Scoperti in Messico i resti di un palazzo maya

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Il recente ritrovamento delle rovine di un antico palazzo maya nella regione messicana dello Yucatan, territorio situato a sud est dello Stato centroamericano affacciato sul Mar dei Caraibi nel bacino del Golfo del Messico ricchissimo di storia precolombiana che gli archeologi continuano a portare alle luce scoprendo sempre nuovi reperti più o meno monumentali, è stato riportato anche dalla prestigiosa rivista ufficiale dello Smithsonian Insitution, lo Smithsonian Magazine. Immerso nelle foreste della pianura yucalteca, i resti del palazzo che i ricercatori fanno risalire a circa un millennio fa, si ritiene, sempre secondo gli studiosi competenti, fosse stato la sede amministrativa in cui si riunivano le maggiori cariche politico religiose del tempo o quanto meno personalità di una certa importanza aventi un considerevole livello di potere o di rispetto sociale.

Ancora però sembra non essere chiaro se fosse una costruzione privata, appartenente a un individuo benestante che forse viveva con la famiglia, o fosse al contrario un edificio pubblico in cui si svolgevano mansioni anch’esse da accertare. Comunque che sia una sede di gran lusso per l’epoca non è da mettere in discussione, a questa conclusione si è giunti per una serie di motivazioni tecniche che fanno riferimento in primo luogo all’estensione del palazzo, alla struttura interna dello stesso e poi alla sua localizzazione all’interno del sito archeologico di Kulubà, area di interesse scientifico a nord est della penisola dello Yucatan amministrativamente dipendente dal comune di Tizimìn in cui appunto è stato ritrovato il palazzo nonché arcaicamente luogo di erezione dell’antica città omonima nel territorio della quale sono state precedentemente rinvenuti diversi gruppi archeologici di insediamenti maya.

Mappa dello Yucatan, Messico

Dalle dichiarazioni riportate da Emma Graham Harrison, giornalista della testata britannica The Guardian che ha seguito la scoperta, in accordo con le stime del gruppo di ricercatori a cui è sono stati affidati gli scavi, lo studio e una prima tutela dei reperti, il palazzo signorile si estende per circa 20 piedi di altezza, 49 di larghezza e quasi 180 di lunghezza, si parla quindi di dimensioni pari a circa 6 metri d’altezza, 55 di lunghezza e poco più di 15 di larghezza. Per la freschezza e la novità del ritrovamento, con gli studi in corso e in via di approfondimento, non si è potuto ancora accertare con relativa sicurezza l’esatta fruizione o un sicuro utilizzo del palazzo, ma nonostante queste prime indecisioni sulla giusta collocazione funzionale del palazzo che verranno senza dubbio presto chiarite grazie all’indefesso lavoro degli studiosi che possono appoggiarsi su un solido terreno di conoscenze per quello che concerne la cultura e le tradizioni maya per quanto queste siano ancora piuttosto farraginose e lacunose, si è stati in grado di verificare che l’edificio, costituito da sei stanze, fa parte di un complesso più grande che comprende due stanze residenziali, un altare e un forno.

Dati tali accreditamenti è possibile che il palazzo non sia stato la maggiore sede del potere municipale della città, per quanto è vero che Kulubà, secondo lo specialista della lingua maya William Brito Sansores, che ne tratta nel suo libro La scrittura dei Maya pubblicato negli anni ottanta del secolo scorso, nome che significa “acqua di kulu” poiché etimologicamente composto dalle parole “k’ulu'”, che si riferisce a una specie di cane selvatico, e “ha’”, cioè acqua, sia stato un centro minore della civiltà precolombiana che in questi territori si insediò millenni addietro. Optare per una visione del palazzo di tipo privato, per quanto questo termine non sia propriamente consono se analizzato in relazione al tipo di società che i Maya avevano prodotto, potrebbe essere una soluzione, benché l’aspetto pubblico possa essere un’impostazione da non scartare proprio in considerazione del pensiero maya ancora tipicamente annodato a idee ancestrali, per quanto sviluppate, in rapporto alla comunità e alla convivialità.

Lavori durante la campagna di scavo

Come molte altre civiltà antiche legate al suolo, all’astrologia e ad una religiosità magica, terrena e di stampo o ascendenza pagana, in cui la sfera pubblica si mischiava con quella privata, è possibile che il palazzo venisse sfruttato sia come dimora, che come tempio, salotto di governo locale e scalo commerciale, rimessa o magazzino. Ad ogni modo fu sicuramente un punto di riferimento cittadino di notevole interesse in grado di gestire magari importanti traffici commerciali o intessere trattative politiche, gestionali e religiose, a giudicare dall’altare scoperto e dagli altri ambienti ritrovati, di notevole rilievo per il territorio di influenza che Kulubà si trovava a regolare.

Palazzo dei Marchesi del Apartado, sede dell’INHA

Ma le curiosità non sono finite qui, infatti l’INAH (Instituto Nacional de Antropología e Historia – Istituto Nazionale di Antropologia e Storia), un ufficio del governo federale messicano istituito nel 1939 per garantire la ricerca, la conservazione, la protezione e la promozione del patrimonio culturale, preistorico, archeologico, antropologico, storico e paleontologico del Messico la cui sede è ospitata nel Palazzo dei Marchesi del Apartado, edificio situato nel centro storico della capitale Città del Messico, ha rilasciato la notizia del rinvenimento di una sepoltura contenente vari individui effettuato durante la campagna di scavo del palazzo.

