Sex work come un lavoro

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Alcuni studi sostengono che per eliminare il marchio negativo del lavoro sessuale, andrebbe cambiato l’approccio alla base, utilizzando anche di più il termine sex work.

Esistono degli stereotipi che impediscono i diritti a questa fascia sociale?

Nel 2005, a Bruxelles, una grande assemblea di sex workers scrisse un manifesto per esaminare le ingiustizie presenti nelle loro vite e metterle a confronto. Parlarne per proporre i cambiamenti necessari per riconoscere i loro diritti e il loro lavoro. C’erano donne, trans, uomini e provenivano da tutto il mondo. “Il sex work è per definizione sesso consensuale. Il sesso non consensuale non è sex work. È violenza sessuale o schiavitù”, diceva il manifesto.

In questo dibattito, invece, veniva fuori una figura diversa dalla realtà. Ovvero una classe sociale, quella del sex worker, sfruttata e oppressa. In sostanza la prostituta è sempre vista come una vittima. Intorno al lavoro sessuale ci sono dunque immaginari stereotipati e opinioni spesso molto nette. Ci sono, soprattutto, il rifiuto e la discriminazione che una certa morale collettiva impone su tutto quello che ha a che vedere con la sessualità. Che impedisce il riconoscimento del lavoro sessuale come lavoro, e che direttamente o indirettamente lo criminalizza.

Non un’unica storia

Nel mondo lo scambio di sesso per denaro rimanda immediatamente a due stereotipi ben radicati. Quello delle donne di strada straniere sfruttate, e quello di una piccola élite che esercita la professione d’alto bordo. A loro volta, le persone protagoniste di questa storia unica incarnano perfettamente il ruolo della vittima, da una parte, o della “puttana” dall’altra.

La sociologa Giulia Selmi, che fa parte di Grips, Gruppo di ricerca italiano su prostituzione e lavoro sessuale, spiega che questi stereotipi si nutrono a loro volta di dicotomie. “Da un lato c’è la vittimizzazione, cioè l’idea che tutte le persone che vivono di redditi guadagnati da lavoro sessuale siano vittime di abusi e quindi incapaci di esprimere una capacità di agire dentro la propria vita e di fare delle scelte. Dall’altro lato ci sono le cosiddette escort, le “squillo”: le donne a cui piacciono i soldi facili. L’esperienza reale abita nelle enormi sfumature che stanno nel mezzo”.

Gli spazi dove avviene lo scambio. Le forme con cui si esercita. Le motivazioni. Le persone coinvolte. Le condizioni in termini di autonomia, negoziazione o sfruttamento. Possono essere forme molto diverse tra loro. Ed è per questo, suggerisce Selmi, che per restituire tale complessità si dovrebbe sempre usare un sostantivo plurale: lavori sessuali.

Sex Work: Chi, dove, come

Ad oggi in Italia non esistano dati certi per definire né numericamente né nei suoi vari aspetti il fenomeno della prostituzione. La fonte più affidabile per avere un quadro realistico è la mappatura nazionale. Coordinata dal numero verde antitratta e realizzata dalle unità di strada e di contatto che vi aderiscono. I dati dicono che la maggior parte delle persone che vendono prestazioni sessuali sono donne. Una componente significativa è rappresentata da persone trans, principalmente MtF, la sigla che indica la transizione dal genere maschile a quello femminile. In numeri più piccoli sono presenti anche uomini. Per strada vendono prestazioni ad altri uomini e sono quasi totalmente stranieri, mentre al chiuso la clientela è principalmente femminile.

In Italia, dopo l’approvazione della legge Merlin che nel 1958 abolì le case di tolleranza, la strada, cioè lo spazio pubblico, divenne il luogo lecito in cui esercitare il lavoro sessuale. Il modello italiano è quello abolizionista. La prostituzione non è esplicitamente vietata dal codice penale, ma sono illegali alcune condotte collaterali come sfruttamento, agevolazione o adescamento. A partire dagli anni Novanta, come ha spiegato la sociologa Giulia Selmi, la prostituzione di strada ha modificato geografie e composizione. Dai centri storici si è spostata nelle periferie, e le donne italiane che la esercitavano in condizione di autonomia sono state quasi completamente sostituite da donne straniere senza permesso di soggiorno «che lavorano spesso in condizioni di sfruttamento».

La situazione globale

I dati più recenti confermano quanto osservato negli ultimi anni: una riduzione costante delle presenze in strada e la suddivisione di queste presenze femminili in due grandi gruppi: il 30 per cento circa delle donne proviene dal continente africano e il 60 per cento dall’est Europa. «A fronte di una narrazione pubblica che spesso identifica la prostituzione di strada come composta in gran parte da migranti irregolari, la mappatura ci restituisce una percentuale elevata di donne comunitarie» scrive Selmi.

La diminuzione dei numeri della prostituzione di strada non coincide con una diminuzione generale del fenomeno, ma con una modificazione delle sue forme. Le politiche migratorie sempre più restrittive e le politiche punitive nei confronti della prostituzione di strada applicate a livello comunale con multe e ordinanze in nome del decoro e dell’ordine pubblico hanno fatto in modo che, già dall’inizio del 2000, il lavoro sessuale si spostasse dalla strada agli spazi chiusi come appartamenti, locali di striptease o lap dance, camere in affitto, centri massaggi, e così via.

Il virtuale in aumento nel sex work

Negli ultimi dieci anni, anche in Italia, così come nel resto del mondo, allo spazio pubblico e allo spazio chiuso si sono poi affiancate le dimensioni virtuali, forme di commercializzazione della sessualità che avvengono attraverso supporti tecnologici, e che funzionano sia come spazio di compravendita sia come vero e proprio spazio di interazione sessuale attraverso webcam (l’evoluzione della telefonia erotica degli anni Novanta, insomma).

