Sei domande (e altrettante risposte) sulla cannabis autofiorente

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Il mondo della cannabis è ricco di fascino e sfaccettature. Quando lo si chiama in causa, non si possono non citare i semi autofiorenti. Apprezzati da numerosi coltivatori in tutto il mondo – soprattutto quelli principianti – hanno caratteristiche tecniche che meritano approfondimento. Lo stesso vale per la sua storia. Alla luce di ciò, nelle prossime righe abbiamo raccolto sei domande – e altrettante risposte – sul tema sopra citato.

Perché crescono così velocemente?

Chiunque abbia acquistato almeno una volta – o si sia semplicemente informato – in merito ai semi autofiorenti di cannabis, si è sempre sentito dire che le piante crescono a una velocità sorprendente. I tempi di fioritura, infatti, possono andare da un minimo di 7 a un massimo di 10 settimane. A cosa è dovuta questa peculiarità? Alla presenza, alla base, di una varietà come la Ruderalis. Scoperta all’inizio degli anni ‘20, è in grado di adattarsi a condizioni climatiche anche molto avverse. Non è un caso che la sua terra d’origine sia la Russia!

Quando sono stati immessi in commercio i primi esemplari di cannabis autofiorente?

Come nel caso di altre tipologie di cannabis, anche quando si parla dell’autofiorente è necessario chiamare in causa un percorso di creazione che affonda le sue radici negli anni ‘70, ai tempi degli esperimenti dei breeder. Tutto è iniziato allora, ma la vera svolta commerciale di massa è arrivata all’inizio del terzo millennio. A rappresentare uno spartiacque è stata l’immissione in commercio della Lowryder, una varietà inizialmente al centro di un feroce fuoco di critiche da parte della community per via di quella che, a detta di molti, era una potenza estremamente scarsa.

Le piante autofiorenti rendono meno delle fotoperiodiche?

Le piante di cannabis autofiorente rendono meno delle fotoperiodiche, ossia quelle che, per crescere, sono vincolate al ciclo di luce? La risposta è no. In questo caso è opportuno andare un po’ più a fondo. Il motivo è legato al fatto che, secondo alcune credenze molto diffuse, la loro resa è invece nettamente inferiore. Di vero c’è che, per via delle sue caratteristiche di base, la Cannabis Ruderalis non è in grado di garantire produzioni importanti. Inoltre, le sue gemme sono tutto tranne che potenti.

Altrettanto vero è il fatto che, nel corso degli anni, questa varietà è stata fortemente migliorata. A cambiare le cose ci hanno pensato soprattutto gli incroci con la Indica e la Sativa, grazie ai quali, oggi come oggi, si può parlare di autofiorenti con un rendimento che nulla ha da invidiare alle fotoperiodiche.

Che altezza raggiungono?

Le piante derivanti dai semi di cannabis autofiorenti sono in grado di raggiungere un’altezza compresa tra i 60 e i 100 centimetri. Alla luce di ciò, vengono spesso scelti da chi ha poco spazio per la coltivazione sia in balcone, sia in casa.

Quali sono gli additivi migliori per il terriccio

Se si ha intenzione di coltivare la cannabis autofiorente senza sbagliare, è necessario scegliere il terriccio giusto. Quali sono gli additivi migliori? Per rispondere a questa domanda bisogna prendere in considerazione l’umidità dell’ambiente in cui si coltiva. Nel caso in cui i valori della suddetta sono alti, è bene aggiungere al terriccio di base un po’ di fibra di cocco – rapporto 70:30 – mentre quando si ha a che fare con la situazione opposta va benissimo la perlite (il rapporto da considerare è il medesimo).

Qual è il miglior schema per l’illuminazione?

Il fatto che le autofiorenti non siano fotoperiodiche non vuol dire che si possa mettere totalmente da parte l’illuminazione. Esistono diversi schemi a cui fare riferimento. Il più popolare è oggettivamente il 18:6. Viene spesso scelto dai coltivatori anche perché connesso alla possibilità di risparmiare una non indifferente quantità di energia.