Basta un goal di Higuain al Napoli per regalare alla Juve il terzo posto e le presunte certezze degli ultimi anni.

In realtà, la partita giocata al San Paolo ha messo in evidenza due formazioni handicappate, limitate cioè da oggettive criticità tecniche; differenti per la natura delle caratteristiche tattiche che le riguardano, ma chiaramente arcinote dalla prima giornata di campionato.

Ed ora, Allegri, è nuovamente celebrato come un mago, uno stratega in grado di cambiare tatticamente la sua squadra, per conseguire il massimo risultato; Sarri viene messo sotto accusa per non aver saputo trovare soluzioni alternative al tema tattico che l’ha portato fino alla 14° giornata in vetta al campionato.

Posizioni critiche nette, che nascondono però, velatamente, due postulati incontrovertibili.

 
I partenopei rappresentano il meglio di ciò che un club possa ricavare con una gestione oculata dei bilanci e delle scelte tecniche; i bianconeri sono l’espressione migliore di chi vuole vincere, attraverso il mercato e la costante affermazione mediatica, arma in più nel momento del bisogno.

Questo è il rovescio della medaglia che tutti conoscono e riconoscono come l’unico che le riguarda, ma in verità ce n’è un altro altrettanto conosciuto, ma deliberatamente inedito che nessuno vuole osservare con attenzione.

Napoli ha mostrato tutti i suoi limiti, correndo il rischio, consapevolmente, di perdere punti ed energie preziose durante la lunga stagione che l’attendeva.

E tutto ciò ha un solo colpevole: Aurelio De Laurentis, abile imprenditore, che ha creduto di far fessi i napoletani e gli italiani che si sono affezionati al club campano.

Un uomo che prima ha offeso il proprio tecnico pungolandolo per la richiesta di rinnovo e poi, nonostante la Champions raggiunta, ha stretto un patto con la squadra, illudendola che potesse davvero superare ogni ostacolo, sublimandosi oltremodo.

E infatti, è arrivato lo Shakhtar ed ha perso, è arrivata l’Inter e ha pareggiato, è arrivato il City di Guardiola e ha perso ancora, è arrivata la Juve e l’ha beffata malamente.

Un patto, che se è stato concertato realmente, dovrebbe essere rinnegato, perché offensivo nei confronti della città e ancor più dei giocatori stessi, considerati quasi operai a cottimo, che devono guadagnarsi la giornata in fabbrica.

Spesso i giocatori vengono richiamati all’ordine ed invitati ad andare a lavorare, per capire quanto sacrificio occorra prima di meritarsi lo stipendio che prendono, ma in questo caso la loro professionalità è stata denigrata da una scelta scellerata, scriteriata e senza senso.

La Juve, parallelamente, sembra che abbia ritrovato chissà quale forza, sembra aver raccolto il massimo con il minimo sforzo, sembra, per l’ennesima volta, la squadra da battere.

Semplicemente pazzesco! La vecchia signora appare tale, stanca, incapace di proporre un briciolo di gioco, inerme di fronte al talento di avversari importanti, impavida dinanzi alla minaccia di conquista del suo regno.

Una regina che sta abdicando, un trono che sta passando di mano, un ciclo che è arrivato alla frutta; per colpa di Marotta e dei suoi acquisti, e per colpa di Allegri: sfrontato, presuntuoso, che non ha avuto il coraggio di dimettersi, credendo di poter continuare un percorso virtuoso e vincente.

La Juve, per andare avanti in campionato, ha dovuto inserire la retromarcia in campo; ha fatto la peggior partita degli ultimi cinque anni, trovando la vittoria, tre punti, gli applausi dei tifosi e una marea di complimenti su tutti i quotidiani sportivi.

E allora bravo il Napoli, bravo De Laurentis, brava la Juve, bravo Marotta e bravo Allegri; ancora una volta uniti “fino alla fine”: senza se, senza ma, senza senso.

 

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