Serve davvero tagliare i parlamentari per migliorare la democrazia?

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Se stessimo parlando di migliorare la produttività di una azienda in difficoltà, dimezzare il personale che ci lavora potrebbe costituire una soluzione per andare avanti, anche se gli esisti non sono scontati e le strategie potrebbero essere diverse (ad esempio innovando, riconvertendo la produzione o cercando sbocco su altri mercati).

Qualità e quantità

Trattandosi, il Parlamento, di un organismo di rappresentanza, va da sé che, meno meno deputati e senatori ci sono, minore sarà la loro capacità di rappresentare – appunto – i cittadini.

L’equivoco, cavalcato ad arte dalla stessa classe politica che si auto-accusa di inefficienza, è che essere eletti in Parlamento costituisca un privilegio; e che, agendo in modo quantitativo sul numero dei parlamentari, si ottenga (non si sa come) un risultato qualitativo, ovvero un miglior funzionamento.

https://osservatorio7.wordpress.com/2017/02/06/i-professionisti-della-politica/

Meno parlamentari, meno democrazia

Le cose non stanno così – per più di un motivo; proveremo ad evidenziare i principali.

1) Anche se percentualmente al riduzione dei parlamentari sarebbe la stessa per ogni regione, la maggior parte dei territori non riuscirebbe ad esprimere altro che gli esponenti del/dei partiti maggiori.

La soglia dei voti necessari per essere eletti diverrebbe proibitiva per gli esponenti delle minoranze, anche significative. I cittadini vedranno concretamente, ridursi le loro opzioni di voto ai soli partiti più grandi.

2) Ciò significa anche, quale sia la legge elettorale (l’attuale maggioritaria o l’alternativa proporzionale con un’alta soglia di sbarramento), che il parlamento finirebbe per essere composto solo dagli esponenti dei principali partiti (che non rappresentano tutta quanta la popolazione, anzi…).

Per fare un esempio, Lega, PD e Fratelli d’Italia, che i sondaggi indicano al vertice degli orientamenti di voto degli Italiani, hanno raccolto nelle ultime elezioni politiche alla Camera poco più di 13.milioni di voti sui 51 milioni di aventi diritto e 37 milioni di cittadini che hanno espresso la loro preferenza: complessivamente rappresentano poco più del 20% dei cittadini maggiorenni, ma sarebbe sufficiente  – a loro o altri – per occupare tutti gli scranni della Camera.

Il potere di selezione dei partiti

3) Il potere di selezione dei partiti, col diminuire di posti disponibili, aumenterebbe ancora, e questo trasformerà ancor di più l’aula parlamentare da luogo di dibattito a organismo di ratifica delle leggi proposte secondo le indicazioni di voto dei capogruppi.

La dialettica parlamentare, già scarsa, tenderebbe allo zero: potere esecutivo e potere legislativo, sostanzialmente, si sovrapporrebbero, e ciò è pericolosissimo per il funzionamento della democrazia.

https://www.ultimavoce.it/rifiutando-la-separazione-dei-poteri/

4) La motivazione basata sui soldi che verrebbero risparmiati è inconsistente. Parliamo di 81,6 milioni di euro l’anno, lo 0,01% della spesa pubblica, rendendo la misura più propagandistica che efficace, specie se comporta un indebolimento della rappresentatività del parlamento, ovvero della possibilità di portare a livello politico le istanze dei cittadini.

Se il problema sono i costi

Se il problema sono i costi, basterebbe, semplicemente, tagliare gli stipendi.

I risultati sarebbero molteplici: innanzi tutto avremmo un reale risparmio; e – cosa ancora più importante – restituiremmo alla funzione la sua qualità di servizio pubblico limitando i privilegi materiali connessi al ruolo.

Nel giugno del 1900 venne eletto deputato Pietro Chiesa, uno dei primi operai a entrare in parlamento, di professione portuale; privo di risorse per pagarsi la sua permanenza nella Capitale, era sovvenzionato dai suoi colleghi che organizzavano collette per pagargli vitto e alloggio.

