Nel 1946, Salvatore Quasimodo scriveva:“Sei ancora quello della pietra e della fionda, uomo del mio tempo”, introducendo una questione oggetto di dibattito per secoli: l’aggressività è un elemento non addomesticabile o è la conseguenza di una serie di circostanze avverse?

Etimologicamente, il termine “aggressività” deriva dal latino “adgredior” e significa “avvicinarsi”; indica sia l’andare incontro, sia l’accusare o l’assalire, spaziando dalla distruttività ad una spinta biologica senza la quale non si potrebbe fare nulla. L’aggressività, dunque, andrebbe distinta dalla distruttività, che si configura come radicalizzazione dell’aggressività per scopi distruttivi.

La violenza prende forma quando la ragione non è più in grado di dare forma ad aspetti contraddittori dell’esistenza umana e si presenta come la negazione del pensiero. Freud parlava di una pulsione di vita che tende a creare legami e la distruttività che tende a rompere queste connessioni. Anche Melanie Klein parlava di scissione e connessione, adottando come esempio la pulsione schizo-paranoica del bambino di pochi mesi, il quale, non potendo tollerare angoscia e aggressività dentro di sé, tende a proiettarla su qualcun altro che si costituisce come nemico.

Sulla stessa lunghezza d’onda, Franco Fornari ha interpretato la violenza in guerra come un’elaborazione paranoica del lutto: se non c’è un colpevole, viene costituito attraverso i sopracitati meccanismi di proiezione. Cercare di dare la colpa a qualcuno alleggerisce se stessi da un danno intollerabile. Tecnicamente si parla di l’identificazione proiettiva: per liberarsi di un sentimento intollerabile, si “infligge” la stessa sensazione ad un altro, magari più debole.

E’ d’obbligo interrogarsi sui meccanismi che scattano nel violento, soprattutto dopo gli episodi della baby gang di Napoli. La vittima del triste episodio non ha nessuna caratteristica specifica, viene scelta casualmente e non ha relazione con gli aggressori. Le ragioni della violenza si possono allora ricercare nelle caratteristiche degli aggressori. C’è una fragilità identitaria, ovvero assenza di sicurezza, che si accompagna ad una difettualità degli strumenti di pensiero.

Il film “Wonder” di Stephen Chbosky è un esempio di ciò cui accennavamo prima: un ragazzino affetto dalla sindrome di Treacher Collins è oggetto di violenze a aggressioni psicologiche da parte di un gruppetto di bulli. Il ragazzo viene attaccato perché rappresenta qualcosa di intollerabile per gli adolescenti e il desiderio è quello di eliminarlo dalla classe. C’è la necessità di difendersi dall’angoscia derivante dal fare amicizia col bambino, perché avvicinarsi vuol dire identificarsi, provare delle emozioni, mettersi nei panni dell’altro. In più, c’è il senso di colpa, derivante dall’essere più fortunati del ragazzino senza merito.

Ma a volte la violenza si tinge di crudeltà, non è qualcosa di cieco, bensì di organizzato. Si sviluppano così relazioni sadomasochistiche feroci: il piacere sta nel dominio e nel possesso; l’oggetto deve rimanere lì per continuare il divertimento. La ferocia provoca dunque piacere.

La violenza può manifestarsi soprattutto in adolescenza, una delle fasi più instabili della vita. E’ scontato dire che, in tali situazioni, il compito più arduo spetta al genitore, che deve parlare al figlio, aiutarlo a capire, fornendogli alternative di comportamento dopo aver ricostruito insieme il contesto emozionale in cui è avvenuta la violenza.

Solo in questo modo si può evitare che i ragazzi del nostro tempo rimangano ancora “quelli della pietra e della fionda”.

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