Per le strade, al chiuso o su Internet, infine, le condizioni possono essere quelle di sfruttamento, il lavoro può essere svolto sulla base di accordi negoziati (le donne che lavorano ad esempio nei locali di lap dance possono concordare un patto con i titolari per l’utilizzo delle camere private), oppure in autonomia.

Marginalizzazione, isolamento e discriminazione

Se in generale quello che lo stigma sanziona è soprattutto la reputazione, chi pratica la prostituzione (a prescindere dal genere) è “personificato” dallo stigma. Il lavoro definisce cioè l’intera persona e la persona diventa automaticamente quel lavoro. Un’attivista del collettivo femminista di sex worker Ombre Rosse usa come esempio una tipica frase riferita al lavoro sessuale: ”Vendi il tuo corpo, mi si dice. La mia risposta è che il mio corpo torna a casa con me, non me ne taglio un pezzo per venderlo: io vendo prestazioni sessuali”

Lo stigma è un processo sociale che «produce marginalizzazione, isolamento e discriminazione» spiega Selmi. E ha effetti molto concreti su chi lo subisce: incide realmente sui corpi e sulle vite. Produce materialmente varie forme di violenza (fisica, psicologica, simbolica, istituzionale), e spesso considera le violenze subite come intrinsecamente e inevitabilmente legate al tipo di lavoro.

Sex work, il termine

Una delle strategie per lottare contro la stigmatizzazione è stata quella di inventare una nuova parola. Il termine sex work venne introdotto all’interno di una conferenza femminista dall’attivista Carol Leigh. Lavoratrice del sesso del gruppo COYOTE e attivista femminista americana, alla fine degli anni Settanta: “L’uso del termine sex work definisce la nascita di un movimento. Riconosce il lavoro che facciamo piuttosto che definirci per il nostro status”.

Il termine sex work permette di tener conto delle tante forme con cui si può praticare il sesso a pagamento, sottrae la prostituzione dal terreno della morale, della psicologia o della violenza e la inscrive nell’ambito del lavoro. Permette di riconoscere la capacità di agire e di organizzarsi per esigere diritti e protezioni, e mette al centro del discorso la collocazione sociale di chi lo pratica, non la sua sessualità o il suo genere.

Contro

All’interno dei movimenti femministi la prostituzione è, storicamente, uno degli argomenti più divisivi. Molto spazio l’ha occupato il tema dell’abolizionismo che, con varie argomentazioni, conclude che la prostituzione non possa essere considerata una forma di lavoro e vada abolita. Perché, dice chi sostiene questa tesi, non è mai esercitata come una vera e propria scelta, è una delle forme della violenza patriarcale e dello sfruttamento capitalista, è dannosa a livello individuale e per tutte le donne in generale.

Le argomentazioni sono molto articolate, ma semplificando si sostiene che la prostituzione rappresenti la forma estrema della disuguaglianza di genere, del dominio maschile sulle donne e della loro riduzione a oggetto sessuale. In questa interpretazione, le donne che si prostituiscono e che la rivendicano come una scelta collaborano attivamente a promuovere il patriarcato. A questa disuguaglianza di genere, secondo alcune, si sommano le disuguaglianze sociali e di classe, cioè le condizioni materiali delle donne: la prostituzione, dunque, non sarebbe per loro un’opzione, ma sempre e comunque una forma di oppressione e di costrizione che quindi va eliminata.

Sex work è un lavoro

Negli anni Settanta, alcune militanti e teoriche femministe cominciarono a lavorare sulla divisione sessuale del lavoro. Inquadrarono la sessualità come parte dei servizi (i doveri coniugali) che le donne dovevano obbligatoriamente fornire agli uomini.

Alcuni collettivi per i diritti delle prostitute cominciarono a stringere alleanze con questa parte del movimento femminista, ritenendo che rivendicare e rendere visibile la prostituzione come lavoro potesse aiutare tutte le donne dentro o fuori dall’industria del sesso a innescare processi di liberazione, “a negoziare per il proprio piacere e interesse le condizioni di questa imposizione alla sessualità, o per rifiutarla più facilmente”.

Il neoproibizionista

Con queste argomentazioni, dunque, le lavoratrici del sesso hanno rifiutato l’immagine di vittime sostenendo che come in qualsiasi altro lavoro, anche in quello sessuale le persone fanno delle scelte legate alla loro situazione di partenza e ai progetti di vita che hanno. Che gli aspetti negativi connessi a questa pratica non dipendono dal lavoro in sé, ma dalle condizioni entro le quali il lavoro si esercita. E che nel lavoro sessuale, come in altri lavori, esistono forme di sfruttamento che vanno eliminate.

Infine, c’è il cosiddetto “modello svedese”, che può essere definito neoproibizionista e che si basa sulla criminalizzazione del cliente. La Svezia l’ha introdotto con la legge 408 del 1998, è stata poi seguita da Norvegia, Islanda e Francia, tra gli altri, ed è il modello sostenuto da una relazione del 2014 presentata al parlamento europeo. Questo modello si basa sul principio che la prostituzione è una violenza dell’uomo contro la donna, e che la donna è automaticamente una vittima dello sfruttamento sessuale. Ha dunque come obiettivo principale quello di eliminare le condizioni dell’offerta e le cause culturali alla base della domanda. Quando in Svezia venne approvato, le opinioni delle lavoratrici e dei lavoratori del sesso rimasero completamente escluse dal dibattito politico.

Fonte: ilpost.it