“Se ti abbraccio non aver paura” sabato 12 gennaio ad Arezzo al Giardino delle Idee

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di Maria Romagnoli

Se ti abbraccio non aver paura, la storia di Andrea e di Franco, raccontata da Fulvio Ervas, è stato votato “libro dell’anno 2012” dalla trasmissione Fahreneit di Radio Rai 3.

La narrazione  tratta di un argomento molto difficile già di per sé, il rapporto tra un padre e un figlio che sta crescendo. Ma c’è un qualcosa che rende più difficile il legame. Il figlio ha un piccolo guasto nella mente: è affetto da autismo, una parola che quasi spaventa quando si scrive o si pronuncia.
E’ questo che  ha provato il padre al momento della diagnosi, fatta al figlio Andrea quando aveva tre anni.
E proprio da lì è iniziata l’avventura più importante della sua vita che l’ha portato quindici anni dopo a questo straordinario viaggio, senza bussola e senza meta.

Sta qui la meraviglia e anche la motivazione che hanno spinto a considerare questo racconto “libro dell’anno 2012”.
Il merito di  Ervas  è di aver spalancato una finestra su un problema che fino al film Rain Main  non era molto conosciuto e che anche allora sembrava poco diffuso. Invece la sindrome di Ansperg, così si chiama scientificamente questo particolare stato della mente, è assai diffusa e diagnosticata. Basta andare  a scuola, nelle classi.
Nella mia ancora breve carriera di insegnante di scuola media negli ultimi anni mi sono trovata ad affrontare questa tematica  con  ben due ragazzi.
Ho ritrovato parte del carattere di Andrea in ciascuno di loro.
Nel primo la passione e la comunicazione tramite computer, un senso molto sviluppato dell’orientamento, nonostante il fastidio molto visibile che prova a forti rumori che non sono per lui routine.
Nell’altro la ricerca di affetto, la voglia di dare una mano ai compagni, la “nebbia nella mente”, ovvero il disagio, che percepisce quando una domanda, durante un’interrogazione, non è secondo gli schemi particolari e logici della sua mente. In ambedue la difficoltà di comunicazione.
Problema percepito anche nel racconto, scritto in prima persona da Ervas, che si immedesima nel padre di Andrea.
Difficoltà di instaurare rapporti che viene cancellata nel corso del viaggio nelle Americhe.
Qui è proprio il ragazzo a insegnare, nella sua semplicità e nella sua ingenuità, la vera  vita, quella che sta in un bagno in mare, appena i due approdano in un posto balneare sia anglosassone, sia neolatina. E proprio qui avviene la metamorfosi del ragazzo: qui scopre che la sua diversità, mal considerata nel mondo occidentale,  è quasi comune.
Emblematico è l’incontro con l’altro ragazzo autistico: Jorge.
Diversità che diventa addirittura un pregio da scoprire per una ragazza innamorata.
E anche il padre cresce nella consapevolezza che Andrea è diventato più autonomo, è cresciuto, anche se gli è rimasto quel tic,che noi possiamo definire  quasi infantile, di fare a piccoli pezzi la carta.
Anzi è proprio lì la sua particolarità, la sua unicità che finora il padre non ha compreso ma che da questo momento apparterrà a tutti e due e li unirà in un rapporto un po’ più facilitato. Colpisce la preoccupazione del padre, moderno Ulisse, per questo viaggio, che, come tutti i viaggi iniziatici antichi, diventa metafora della vita.
Infatti, per tenere sempre sotto controllo il figlio, ha inventato il gioco dell’elastico invisibile.
E Andrea sembra un moderno Telemaco, quando parte con lui alla ricerca della vita essenziale, che è racchiusa in tutto ciò che può trasportare uno zaino: calzini, magliette, jeans e mutande dimezzate, giubbotti, ciabatte, macchina fotografica , cellulare, computer, passaporto, carte di credito e qualche soldo.
Meglio di Telemaco, dimostra al padre che non solo può vegliarlo una notte, quando questi sta male, ma può cavarsela da solo con persone conosciute in viaggio e addirittura approcciarsi ad un rapporto con le donne, approccio molto difficoltoso, secondo gli psicologi e psichiatri, per persone come lui.
Questa è la maturazione e formazione di Andrea, compiuta in questo viaggio, senza meta fissa ma con la volontà di assaporare la vita nel vento tra i capelli, quando i due compiono in moto la prima parte del tragitto, o nella salinità di un bagno nell’Oceano.
Facendo fronte all’imprevisto, rimanendo più volte in auto senza benzina.
Questo sembra essere il messaggio dell’autore, Fulvio Ervas: la vera vita è nella semplicità e nella ingenuità di una spiaggia assolata o notturna, nei personaggi strani incontrati e tutto ciò si rivela per Andrea e  per il padre la miglior terapia per risolvere, almeno in parte, i loro problemi di comunicazione.

Lo scrittore ha  deciso di provare a raccontare questa storia in prima persona come se fosse Franco: ha ascoltato per undici mesi dalla viva voce del padre il racconto del viaggio, si è sforzato di comprenderlo, di assimilarlo e poi per un altro anno  ne ha cercato le parole, conoscendo anche il ragazzo e, come dice simpaticamente Ervas, “rischiando otto divorzi” , dal momento che  Andrea ha l’abitudine di rimettere in ordine gli oggetti. E proprio quando niente sembra essere al proprio posto che tutto appare chiaro al lettore: è qui che avviene il progresso nel rapporto padre-figlio.