Weekend di tensione nella capitale serba. Migliaia di manifestanti dell’opposizione hanno fatto irruzione nella sede della tv pubblica Rts, poi hanno protestato davanti al palazzo presidenziale. 

E’ stato un weekend di alta tensione nella capitale serba. Nel pomeriggio di sabato 16 marzo, decine di cittadini guidati da due leader dell’opposizione – Dragan Djilas e Bosko Obradovic, entrambi dell’Alleanza per la Serbia – hanno fatto irruzione nella sede di RTS, la tv di stato serba; mentre nella giornata di domenica la protesta si è focalizzata contro il presidente Aleksandar Vucic circondato nel palazzo presidenziale da migliaia di manifestanti. Il corteo si è poi diretto presso la caserma di polizia dove sono stati trattenuti diciotto manifestanti, richiedendone il rilascio immediato. La tensione degli ultimi giorni mette in discussione il potere di Vucic come mai negli ultimi sette anni di governo e lascia interrogativi aperti sulla stabilità politica in Serbia.


La protesta “1 di 5 milioni” – dalla dichiarazione di Vucic che disse che non accoglierà le richieste dei manifestanti nemmeno se fossero cinque milioni – dopo quattro mesi di marce pacifiche che si sono estese da Belgrado fino a coinvolgere oltre settanta città in tutto il Paese, sabato scorso si è rivolta all’emittente nazionale RTS, accusata di fornire un servizio di informazione manipolato dal regime di Vucic. Dopo la consueta marcia per le vie del centro di Belgrado, il corteo si è fermato davanti al palazzo della televisione, fatto oggetto di insulti e di lancio di uova. Infine, un piccolo gruppo, guidato da Bosko Obradovic – leader del partito nazionalista “Dveri” – ha sfondato lo sbarramento di sicurezza raggiungendo gli uffici di redazione. Chiedevano che una delegazione non politica dei manifestanti andasse in onda per trasmettere le richieste della protesta – tra cui le dimissioni di Vucic – che denuncia da tempo di non godere di spazio sufficiente sulle frequenze nazionali. I manifestanti hanno minacciato di non lasciare l’edificio fino all’esaudimento della richiesta, che è stata respinta, e la tensione è salita quando è arrivata la gendarmeria in tenuta antisommossa che ha liberato l’edificio non senza momenti di violenza.

La protesta è continuata domenica alle 12 davanti al palazzo della presidenza, al cui interno Vucic teneva una conferenza stampa in cui ha condannato gli episodi avvenuti a RTS: “Lo stato non permetterà che la sicurezza venga messa in pericolo con la violenza […] Chiunque abbia partecipato alle violenze sarà ritenuto responsabile.

La folla ha prima assediato il palazzo presidenziale difeso da un fitto cordone di forze dell’ordine scandendo gli stessi slogan che accompagnarono la caduta del regime di Slobodan Milosevic nel 2000 per poi dirigersi verso la principale stazione di polizia per chiedere il rilascio dei manifestanti fermati. Il direttore della polizia Vladimir Rebic ha confermato stamattina che sono 18 le persone arrestate, sia per l’irruzione a RTS che per i fatti di ieri. L’Alleanza per la Serbia ha dichiarato che si tratta di prigionieri politici e ne ha reclamato la liberazione entro le 15 di oggi, minacciando nuove proteste presso la caserma.

Dopo quasi quattro mesi di manifestazioni pacifiche, la protesta sembra ora prendere una piega più esplicitamente rivoltosa, con episodi di violenza destinati a far salire la tensione politica e sociale.


Nella suddetta conferenza stampa, il presidente Vucic ha ironizzato sulle proteste nascondendo però un timore reale. Come di consueto, ha apostrofato negativamente i leader dell’opposizione denunciando come questi vogliano distruggere il Paese. Non è da escludere che nelle prossime ore il Partito Progressista Serbo di Vucic convochi una contromanifestazione in favore del Presidente, come già accaduto proprio ieri a Pancevo, cittadina vicina alla capitale. Questa eventualità ricorderebbe ulteriormente gli anni Novanta, quando alle proteste contro Milosevic si contrapponevano quelle organizzate dal Partito Socialista.

Le richieste di “1 di 5 milioni”, appoggiate dall’Alleanza, sembrano concentrarsi sempre più sulle dimissioni del presidente, responsabile del clima di violenza politica che portò all’aggressione di Borko Stefanovic – un altro leader della coalizione di opposizione che a fine novembre venne brutalmente attaccato, dando il via alle stesse proteste – così come di manipolare i mezzi di informazione non garantendo alcun pluralismo politico.

In un’intervista rilasciata in serata all’emittente filogovernativa Pink, il presidente ha dichiarato che non esclude la possibilità di andare anticipatamente a elezioni, di cui l’opposizione continua a richiedere che vengano cambiate le condizioni affinché siano rispettati gli standard democratici e che siano libere dal controllo dei quadri del Partito Progressista.


Se fino a inizio 2019 sembrava scontato che il Paese sarebbe andato alle ennesime elezioni anticipate, il presidente Vucic non sembra più così sicuro della vittoria. Per la prima volta negli ultimi sette anni, infatti, l’opposizione sembra aver superato le proprie divisioni interne, raggruppando partiti di diversa estrazione ideologica – si va da movimenti e sindacati di sinistra a formazioni nazionaliste, passando per il vecchio Partito Democratico – in un compatto fronte anti-Vucic. Si tratta di un altro elemento che porta alla memoria l’opposizione a Milosevic di DOS – un coacervo di partiti che portò a un nuovo corso per la Serbia.

Il potere di Vucic gode dell’appoggio indiretto della UE, che nell’attuale esecutivo ha sempre visto una garanzia di stabilità – proprio in virtù degli schiaccianti risultati elettorali – e aveva definito la Serbia un capoclassifica nei Balcani nel processo di integrazione all’UE. Sullo sfondo ci sono sempre i negoziati con il Kosovo – elemento essenziale per la stessa integrazione europea – che al momento sono congelati e che verrebbero ulteriormente complicati con un eventuale cambio di regime a Belgrado.

Proprio oggi alle 15, con la scadenza dell’ultimatum per il rilascio degli arrestati, questa apparente stabilità politica potrebbe non essere più una certezza. Né Vucic né i manifestanti sembrano intenzionati a smuoversi dalle proprie, incompatibili posizioni.

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