Un altro deputato socialista, Pietro Abbo, che faceva il contadino in Liguria, usufruiva di un permesso rilasciato dalle Ferrovie dello Stato per dormire sul treno Roma-Firenze così da poter partecipare ai lavori della Camera. Solo chi era benestante poteva permettersi di sedere in parlamento, almeno sino al 1912, quando fu introdotta l’indennità parlamentare.

Le ragioni di questo istituto sono evidenti: ma oggi, a distanza di oltre cento anni, è lecito chiedersi per quale motivo una persona che dedica la propria attività alla gestione della res publica – un “servizio” e non un “lavoro” – debba ricevere 13.638,42 euro al mese (i deputati, circa 1000 euro in più i senatori), tra stipendio, diaria e rimborsi, oltre all’assegno di fine mandato e la pensione.

Pietro Chiesa, Malfatto e Rogna, Asti nella storia delle sue vie, p. 147
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L’onore della funzione pubblica

È un tema connesso con quello della selezione della classe politica: va da sé che l’enormità di tale emolumento rende la funzione di deputato (o di senatore) ambita anche solo in funzione della sua remunerazione economica.

Rischiando di alimentare una spirale perversa dove talvolta lobby più o meno occulte – attraverso i partiti – favoriscono l’elezione di candidati che, una volta eletti, si prestano a favorire i loro interessi a scapito di quelli della collettività. Chi viene ben pagato, in genere, è un alleato fedele.

In realtà, chi è titolare di un incarico pubblico, dovrebbe essere cosciente del fatto che riceve in cambio un valore aggiunto: quello che deriva dallo svolgere un importante servizio per la comunità a cui appartiene.

Nel XVIII secolo Adam Smith ricordava che “l’onore costituisce una parte importante delle remunerazione di tutte le professioni onorevoli” ampiamente compensativa di quella economica.

È quello che il sociologo Michael Walzer chiama “onore della carica”, che da solo dovrebbe costituire un incentivo sufficiente a svolgerla. Il motivo per cui Pietro Chiesa e Pietro Abbo sedevano in Parlamento, e non solo loro.

Meno emolumenti, maggiore fedeltà all’interesse pubblico

Se i politici – in aspettativa dal proprio lavoro – ricevessero un compenso pari al salario percepito (o un salario minimo nel caso fossero disoccupati), forse sarebbero maggiormente motivati a tutelare l’interesse pubblico, anziché il proprio (o quello di coloro che ne hanno permesso l’elezione).

Svolgerebbero il loro mandato con l’onestà tipica di chi ha scelto di dedicare il proprio tempo ad una causa comune, e non per altri fini.

E a chi dice che, in tal modo, si perderebbe il contributo di coloro che giudicherebbero penalizzante dal punto di vista economico la scelta di abbandonare la propria professione per quella (temporanea) di deputato o senatore, rispondo che, come cittadini, non avremmo altro che da guadagnarci.

Qualunque persona onesta, moralmente e intellettualmente, a parità di salario preferirebbe svolgere una mansione lavorativa di suo gradimento, laddove percepisce un senso di realizzazione e di soddisfazione maggiore.

Tutte le professioni che hanno una ricaduta sociale si basano sul valore aggiunto della dedizione personale, spesso a scapito della retribuzione o di altri benefici. Se la funzione politica non si conforma a questa sensibilità etica, ha più a che fare con l’autoritarismo che con la democrazia.

E questo è un problema di qualità della classe dirigente, non certo di quantità. Per questo credo che il taglio dei parlamentari sia – al contrario di ciò che affermano i suoi promotori  – un danno per la democrazia e un inganno per i cittadini che credono sia la soluzione ai problemi del funzionamento della politica.

