazzotti scousers (di Liverpool, n.d.r.) un po’ ingenui e rozzi, a star psichedeliche e dalle velleità pacifiste. 

Il tutto corredato da interviste a chi effettivamente ha conosciuto, bene o magari solo per un caffè, quelli che dovrebbero essere i protagonisti della storia. O anche chi non li ha conosciuti ma che da adolescente ha vissuto la Beatlemania. 

Non ci sarebbe niente di male in questo ma allora il titolo è da modificare: uno più cinico di me potrebbe pensare che l’anniversario e le celebrazioni siano più che altro un’esca per scucirti i soldi del biglietto e scodellarti qualcos’altro. Cosa, non pare nemmeno così chiaro. 

Trovo difficile che un fan con qualche cognizione in più, possa davvero apprezzare questo documentario, in quanto non aggiunge niente che non si trovi su Wikipedia. 

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Si gira intorno ma al punto non ci si arriva mai: i commenti “tecnici” non sono altro che parole altisonanti scelte un po’ a caso, musica zero, i ricordi personali degli intervistati trascurabili e poco incisivi, quantomeno per noi, pubblico esigente e affamato di grandi rivelazioni (probabilmente a torto, non si parla mica di Fatima ma che volete farci, siamo fan). 

Uno dei pochi meriti che riconosco a Parker è l’aver sottolineato l’importanza del ruolo di Brian Epstein come artefice del successo dei suoi protetti, ruolo che non viene mai riconosciuto abbastanza. 

È anche vero che largo spazio è stato concesso ai particolari morbosi dell’omosessualità del manager, come fosse l’unica caratteristica saliente di quest’uomo probabilmente infelice, morto a soli 32 anni per overdose, fermandosi in superficie. 

Il momento Pete Best, il primo batterista rimpiazzato da Ringo, invece, per quanto commovente, l’ho visto come atto appunto a strappare due lacrimoni, anche se non discuto sulla genuinità della testimonianza. 

Troppo lunga anche la parte dedicata al Maharishi Yogi, quasi una monografia.  

Paradossalmente ne viene fuori un film che potrebbe piacere a chi non ama particolarmente né l’album né il quartetto, ad uno spettatore che voglia vedere un documentario sugli anni ’60 con i Beatles e “Sgt. Pepper” come filo conduttore. 

Insomma: se voleteun film su “Sgt. Pepper” in cui non si parla di “Sgt. Pepper”, questo va bene per voi. 

Per il beatlesiano DOC non è “certainly a thrill”, bensì un normale “A day in the life”: per ritrovare la magia non rimane altro che ascoltare l’album, di cui tra l’altro è uscita la nuova versione masterizzata.