Come sostiene il team di archeologi, oltre alle personalità dell’INAH che in stretta collaborazione con il gruppo di studiosi stanno sostenendo le ricerche, il passo successivo necessario per inquadrare più nitidamente il palazzo all’interno di quella che è la cultura della civiltà maya kulubana, comprensiva di usi e costumi sì maya ma sicuramente differenziati rispetto a quelli che si seguivano in altri centri appartenenti al dominio di questo popolo precolombiano, è quella di far analizzare con l’esame al radiocarbonio le spoglie rinvenute così da rischiarare dubbi ancora irrisolti.

L’analisi al radiocarbonio non basta per capire precisamente chi erano e che ruolo avessero le persone i cui muti resti mortali hanno atteso per secoli di essere recuperati dagli archeologi per parlarci del loro mondo poiché le analisi biochimiche non bastano se non accompagnate da elementi o oggetti simbolici e storicamente indiziari, senza dubbio però sottoporli a questi test è di fondamentale importanza. E’ molto probabile, considerato l’alto tasso di ritrovamenti effettuati in Yucatan, che proseguendo con gli scavi si possano ritrovare ulteriori reperti che aiuteranno gli esperti a chiarire le zone d’ombra sulle quali non si è riusciti ancora a trovare la quadra. Un ulteriore fattore da non sottovalutare, poiché in fin dei conti il lavoro degli archeologi è un po’ come quello di un minuzioso investigatore, si associa alla datazione e alla stratificazione insediativa nonché agli eventi storici che hanno portato alle vicissitudini e alle mutazioni culturali, architettoniche e urbanistiche del sito.

Gli esperti, infatti, pensano che il sito fosse florido e fiorente all’incirca tra il 600 d.C. e il 1000 d.C., probabile raggiungimento del principale periodo di massimo splendore di Kulubà, tuttavia dopo il 900 d.C. iniziò il declino per motivi ancora del tutto da chiarire, forse a causa di guerre, difficoltà nei commerci, carestie o significativi cambiamenti climatici. Utilizzando questi spunti storici di storia maya da tempo noti e basandosi in parte sulle somiglianze tra i materiali ceramici trovati all’interno dell’area archeologica, i ricercatori ritengono che Kulubá fosse sotto il controllo della vicina città di Chichén Itzá, al tempo, e prima della conseguente decadenza, uno dei più potenti insediamenti della penisola dello Yucatan insieme a Uxmal e Mérida.

Queste conoscenze già acquisite sono da tenere in considerazione, in quanto inevitabili elementi che fungono da trampolino di lancio per la fissazione storico culturale e politico sociale del palazzo recentemente scoperto, conoscenze che a catena si vanno a ripercuotere di conseguenza più genericamente anche sull’insediamento stesso dell’antica Kalubà. Risolvere il tassello del palazzo, che è stato edificato proprio nel periodo di grande prosperità appartenente per convenzione alla cosiddetta era classica della storia maya, non si sa se in tempo più antico o più tardo quando iniziò il collasso del regno maya, è davvero rilevante per comprendere meglio la civiltà maya e più cose sul loro stile di vita, sui loro rapporti sociali, sulle diversità territoriali e culturali, sul tipo di politica e di gestione amministrativa di questi popoli nonché sui fattori interni ed esterni che hanno portato all’implosione di questa magnifica e per certi versi ancora misteriosa civiltà nel periodo precedente alle invasioni spagnole.

Sebbene Kalubà sia stata scoperta per la prima volta nel lontano 1939, al cui ritrovamento un contributo di spicco ebbe sicuramente l’esperto di civiltà e storia maya Wyllys Andrews, è stata acquisita in riferimento a gestione, tutela, scavi e ricerche dall’INAH soltanto piuttosto recentemente, correva l’anno 1980 quando il centro INAH iniziò ad acquisire le redini del sito, da allora protezione e restauri, fra cui i più recenti risalgono al 2017 e 2018, sono le soluzioni adottate per permettere il mantenimento del sito e il prosieguo di ricerche d’alto livello. La scoperta del palazzo, classificato anche come sontuosa fortezza, è l’orgoglio dello Yucatan e del Messico, il gioiello e la perla del sito di Kalubà, esso è uno degli edifici più voluminosi dell’area archeologica che, per quanto grande fonte documentaria dal valore inestimabile è ancora per molti aspetti sconosciuta. Per questo, come sostenuto dall’archeologo Alfredo Barrera Rubio, il lavoro di studio della struttura palazziale è ancora lungi dall’essere conclusa.

Settori di Kalubà sono già accessibili al pubblico, e ad oggi l’INAH, che ha già in progetto una riforestazione dell’area archeologica precedentemente disboscata per permettere i rinvenimenti al fine di proteggere il sito dagli agenti atmosferici deleteri per il mantenimento dei resti in maniera ecosostenibile, spera che il palazzo appena scoperto, una volta terminate le ricerche sul campo, diventerà fruibile a medio termine ai visitatori.

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