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Sono nato a Firenze nel 1968. Dai 19 ai 35 anni ho speso le mie giornate in officine, caserme, uffici, alberghi, comunità – lavorando dove e come potevo e continuando a studiare senza un piano, accumulando titoli di studio senza mai sperare che un giorno servissero a qualcosa: la maturità scientifica, poi una laurea in “Scienze Politiche”, un diploma di specializzazione come “Operatore per le marginalità sociali”, un master in “Counseling e Formazione”, uno in “Programmazione e valutazione delle politiche pubbliche”, un dottorato di ricerca in “Analisi dei conflitti nelle relazioni interpersonali e interculturali”. Dai 35 ai 52 mi sono convertito in educatore, progettista, docente universitario, sociologo, ma non ho dimenticato tutto quello che è successo prima. È questa la peculiarità della mia formazione: aver vissuto contemporaneamente l’esperienza del lavoro necessario e quella dello studio – due percorsi completamente diversi sul piano materiale ed emotivo, di cui cerco continuamente un punto di sintesi che faccia di me "Ein Anstàndiger Menschun", un uomo decente. Ho cominciato a leggere a due anni e mezzo, ma ho smesso dai sedici ai venticinque; ho gettato via un’enormità di tempo mentre scrivevo e pubblicavo comunque qualcosa sin dagli anni ‘80: alcuni racconti e poesie (primo classificato premio letterario nazionale Apollo d’oro, Destinazione in corso, Città di Eleusi), poi ho esordito nel romanzo con "Le stelle sul soffitto" (La Strada, 1997), a cui è seguito il primo noir "Sotto gli occhi" (segnalazione d’onore Premio Mario Conti Città di Firenze, La Strada, 1998); ho vinto i premi Città di Firenze e Amori in corso/Città di Terni per la sceneggiatura del cortometraggio "Un’altra vacanza" (EmmeFilm, 2002), e pubblicato il racconto "Solitario" nell’antologia dei finalisti del premio Orme Gialle (2002). Finalista anche nel 2014 al festival letterario Grado Giallo, sono presente nell’antologia 2016 del premio Radio1 Plot Machine con il racconto "Storia di pugni e di gelosia" (RAI-ERI). Per i tipi di Delos Digital ho scritto gli apocrifi "Sherlock Holmes e l’avventura dell’uomo che non era lui" (2016), "Sherlock Holmes e il mistero del codice del Bardo" (2017), "Sherlock Holmes e l’avventura del pranzo di nozze" (2019) e il saggio "Vita di Sherlock Holmes" (2017). Negli ultimi anni lavoro come sociologo nell’ambito della comunicazione e del welfare, (in particolare mi occupo di servizi socio-sanitari, disabilità e violenza di genere, di cui curo una collana di pubblicazioni), e svolgo attività di docenza e formazione in ambito universitario. Tra i miei ultimi saggi: "Modelli sociali e aspettative" (Aracne, 2012), "Undermedia" (Aracne, 2013), "Deprivazione Relativa e mass media" (Cahiers di Scienze Sociali, 2016), "Scenari della postmodernità: valori emergenti, nuove forme di interazione e nuovi media" (et. al., MIR, 2017), Identità, ruoli, società (YCP, 2017), "UniDiversità: i percorsi universitari degli studenti con svantaggio" (et. al., ANCI, 2018). Con "Linea Gotica" (Damster, 2019) ho vinto il primo premio per il romanzo inedito Garfagnana in giallo Barga noir. Il breve saggio "Resistere è fare la nostra parte" è stato pubblicato nel numero 59 della rivista monografica Prospektiva dal titolo “Oltre l’antifascismo” (2019). Dal 2015 curo il mio blog di analisi politica e sociale osservatorio7 (www.osservatorio7.com, oggi su www.periodicodaily.com). Tutto questo, tutto quello che ho fatto, l’ho fatto a modo mio, ma più con impeto che intelligenza: è qui che devo migliorare.