La nave Sea Watch si trova da 11 giorni a largo di Lampedusa con 42 persone ancora a bordo in attesa delle indicazioni della guardia costiera italiana. Peggiorano le condizioni mediche e inizia la staffetta del digiuno di volontari e attivisti

La Sea Watch si trova da ben 11 giorni ferma in mare a circa 16 miglia da Lampedusa con ancora 42 persone a bordo. I naufraghi erano stati soccorsi a largo della costa libica, a circa 47 miglia di Zawiya.

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https://twitter.com/SeaWatchItaly/status/1138792011190951936

Delle 53 persone presenti inizialmente a bordo, 10 tra donne e bambini sono stati fatti sbarcare pochi giorni dopo, mentre uno è stato fatto sbarcare ieri a causa delle sue gravi condizioni mediche.

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Uomo sbarcato nella giornata di ieri

Una delle 43 persone rimaste a bordo è stata fatta sbarcare a causa del peggioramento delle sue condizioni di salute.

A farlo sapere è stata la stessa Ong, che su Twitter ha comunicato: ” Questa notte un uomo è stato evacuato dalla @guardiacostiera a causa del serio peggioramento delle sue condizioni di salute. I naufraghi sono a bordo da 10 gg. Il rispetto dell’interdizione all’ingresso determina un penoso stillicidio mentre non abbiamo indicazioni alternative”.

L’appello del medico di bordo

https://twitter.com/SeaWatchItaly/status/1142025082350555141

“Abbiamo molti pazienti con dolori, qui non curabili, provocati dalle torture e non possiamo gestire la situazione ancora a lungo – ha spiegato la dottoressa di bordo, Verena -. Abbiamo bisogno di un porto sicuro. Fa sempre più caldo, soprattutto nella zona in cui stanno le persone. Hanno problemi di disidratazione, cosa sulla quale non possiamo intervenire. In molti hanno vissuto traumi e torture, hanno bisogno di supporto psicologico. Invece si trovano in uno spazio molto ristretto e non possiamo prevedere come potranno reagire allo stress, che sta aumentando con il passare dei giorni”.

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Il dilemma dello sbarco

Proprio a causa delle precarie condizioni di salute dei naufraghi, la comandante della nave, Carola Rackete, si trova di fronte al dilemma dello sbarco.

Esercitare il proprio dritto ad entrare in porto per via della situazione di emergenza a bordo o rispettare l’interdizione?“- si chiede.

Nel primo caso, seppur nel rispetto delle norme internazionali, scatterebbe il neo-approvato Decreto Sicurezza bis, che comporterebbe la possibilità di sequestro della nave e una multa fino a 50 mila euro.

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La Libia NON è un porto sicuro

Quello che è certo, è che queste persone non possono essere riportate in Libia, che è ora un paese in guerra. Farlo significherebbe commettere un crimine e infrangere le norme internazionali, come ha spiegato la portavoce italiana, Giorgia Linardi.

https://twitter.com/SeaWatchItaly/status/1139837216874737664

Il Ministro dell’Interno Salvini, tuttavia, continua a condannare la condotta della Ong Sea Watch. Tale grave condotta sarebbe stata “resa palese dalla ferrea determinazione con la quale ha rifiutato il Place of safety indicato dalle autorità libiche (Tripoli, ndr)”. Il Ministro, dunque, nonostante ci siano innumerevoli rapporti redatti da organizzazioni internazionali, continua a considerare la Libia come porto sicuro.

Un’altra soluzione prospettata dal Ministro Salvini, sarebbe quella di far sbarcare i naufraghi direttamente in Olanda, battendo la nave bandiera olandese. “Se l’Olanda apre i suoi porti- dice- noi siamo pronti ad accogliere 5 o 6 immigrati”, non curandosi non solo delle norme internazionali, che impongono lo sbarco nel porto più sicuro e vicino, ma anche delle centinaia e centinaia di chilometri che queste 42 persone dovrebbero percorrere ancora in mare, essendo già in condizioni di salute precarie e, in alcuni casi, separati dai propri familiari ormai sbarcati.

L’appello dell’Onu

Le agenzie Onu e il commissario per i Diritti umani del Consiglio d’Europa, Dunja Mijatovic, aveva richiesto “un porto sicuro che possa essere raggiunto rapidamente”. Specifica inoltre che “i migranti non dovrebbero mai essere sbarcati in Libia, perché non è un paese sicuro.”

Inizia la staffetta del digiuno in segno di protesta

L’avvocato e candidata per Europa Verde Emanuela Trimarchi, ha lanciato su Twitter l’iniziativa, a cui hanno aderito oltre 100 persone, tra attivisti e comuni cittadini.

Nell’indifferenza generale la società civile cerca, dunque, un modo per uscire da questa grave situazione di stallo e chiedere risposte da parte della politica.

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